Blair impiegato da JP Morgan: sdegno bipartisan

Gennaio 14, 2008

blair-2.jpgLa notizia del nuovo impiego di Tony Blair presso JP Morgan suscita sdegno tanto tra i conservatori che tra i laburisti: e questo è sempre positivo, perché dimostra una volta di più che in paesi seri come la Gran Bretagna, per decidere se un comportamento è giusto o sbagliato sembra non essere necessario partire dall’appartenenza politica di chi lo mette in atto.

Il giornale scozzese The Scotsman ci informa inoltre che la banca d’affari americana guida il consorzio di banche internazionali che ha dato vita alla Trade Bank of Iraq, un’istituzione creata dall’Autorità Provvisoria della Coalizione nel 2003, ufficialmente per favorire la ricostruzione del paese (se andate sul sito ufficiale, nella pagina dedicata ai clienti della banca “irachena”, troverete una lista di ministeri di quel paese, anche se stranamente ad uno solo, quello del petrolio, corrisponde un link attivo).

Forse sto arrivando alle conclusioni un filo troppo veloce, ma par di capire che questa istituzione finanziaria – governata da JP Morgan – gestisce quel piccolo movimento collegato al petrolio estratto in Iraq, petrolio che costituisce la ragione della disastrosa guerra voluta da Bush, e spudoratamente appoggiata da Blair. Non c’è da meravigliarsi dunque se Gerard Howarth, portavoce conservatore per la Difesa, sia sbottato: “le forze armate britanniche non nascondono la loro perplessità nel vedere il signor Blair ritirare un cospicuo assegno dopo aver mandato le truppe del suo paese a combattere laggiù male organizzate e in numero insufficiente”. O che il deputato laburista si sia dimostrato poco meno invelenito quando ha sibilato: “Sta facendo i soldi: evidentemente c’è una legge per pochi e una per tutti gli altri”.

A quanto pare, il buon Tony, che ha al suo servizio almeno quattro impiegati pagati dal Governo britannico – lo ha ammesso il ministro degli Esteri David Miliband, si è già messo al lavoro per il suo nuovo padrone: JP Morgan ha acquistato circa 2 miliardi di attività pregiate da Northern Rock, la banca inglese in bancarotta a causa dei mutui subprime, attualmente in rianimanzione grazie ai 26 miliardi di sterline che la Banca d’Inghilterra ha dovuto prestarle obtorto collo. Se questa operazione ha fatto certamente contento l’acquirente, che si è aggiudicato asset di buona qualità con un premio ridicolo sul valore nominale, e fatto tirare un sospiro di sollievo alla Bank of England, rientrata di una parte della sua immensa esposizione, ha preoccupato gli analisti, secondo cui la banca ha perso il controllo della parte più pregiata del suo attivo.

 


Blair: “camminerò sulle acque come JC”

Gennaio 10, 2008

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Tony Blair ha lasciato l’incarico di primo ministro, ma non per questo la sua vita è diventata meno interessante: mentre dà una mano per risolvere il conflitto israelo-palestinese (è incaricato internazionale) progetta una fondazione inter-religiosa; mentre Sarkozy lo candida alla presidenza dell’Unione Europea, si dedica al suo libro di memorie, per il quale ha incassato un anticipo di poco meno di 5 milioni di sterline (circa 6 milioni di euro) anche grazie a Robert Barnett, un potente avvocato americano, democratico, che gli ha fatto da agente. Barnett si è pure dato da fare per trovare a Tony un lavoretto part-time presso JP Morgan: per uno stipendio di circa mezzo milione di sterline (settecentomila euro) l’anno, Blair fornirà consulenza alla banca d’affari americana.

Al Financial Times tanto il neo-assunto che il datore di lavoro hanno rilasciato dichiarazioni di segno diverso: mentre il direttore generale di JP Morgan Jamie Dimmon ha ammesso che “esiste solo una manciata di persone al mondo con l’esperienza e le relazioni di Tony”, quest’ultimo è stato più vago ed ipocrita: “mi è sempre interessato il mondo del commercio e la globalizzazione; oggi politica ed economia sono strettamente intrecciate, specie nei mercati emergenti”.

Benché quello mostrato da Blair sia solo uno degli uomini politici che, cessati dai loro incarichi, si rivendono ad aziende private (si pensi a Bush Sr. e John Major, ex capi dell’esecutivo rispettivamente americano e britannico, divenuti consulenti del fondo Carlyle, o ad Alan Greenspan, ex presidente della FED, attualmente sul libro paga di Deutsche Bank) trovo questa prassi molto sgradevole: se nelle mani di uomini pubblici viene concentrata una quantità di potere tale da renderli simili a dei, è solo perché essi devono lavorare nell’interesse del popolo che li ha eletti. Suscita delusione e rabbia vedere invece il residuo di potere attaccato alle loro mani anche dopo che hanno mollato la poltrona sfruttato da aziende private.

E questo vale nei paesi angloassoni, dove esistendo un certo grado di trasparenza e un giornalismo ragionevolmente libero, che per lo meno consentono all’uomo della strada di sapere a chi ha dato il voto.


Veltroni su Alitalia: una dichiarazione surreale

Dicembre 18, 2007

veltroni.jpgL’Italia è il paese dove “le persone dibattono con grande raffinatezza sul significato di un semaforo rosso” (Ian Fisher): non c’è da stupirsi dunque se il fatto che un’azienda di cui lo Stato è azionista di maggioranza relativa sia decotta e che sia necessario porre in essere misure drastiche per mettere in salvo, oltre che dignità e decoro, anche alcuni posti di lavoro, sia considerato dalla classe politica ed imprenditoriale un fastidioso dettaglio che intralcia la loro alacre tensione verso la conquista di una ingiusta posizione di vantaggio sugli altri (cittadini, concorrenti, clienti che siano).

Se Prodi e Padoa Schioppa “fanno il tifo” (questa l’espressione usata, purtroppo in maniera consona) per Air France – KLM, Rutelli, D’Alema e Bianchi simpatizzano per la cordata “privata” Air One – Intesa San Paolo, perché questa garantirebbe l’italianità della compagnia. Ora, a parte il fatto che anche i bambini dell’asilo sanno che con “italianità” si intende la possibilità di piegare gli obiettivi aziendali al proprio tornaconto politico, pratica che i politici si autoarrogano da sempre quando si tratta di aerei, treni, energia, telecomunicazioni, questa cosa del primato italiano mi urta il sistema nervoso: il caso Alitalia sarebbe dunque un esempio di buone pratiche italiane? La capacità italiana di fare bene le cose sarebbe provata da Alitalia come da Ferrari, Prada, Ducati? Pensate a casi diversi, ma ugualmente emblematici: Banco di Napoli e Banco di Sicilia sono stati salvati dal fallimento grazie all’acquisto da parte di due altre banche italiane: entrambi questi due istituti hanno mantenuto il loro nome, perché “il brand è forte” e la gente lo vede con favore… In quanti altri posti la gente continua a tenere i propri soldi presso una banca che è fallita? E si fida ancora di una banca che è fallita perché ha ancora quel nome, cioè il nome che rappresenta una certa interpretazione dell’attività finanziaria che culmina con la débacle?

 

Niente di nuovo, finora, se non fosse per l’ultima esternazione del capo del partito democratico, che, sulla questione si è così espresso: [il mio auspicio è che] “le proposte di Air France e Air One si incrocino per garantire la forza di un soggetto come il vettore francese e la forza di un soggetto finanziario come Banca Intesa, e al tempo stesso assicurare il radicamento nel paese di una compagnia nazionale”: l’unica cosa che si capisce è che Veltroni come sempre fatica a prendere non dico una posizione politica netta, ma nemmeno una direzione – a parte, beninteso sul registro delle unioni civili di Roma, che, conformemente al diktat vaticano, ha bellamente silurato.


La faccia come il culo

Settembre 27, 2007

presa in giro

Il governo Prodi non si accontenta di varare una pseudoriforma pensionistica che penalizza i giovani e i meno tutelati per mandare in pensione a 58 anni una manciata di lavoratori iperprotetti. Ci prende anche per il culo, tappezzando la città di questi assurdi manifesti, nei quali si sostiene che, dopo questo momento di grande politica, è aumentata l’equità – il claim è: “Pensioni. Ora l’Italia è un Paese più giusto”. Quando la malafede diventa arte.


Chi di legalità ferisce, di legalità – non – perisce

Settembre 23, 2007

Le notizie delle ultime settimane confermano l’atteggiamento quantomeno disinvolto del governo di centrosinistra ha nei confronti di un tema molto sbandierato in campagna elettorale. Al punto che è davvero difficile trovare elementi di discontinuità rispetto alla ex maggioranza di centrodestra in questa materia così delicata. La sinistra che quando Berlusconi o uno dei suoi ne facevano (o ne progettavano) una particolarmente grossa, si stracciava le vesti e lanciava allarmi per presunti attentati alla democrazia, quando viene pizzicata con il proverbiale sorcio in bocca, tace, oppure biascica una serie di giustificazioni puerili ed inconsistenti. E’ pertanto legittimo il sospetto che il rigore precedentemente dimostrato (e preso sul serio da un gran numero di Italiani perbene) non fosse altro che moralismo. Ma passiamo ai fatti.

 

Uno: un Vice Ministro rimuove un alto ufficiale della Guardia di Finanza, capo degli uomini che indagano sulla deprecabile vicenda della scalata Unipol alla BNL (aggiotaggio, turbative di mercato, insider trading, eccetera). Si apre a suo carico un procedimento giudiziario per minacce e tentato abuso d’ufficio, velocemente archiviato dalla Procura di Roma con la suggestiva spiegazione che che la condotta di Visco è illecita ma non illegale: insomma ha sbagliato, ma non ha commesso reati. La condanna politica mi pare talmente cristallina che in un paese meno derelitto e narcotizzato le sue dimissioni sarebbero state date per scontate.Due. Premesso che la vicenda Unipol – BNL puzza e che, se si vuole essere onesti, non si può dire ogni male dei “furbetti del quartierino” e pensare allo stesso tempo che Fassino, D’Alema e La Torre (più o meno indirettamente in combutta con loro) siano semplici tifosi, l’autorizzazione all’acquisizione agli atti delle intercettazioni telefoniche che coinvolgono i membri del Parlamento è finalmente scongiurata, con gran sollievo per i vertici DS. Infatti su quelle che avevano ad oggetto le conversazioni di D’Alema con quel gentiluomo di Consorte, e che promettevano di esser le più succulente data la pregressa esperienza in finanza (MPS, Telecom Italia) di Baffino, grazie ad un cavillo, il Parlamento non deve mettere bocca (lo farà, con esiti prevedibilmente negativi, il parlamento europeo). Anche qui, salvezza giudiziaria, reputazione in frantumi.

 

Tre. Il “ministro” Mastella ha chiesto al CSM di procedere al trasferimento per motivi disciplinari dei PM di Catanzaro De Magistris e Lombardi, colpevoli (soprattutto il primo, pare) di aver messo mano ad alcune inchieste che coinvolgono tra gli altri alcuni giudici calabresi e, pare, lo stesso Mastella e perfino Prodi. Su questo tema l’unica voce che si sente è quella dei deputati radicali, che forniscono anche una valida interpretazione di ciò che si muove dietro le quinte.

 

Insomma, un Vice Ministro – bullo impunito, un importante DS che se la cava per il rotto della cuffia, ed infine, caso unico nella storia della Repubblica, un Ministro che rimuove un magistrato che indaga su di lui: non c’è male, per gente che prometteva a gran voce legalità ad un popolo che ha fatto il solo errore di crederle.