Amsterdam: quartiere a luci rosse “bonificato”

Gennaio 21, 2008
lodewijkasscher.jpgLodewijk Asscher, vicesindaco socialdemocratico di Amsterdam, ha promesso di regalare al mondo una “Nuova Amsterdam” senza prostitute in vetrina. Sotto la regia di questo brillante giovanotto di 33 anni, studi in legge in Olanda e negli Stati Uniti, acquirenti privati hanno acquistato dal tenutario dell’ex bordello Fat Charliele la prima proprieta nel cuore del Red Light District: quattordici vetrine che verranno concesse in affitto a stilisti di moda.

Il proverbiale spirito olandese, mercantile e pertanto pragmatico, premessa della legalizzazione dell’adescamento via vetrina, è chiaramente riconoscibile anche in iniziative di segno opposto come quella capitanata da Asscher: per favorire il consenso alla sua idea, infatti, l’affitto dei locali sottratti al “malaffare” sarà gratuito, mentre il nuovo corso olandese viene propagandato con il seguente slogan: “Comprate il vestito, non la donna”.

Da un certo punto di vista le argomentazioni di Asscher non possono essere liquidate con una scrollata di spalle libertaria (il mio riflesso condizionato): egli ha detto chiaramente che la prostituzione libera, lungi dal sottrarre risorse al mondo criminale, ha in effetti favorito il riciclaggio di denaro sporco e la criminalità. Dall’altro penso al destino di quelle ragazze, che, ammesso che si prostiuiscano liberamente, adesso continueranno a farlo, ma in qualche altro scenario lontano dai riflettori e dalla sicurezza e trasparenza garantite da un’attività svolta veramente alla luce del sole.

Senza contare che spendere soldi per cacciare le mignotte da un quartiere per riempirlo di modelle mi pare un’operazione costosa e abbastanza inutile: quelle strada saranno comunque piene di gente che cede la pelle contro il denaro. Nessuno scandalo, nessuna ammirazione.


Ma guarda, in Iran c’è una dittatura…

Gennaio 14, 2008

irangayexecution1.jpgIneccepibile dichiarazione di Ali Akbar Nasseri e Jalal Yahyazadeh, deputati della Repubblica islamica: Juliette Binoche, avendo passato due settimane di vacanza in Iran su invito del regista Abbas Kiarostami, costituisce un pericolo per la sicurezza nazionale. Secondo i due dotti parlamentari, infatti, gli attori stranieri, potenziali spie al soldo imperialista, minacciano l’integrità culturale dei giovani iraniani proponendo modelli di comportamento non conformi ai dettami tradizionali.

Niente da dire, almeno dal loro punto di vista: quale peggior esempio per la gioventù di un paese soffocato dal clero islamico, di una donna libera, arrogante, volitiva, disinibita come Juliette? Pronta a mostrare al mondo intero il suo seno “militante“? E se davvero le donne iraniane, seguendo il suo esempio, cominciassero ad uscire di casa senza palandrane e senza velo, ostentando rossetto, tacchi a spillo e minigonne anche in strada e in ufficio? Magari le prime pioniere verrebbero imitate da schiere di altre ex vittime decise a non restare più silenziose, contribuendo a disgregare il pluriennale assedio politico-clericale che strozza la voglia di libertà che pure pulsa sottotraccia incendiando qua e là il paese. Altro che, se è una minaccia, la Binoche.

Non me la sento di criticare questa grottesche dichiarazioni dei politici iraniani, perché per lo meno hanno il pregio della coerenza. Assai più irritante è l’atteggiamento di divi e mezzi divi occidentali (oltre alla Binoche, Sean Penn e Sharon Stone) che, per dimostrarsi anticonformisti o per contrastare Bush o per fare entrambe le cose, vanno a Teheran aspettandosi di potersi comportare laggiù come se fossero a Parigi o a New York.

L’Iran è al secondo posto per il numero delle esecuzioni capitali (ufficiali): 215 nel 2006 (Rapporto Nessuno Tocchi Caino); vi abbondano le punizioni corporali; un comportamento sessuale non consono ai diktat del clero (per esempio adulterio e omosessualità) può essere punito anche con la morte; dal 1990 il governo iraniano ha giustiziato 24 persone di età inferiore ai 18 anni, mentre si impegna attivamente a determinare ciò che gli iraniani possono e non possono vedere sulla Rete mediante una minuziosa quanto inefficace attività di censura.

Se solo uno di questi “divi” oltre a confidare all’agenzia di stampa statale iraniana il proprio amore per il poeta Hafez rilasciasse una qualche dichiarazione su questi temi, anche al ritorno nel mondo civile, gli saremmo molto grati.

 

 

 


Blair: “camminerò sulle acque come JC”

Gennaio 10, 2008

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Tony Blair ha lasciato l’incarico di primo ministro, ma non per questo la sua vita è diventata meno interessante: mentre dà una mano per risolvere il conflitto israelo-palestinese (è incaricato internazionale) progetta una fondazione inter-religiosa; mentre Sarkozy lo candida alla presidenza dell’Unione Europea, si dedica al suo libro di memorie, per il quale ha incassato un anticipo di poco meno di 5 milioni di sterline (circa 6 milioni di euro) anche grazie a Robert Barnett, un potente avvocato americano, democratico, che gli ha fatto da agente. Barnett si è pure dato da fare per trovare a Tony un lavoretto part-time presso JP Morgan: per uno stipendio di circa mezzo milione di sterline (settecentomila euro) l’anno, Blair fornirà consulenza alla banca d’affari americana.

Al Financial Times tanto il neo-assunto che il datore di lavoro hanno rilasciato dichiarazioni di segno diverso: mentre il direttore generale di JP Morgan Jamie Dimmon ha ammesso che “esiste solo una manciata di persone al mondo con l’esperienza e le relazioni di Tony”, quest’ultimo è stato più vago ed ipocrita: “mi è sempre interessato il mondo del commercio e la globalizzazione; oggi politica ed economia sono strettamente intrecciate, specie nei mercati emergenti”.

Benché quello mostrato da Blair sia solo uno degli uomini politici che, cessati dai loro incarichi, si rivendono ad aziende private (si pensi a Bush Sr. e John Major, ex capi dell’esecutivo rispettivamente americano e britannico, divenuti consulenti del fondo Carlyle, o ad Alan Greenspan, ex presidente della FED, attualmente sul libro paga di Deutsche Bank) trovo questa prassi molto sgradevole: se nelle mani di uomini pubblici viene concentrata una quantità di potere tale da renderli simili a dei, è solo perché essi devono lavorare nell’interesse del popolo che li ha eletti. Suscita delusione e rabbia vedere invece il residuo di potere attaccato alle loro mani anche dopo che hanno mollato la poltrona sfruttato da aziende private.

E questo vale nei paesi angloassoni, dove esistendo un certo grado di trasparenza e un giornalismo ragionevolmente libero, che per lo meno consentono all’uomo della strada di sapere a chi ha dato il voto.


Se avete paura dei giudici italiani…

Dicembre 11, 2007

sarah_bradley.jpg… pensate prima a quelli australiani. Lo scorso ottobre Sarah Bradley, giudice a Cairns, una cittadina di circa 120.000 abitanti nel Queensland, è stata chiamata a giudicare i nove uomini che si sono resi responsabili di un incredibile episodio di violenza di gruppo ai danni di una bambina di appena 10 anni. Risultato: i sei imputati più giovani sono assolti senza passare neanche un giorno in carcere, mentre gli altri tre (che hanno età comprese tra i 17 e i 26 anni) vengono condannati ad una pena di appena sei mesi, sospesa per un anno.

Se la condanna per questo orrendo delitto è ridicolmente lieve, addirittura agghiaccianti sono le argomentazioni del giudice – “la bambina probabilmente era consenziente ed era d’accordo a fare sesso con tutti gli imputati“, e quelle del pubblico ministero Steve Carter, dotato di una immaginazione talmente fervida da trasformare uno stupro di gruppo in una “forma di sperimentazione infantile“. A questo punto, è bene dire che tutte le persone coinvolte nel delitto, vittima e carnefici appartengono alla minoranza aborigena. Quali conclusioni possiamo trarre da questa folle sentenza?

1. la legge può essere applicata solo ai bianchi, la minoranza aborigena è costituita da subumani ai quali sarebbe sciocco applicare gli stessi criteri validi per gli altri australiani di diversa appartenenza etnica;

2. i bambini sono dotati della piena facoltà di intendere e di volere e quindi possono validamente partecipare ad attività sessuali al pari degli adulti;

3. lo stupro va ricondotto nell’ambito delle sperimentazioni, di cui probabilmente costituisce una variante estrema.

Non è difficile immaginare il potenziale di tossicità sociale che si nasconde dietro simili aborti di pensiero; un sabotaggio particolarmente grave in un paese che, dopo la pubblicazione del rapporto “I bambini sono sacri”, è stato costretto a guardare in faccia l’orrore: nei territori aborigeni il diffuso alcolismo, combinato a bassa autostima, devastazione culturale e bassi livelli di scolarizzazione sono tra le concause di un numero talmente aberrante di violenze sessuali sui bambini da far gridare all’emergenza nazionale: al punto che l’ex Primo Ministro conservatore John Howard si è spinto a prevaricare le prerogative tipiche del Territorio del Nord per imporre nelle aree aborigene una politica di stampo repressivo basata sul proibizionismo (alcol e pornografia sono controllati) e sul controllo della spesa dei beneficiari di sussidi pubblici (obbligati ad utilzzarne almeno il 50% per cibo e altri beni di prima necessità).

Fermo restando il mio giudizio sulle scarse possibilità di successo del proibizionismo, perfino io (che mi sono sempre considerato di idee libertarie) mi domando se la situazione non sia talmente grave in quella zona che non resti proprio altro da fare. Mi sono fatto infinocchiare?


Sooreh Hera: come diventare qualcuno essendo solo un bel visino

Dicembre 3, 2007

sooreh hera ridicolous scandal

Piccolo grande fasullo scandalo olandese. Una sedicente artista di origine iraniana, evidentemente a corto di idee, ma con una bella faccia (in tutti i sensi) confenziona uno scandalo in provetta per far abboccare il Corriere della Sera, che, eccitato dal possibile sviluppo emoglobinico della vicenda, pubblica in prima pagina un bel take della ragazza. Non riuscendo a trovare niente di più interessante, Sooreh Hera è andata sul sicuro, tirando una bella legnata alla cieca nella cuccia dove dormono gli estremisti islamici: se non un mozzico, almeno un po’ di casino è riuscito a rimediarlo, anche se solamente in una provincia lontana dell’impero come l’Italia, confusa e nevrotica come una fanciulla in fiore.

L’idea? Fotografare coppie di gay era troppo semplice, anche se a uno dei due manca un braccio. Allora perché non mettere in faccia ad una coppia di uomini omosessuali le maschere rispettivamente del profeta Maometto (il tipico nome degli orsetti a quanto sembra) e del genero Alì: come dire il vostro profeta è un frocio. Io odio gli estremisti di tutti i generi e con qualunque etichetta si presentino, ma questo esercizio, oltre a non rappresentare niente di speciale, e tantomeno di artistico, non so che senso possa avere. Se non istigare qualche deficiente che finisce per piantarti un coltello nel cuore in un parco. Segue revival neo-nazista con marcia a passo oca.


Un triste lunedì a Tokyo

Novembre 16, 2007

murakami harukiNel 2004 ben 32.325 Giapponesi (per lo più maschi) si sono tolti la vita: il tasso di suicidi è così balzato a 25,3 casi ogni 100.000 abitanti, con un netto peggioramento rispetto al dato del 2004 (24,2). Giusto per capire la gravità del fenomeno, che colloca il Paese del Sol Levante al nono posto nella statistica dei paesi più inclini all’autoeliminazione, basti ricordare che: il tasso di suicidio in quel Paese è di oltre tre volte più alto che in Italia e superiore del 18% a quello del meno virtuoso dei paesi scandinavi sotto questo punto di vista (la Finlandia, 20,6); nel 2003 il suicidio è stato la prima causa di morte per i maschi di età compresa tra i 20 e i 44 anni; nel 2005 886 studenti hanno deciso di farla finita (+25% rispetto al 2004) – tra questi si contano ben 14 bambini delle elementari (+ 100% rispetto al 2004).

La decisione del governo nipponico di pubblicare un “libro bianco per il contrasto dei suicidi”, che ambisce a riportare il tasso di suicidi al più ragionevole (ma ancora allarmante) livello di 20, rappresenta una brusca ed importante soluzione di continuità rispetto all’atteggiamento tenuto finora. Le istituzioni giapponesi hanno a lungo ignorato questo fenomeno , forse anche perché socialmente considerato una via onorevole per superare le empasse esistenziali. Il Japan Times Online riferisce che nei primi anni 90 il numero dei suicidi annui si è stabilmente mantenuto attorno alle 25.000 unità, ma dal 1998 in poi non si è mai registrato un dato inferiore a 30.000: la crisi economica e i drastici cambiamenti nelle politiche di molte grandi aziende nipponiche, che nel 1998 iniziarono a considerare obsoleto l’impiego vita natural durante, potrebbero aver minato la sicurezza sociale implicita nel sistema fino a quel momento.

Che la decisione di porre fine ai propri giorni maturi in un contesto di frustrazione in ambito lavorativo o scolastico è fuor di dubbio: a fasi di espansione economca si accompagna un calo degli episodi e viceversa; a ulteriore riprova, a marzo (il mese degli esami di ammissione all’università e in cui di solito si cerca lavoro) i suicidi sono particolarmente numerosi. Ad allarmare il Governo fino a spingerlo alla pubblicazione del libro bianco, è stato certamente il fatto che, nonostante l’economia del Paese stia crescendo per il periodo più lungo del dopoguerra, le persone che si tolgono la vita continuano ad aumentare.

Quando ho letto Murakami Harumi, Kenzaburo Oe e Banana Yoshimoto mi ha sorpreso dalla frequenza con cui i personaggi si toglievano la vita (alcuni anche in modi creativi ed eclatanti) al punto che ho pensato che si trattasse di un artificioso topos esotico. Quello che mi stupiva, specialmente in Murakami Harumi, era il fatto che non fosse mai del tutto chiara la ragione profonda per cui un ragazzo o una ragazza (di solito belli, intelligenti e dotati di un ricco mondo emotivo) potessero arrivare a considerare la propria vita come indegna di essere vissuta. Ora che leggo queste notizie, capisco meglio: gli scrittori che ho citato non fanno altro che riportare sulla pagina l’angoscia di una nazione.

 


La tolleranza genera mostri?

Ottobre 9, 2007

sexyburka.jpgNate per supplire all’innato e ineliminabile bisogno umano di senso, le religioni finiscono per causare molti guai. Per quanto mi riguarda sono un ex-zelota, e come tale mi riesce particolarmente difficile comprendere come gente sana di mente possa non dico uccidere, ma anche solo alzare la voce in una discussione su temi tanto assurdi quanto i dogmi di una fede. Prendete la religione cristiana: quanto a stravaganza, non è niente male: un dio affetto da schizofrenia dotato di ben tre personalità, peraltro in grado di interagire tra loro con molta armonia; una donna che concepisce senza fare sesso, e che, dopo il parto, resta vergine; un ragazzo che se ne va in giro a fare prodigi, senza far differenza tra semplici trucchi da cabaret (acqua trasformata in vino) e roba davvero forte (tipo resuscitare la gente). Insomma, sarà interessante dal punto di vista storico e antropologico, ma come si può prendere tutto questo sul serio? E le proibizioni? Niente sesso, niente allegria, niente buon senso, la sofferenza elevata a sistema di vita…

In questo, per la verità, sono fantastici anche i musulmani, i cui preti stanno superando se stessi, agevolati purtroppo anche dall’indubbia superiorità culturale di una sistema che mette la tolleranza al di sopra di ogni altro valore. Sto pensando ovviamente alla Gran Bretagna, dove i dipendenti di una catena di supermercati possono fare opt-out ogni volta che alla cassa si presenti un cliente-miscredente che intenda macchiarsi dell’orrendo crimine di comprare una lattina di birra (ad occhio, se conosco un po’ il Paese, il furbo cassiere lavorerà poco, o finirà per farsi spostare ad altre mansioni più interessanti, visto il consumo di alcolici tipico del paese). Ma ci sono casi più gravi, come l’agente di polizia che a montare la guardia davanti all’ambasciata israeliana proprio non ce la fa, si sente male, e viene destinato ad una missione più consona. E medici maschi che non intendono visitare donne (eh già, sono impure) o malati che so, di scolo o di epatite, perché si sono ammalati a causa di una condotta non conforme al costume di un “buon musulmano”. Insomma, per la sua grande tradizione di tolleranza, uno dei paesi più civili d’Europa rischia di precipitare in uno stato di lucida follia che, a tendere, finirà per paralizzarlo.

 

Anche in Italia, abbiamo pretori che difendono il diritto delle donne di indossare il burka – sempreché quest’altra orrenda idiozia sia un diritto e non un obbligo – difficile capirlo, dato che le donne musulmane contano meno del cane, in casa. E, se è per questo, trovano la solidarietà di una Bindi che scaltramente da un lato accarezza la cieca idiozia della sinistra estrema e dall’altro si tenta di conquistarsi lo spazio politico per imporci un crocifisso in ogni luoghi pubblici (ove esso mancasse). Ma il pretore italiano va capito – in fondo c’è una gara a chi la spara più grossa, e di fronte al barbaro sindaco di Treviso, è bello (nonché piuttosto facile, specie se si sa leggere e scrivere) far la figura dell’illuminato. Il problema del burka non è (solo) di ordine pubblico: si tratta di un simbolo di sottomissione, odioso e sconcertante, e sono certo che è imposto da mariti analfabeti a mogli e figlie che vivono come schiave. Mi si risponderà che la libertà e l’emancipazione “occidentali” sono in gran parte illusorie, se, come sembra sia il caso, si limitano a garantire la libertà di andare in giro un po’ scollate e con la gonna leggermente sopra il ginocchio… Ma questa è pur sempre una parvenza di libertà, da cui si può partire: quando si sta dentro un fagotto, relegate e fare le schiave di ogni maschio della famiglia le opportunità sono anche di meno.

 

Evviva la Francia! Aboliamo TUTTI i simboli di appartenenza religiosa, e viviamo felici.


Il popolo birmano, vittima di criminali, idioti ed impotenti

Ottobre 7, 2007

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I criminali non sono solo i subumani della giunta militare che fa il suo porco comodo in Birmania da quasi venti anni, buttando più del 40% del bilancio pubblico in spese militari (0,4% va all’istruzione e alla sanità). No, nella lista dei cattivi ci sono tutti i paesi occidentali che con quella gentaglia al potere fanno ottimi affari.

Cominciamo dagli USA, che lo scorso 27 settembre hanno iniziato un percorso di sanzioni contro il regime birmano, surgelando conti correnti ed altre attività finanziarie intestati a ben 14 membri della giunta militare. Il presidente americano ha poi tirato le orecchie alla Cina chiedendo al suo regime di unirsi agli Stati Uniti nel sostenere le legittime aspirazioni della popolazione birmana, in pacifica lotta per esprimere il proprio desiderio di cambiamento. Giusto, ma è miminamente credibile Bush, quando il denaro insanguinato dei dittatori del Myanmar si trasforma in rispettabilissimi conti correnti presso banche USA?

E l’Unione Europea? Un altro pozzo lurido di ipocrisia: benché sia stato proclamato un embargo sull’esportazione di armi (che comunque credo i militari possano comodamente aggirare acquistando dalla Cina o mediante triangolazione), il divieto per le imprese dei paesi membri di investire in attività controllate dalla giunta militare birmana non è applicato ai settori strategici quali petrolio, gas, pietre preziose (?) e legname. Anche ammettendo che avere il controllo sulle risorse strategiche valga la perdita dell’anima (cosa che sembra lampante agli euroburocrati) mi sto domandando che cosa abbiano a che fare con la sicurezza nazionale il produttore di succo di ananas e il sarto che pure, secondo il quotidiano britannico Guardian, figurano nella lista delle imprese europee esentate dal divieto.

Le cose potrebbero comunque cambiare in Europa, comunque, dopo la pessima figura fatta dalla Francia, che, tramite TOTAL, ha importanti interessi economici in quel paese. Nel 2003, la multinazionale petrolifera francese, “pizzicata” in sospetto utilizzo di sfruttamento della schiavitù mentre realizzava un gigantesco oleodotto nel sud del paese, commissionò a Bernard Kouchner (fondatore di Médecin Sans Frontières, e attuale ministro del governo Sarkozy) un report che scagionasse la società dimostrando che essa non era coinvolta in pratiche contrarie ai diritti umani e che anzi impiegava somme consistenti in investimenti sociali e sanitari a beneficio di cittadini birmani. Fu così cha un bel rapporto blasonato venne pubbicato sul sito della TOTAL,(auto)assolse la società, anche se non mancarono le polemiche; polemiche che si fanno roventi nei giorni in cui quattro birmani rifugiati in Belgio intentano causa alla società petrolifera portando prove che contraddicono clamorosamente i risultati dell’inchiesta a pagamento di Kouchner. Grande imbarazzo a Parigi con Kouchner che ribadisce le sue tesi e Sarko che giura vendetta a TOTAL. La Gran Bretagna finora non si è fatta prendere in castagna: le partecipazioni in Birmania della British and American Tobacco sono state cedute infatti nel 2003 ad una società con sede a Singapore… (ma la sede sociale non è tutto, giusto?).

 


Assolutamente falso!

Settembre 10, 2007

Per la gioia dei suoi fan, Osama Bin Laden, che non calcava le scene da ben tre anni, ricompare sugli schermi di tutto il mondo. Ce ne vuole a definire video il messaggio, visto che più che altro è una registrazione audio, associata ad una foto dell’impareggiabile “sceicco del terrore” (l’immagine si trasforma in un video per soli due brevi segmenti della perfomance). E’ questo il primo indizio che si tratta di un clamoroso falso (sempre che i precedenti video siano autentici). Una foto è molto più facile da contraffare rispetto ad un video per quanto gli appassionati della cospirazione (e tutti quelli cui piace dare un nome, un cognome e delle fattezze fisiche alle proprie paure) spiegano che il video è diventato una foto a forza di rimbalzare da un server all’altro per mascherare l’IP di partenza.Pensiamo anche al fatto che il “documento” non è stato diffuso direttamente da una qualche “multinazionale del terrore” ma da un sito USA specializzato nell’analisi di video di estremisti.

Il look che Osama Bin Laden ha scelto per incontrare il suo pubblico è abbastanza ridicolo, caratterizzato come è da quella barbetta curata e palesemente tinta: fareste voi la rivoluzione alle dipendenze di un uomo tanto vanitoso?

Ma a rassicurarmi sulla falsità dell’ultima follia del miliardario più eccentrico del mondo è il contenuto del suo discorso: 1) nessun proclama farneticante, nessuna minaccia violenta, solo consigli gentili espressi con toni pacati da no global di buona famiglia; 2) elementi di attualità inzeppati nel testo al solo fine di indurre anche ai più distratti che la “testimonianza” sia stata registrata molto di recente; 3) riferimenti storici (l’occidente che si è liberato dal giogo di tiranni e monaci per finire i suoi giorni nel pantano di una falsa democrazia); 4) una spruzzatina di finanza e fisco (riferimenti alla crisi finanziaria USA innescata dai mutui sub-prime e alle tasse che lo stato preleva forzatamente ai cittadini delle democrazie).

Il ghost writer appare perfino spiritoso, per esempio quando sottolinea il vantaggio di essere soggetti all’obbligo di elemosina tipico – a quanto pare – dei paesi islamici anziché all’insaziabile fisco “democratico”, e provvede a fare una pubblicità non so quanto gradita al noto linguista del MIT, grande fustigatore della perversione americana.

Il messaggio di un noto terrorista internazionale (o se preferite il trailer di un noto marchio internazionale di terroristi) dovrebbe spaventare, inquietare la gente, non farla ridere. Solo Bush potrebbe crederci tanto ingenui da berci questa favola.


Terrore nucleare

Settembre 6, 2007

Qualcuno si diverte a giocare alla guerra: ma almeno stia attento a quello che fa. Il 30 agosto un B-52 americano, su cui sono state caricati per errore (per errore!) ben 6 missili nucleari, ha scorrazzato allegramente per i cieli degli Stati Uniti senza che nessuno se ne accorgesse.

Secondo il Financial Times, nel mese di giugno uno dei numerosi attacchi informatici effettuati da macchine dell’esercito popolare cinese ai danni del Pentagono ha finalmente avuto successo. Benché gli alti ufficiali si affannino ad affermare che con ogni probabilità (!) non sono state rubate informazioni coperte da segreto militare, inquieta il candore con il quale Richard Lawless (Lawless!!!) massimo ufficiale in carica per l’Oriente al momento degli attacchi, dichiara che questo “incidente” ha spinto i militari a focalizzare l’attenzione sul tipo di materiale che viene trasmesso attraverso posta elettronica non criptata.Riassumiamo: l’esercito americano impiega del personale talmente incapace da creare le premesse per un bombardamento nucleare dello stesso territorio degli Stati Uniti d’America; non sembrano esistere (o non sembrano funzionare a dovere) procedure di sicurezza per evitare simili incidenti; le informazioni top secret circolano su un qualsiasi software Outlook la cui solidità ed impermeabilità agli hacker sono ben note – brrrrr!

Ora vado a letto: spero solo che domattina mi sveglierò e non sarà scoppiata l’Ultima Guerra Mondiale.