L’eleganza del riccio

Marzo 27, 2008

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“L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, incautamente definito dall’editore “una commedia”, è un libro scritto in modo sublime, illuminato da una grazia orientale e impreziosito da un rabbioso desiderio di abbattere i luoghi comuni. Protagoniste due donne: la portinaia di un condominio del VII Arrondissement parigino, e una delle due figlie di una sconquassata famiglia altoborghese di sinistra.

Entrambe nascondono inconfessati segreti: la portiera Renée, che a chi non la conosce appare una donnetta brutta, trasandata, brusca e teledipendente, si rivela una raffinata studiosa autodidatta, mentre la dodicenne Paloma, introversa ed enigmatica per i suoi familiari, è in realtà dotata di una formidabile intelligenza con la quale scandaglia freddamente le contraddizioni borghesi che la circondano con l’unico obiettivo di scovare finalmente una ragione per vivere.

Se lo stile di Barbery, professione filosofa, è perfetto e scintillante – in brevi e deliziosi capitoli, i personaggi vengono acutamente disegnati e le situazioni mirabilmente rappresentate – L’”Eleganza del riccio” non mi ha convinto completamente: in primo luogo, giocare nello stesso libro sull’accumulo di due personaggi così ambivalenti è artificioso e nuoce alla credibilità e alla freschezza della storia.

Inoltre, “psicoanalizzare” Renée, spiegare cioè con il (solito) trauma di gioventù il nascondimento della sua raffinata vita intellettuale ed emotiva, mi è sembrato un espediente trito e anche fuori luogo.

Nonostante la protagonista sia Renée (è lei ad essere “elegante come un riccio”) io credo che Paloma sia un personaggio molto più efficace ed abrasivo: impossibile restare indifferenti davanti a questa brillante fanciulla, e al modo impietoso con cui inchioda i conviventi alle loro ipocrisie e piccinerie.

L’eleganza del riccio – Muriel Barbery – Edizioni E/O – pp. 387 – EUR 18,00

 


“Il fondamentalista riluttante” di Mohsin Hamid

Febbraio 29, 2008

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Mohsin Hamid, scrittore e giornalista pakistano, ha studiato e vissuto a lungo negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna: nel suo secondo romanzo, “The Reluctant Fundamentalist”, pur rimanendo profondamente radicato alle tradizioni della sua terra, dimostra grande consapevolezza dei tratti dominanti della psicologia individuale e sociale dell’occidentale di successo.

Changez, il protagonista di questo romanzo-monologo, è un pakistano di buona famiglia che, dopo aver conseguito la laurea a Princeton, viene assunto da una esclusiva società di consulenza di New York. Comincia così la fase uno della vita, di Changez, in cui impiega ogni risorsa in un processo di totale assimilazione alla cultura che lo ospita, ed ai valori (o disvalori) che essa propugna come gli unici possibili: conoscenza scientifica, efficienza, velocità, omogeneità.

Se l’attentato alle Torri Gemelle produce la prima, conturbante incrinatura nella corazza di occidentalità che si è costruito addosso (“Vidi crollare le Torri Gemelle. E allora sorrisi“), il disperato ed goffo amore per l’infelice Erica innesca una spirale autolesionista. Changez comincia un velocissimo viaggio a marcia indietro: licenziamento e conseguente perdita del diritto a vivere negli USA, ritorno in patria, dove diviene un professore universitario fieramente anti-americano, coinvolto, apparentemente suo malgrado, in disordini e violenze. Ora che conosciamo la sua storia capiamo meglio anche chi sia veramente l’interlocutore assai poco casuale del torrenziale monologo di Changez: un agente della CIA.

“Il fondamentalista riluttante” è molto ben scritto, pieno di spunti di riflessione, brillante e struggente. Se piene di colorita bellezza sono le pagine in cui Changez descrive la sua famiglia in Pakistan, brutali sono i passaggi in cui, per bocca di Jim, un collega di Changez, Hamid espone il devastante cinismo della mentalità imprenditoriale a stelle e strisce.

La storia d’amore con Erica, personaggio delicato e struggente, è il vero cuore del romanzo: funziona tanto sul piano narrativo che su quello simbolico. La fanciulla inghiottita dal Nulla, infatti, è l’America del dopo attentato, in lutto, smarrita, alla ricerca di sé stessa, autodistruttiva e anemotiva. Changez, che pure la ama profondamente, dovrà, per possederla, fingere di essere qualcun altro, qualcuno che è morto. Credo che proprio in questo lacerante e morboso rapporto sessuale si concentrino ad un tempo l’acme patetico e l’essenza più pura del messaggio di Hamid.

Questo passaggio è talmente riuscito da far quasi dimenticare il fatto che nessuno ci spiega che cosa succede nella testa di Changez, ormai perfettamente avviato all’omologazione, quando, vedendo gli aerei abbattere il World Trade Center, provi quella inaspettata e criminale felicità di cui egli stesso si vergogna: che cosa ha scatenato questo odio? E soprattutto, perché il lettore non lo capisce?

 


“Piccoli crimini nell’età dell’abbondanza” di M. Kneale

Febbraio 28, 2008

kneale-light1.jpg“Piccoli crimini nell’età dell’abbondanza, raccolta di racconti di Matthew Kneale, scrittore britannico residente a Roma, è un libro interessante ma non del tutto riuscito. L’idea che attraversa tutti gli episodi è una sola e può essere così riassunta: di solito viviamo sicuri all’ombra di quella interpretazione di noi stessi che ci piace chiamare identità, ma un evento sconvolgente può corrodere l’involucro comodo con cui ci autorappresentiamo, mettendo a nudo una parte della nostra essenza su cui avremmo volentieri sorvolato.

Kneale declina il tema del cambiamento inatteso e delle inattese conseguenze attraverso vicende molto eterogenee per latitudine e contesto sociale: i suoi protagonisti possono essere un avvocato londinese o un aspirante kamikaze palestinese, un goffo tecnico americano o un contadino colombiano. La prima debolezza del lavoro, secondo me, è proprio nell’aver ampliato eccessivamente il raggio di osservazione a scapito della profondità: io credo, infatti, che uno scrittore risulti credibile se parla di cose che conosce a fondo, e se è in grado di oggettivizzare in una storia di fantasia il portato della sua esperienza diretta delle cose. Alcuni personaggi e alcune situazioni descritte in questo libro sono invece bidimensionali.

Un altro difetto risiede nel tentativo di dare una coloritura politica antiglobalista ed antiimperialista alla narrazione: la letteratura e la politica è bene che restino due cose distinte, altrimenti si dovrebbe pensare che amare Céline o Pound significa essere anche fascisti. Senza contare che l’atteggiamento militante danneggia ulteriormente lo spessore dei personaggi, rendendoli in qualche caso convenzionali: ad esempio la riccona è anche frustrata e cattiva, il trafficante d’armi è un amorale senza speranza e così via.

Ora che si è parlato dei difetti del libro, bisogna però dire che tre splendidi racconti giustificano l’acquisto del volume: Pietra, Polvere e Numeri. Pietra, narrando l’avventura di una famigliola inglese in viaggio “fai-da-te” nella profonda Cina, descrive in modo estremamente efficace la “sottile linea d’ombra” che separa un uomo perbene dal complice di un regime sanguinario; Polvere (perfetto per un eventuale adattamento cinematografico) evidenzia come la frustrazione possa funzionare da carburante per ardere ogni scrupolo perbenista – notevoli la figura della moglie dell’avvocato, terribile arpia dietro la maschera puritana – geniale il colpo di scena della chiusa; Numeri, invece, lavora in modo non convenzionale sulla tragedia della malattia e della morte di una persona cara, vista come elemento di disgregazione della famiglia e come catalizzatore delle sue piccole meschinità.

Piccoli crimini nell’età dell’abbondanza – Matthew Kneale – Fazi Editore – pp. 320 – € 17,00