Fabrizio Corona, simpatico mascalzone

Marzo 4, 2008

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Anche questa volta Fabrizio Corona ha fatto centro: con la sua ultima mossa, il tentato spaccio di una banconota falsa da 100 euro in un Autogrill, è di nuovo in mezzo ai guai. Se non bastasse, salta fuori che Corona tiene anche una pistola in casa, non si sa se regolarmente registrata o meno. Quanto basta per fare titoli sui giornali ed alimentare il mito di maledettismo all’amatriciana che si è abilmente costruito attorno durante i mesi bui dell’inchiesta giudiziaria a suo carico.

Quali obiettivi si propone una persona con tanti problemi con la giustizia quando cerca rogna in modo così stupido? Forse che Corona è a corto di contanti – veri? Vi sembra intelligente passare una banconota fasulla proprio ad un benzinaio, cioè uno che di banconote se ne vede passare sotto gli occhi a migliaia? Ad animarlo possono essere solo il gusto della sfida, coerente con la simpatica arroganza del personaggio, oppure la voglia di accendere (di nuovo) qualche riflettore su di sè.

A me sta simpatico questo monello che fa di tutto per rendersi repellente. Premetto: trovo le accuse contro di lui abbastanza ridicole: ad un certo punto ci sono state quattro procure italiane assieme ad agenti della Digos impegnati ad indagare su un commercio di fotografie rubate a soggetti mediocri che, pur godendo degli elevatissimi dividendi monetari e morali derivanti dal proprio status di persona pubblica, invocano la privacy quando vengono beccati a fare qualcosa che non vorrebbero si sapesse in giro. Questo è il paese, e questa la giustizia messa nelle mani di un PM che sperpera milioni di euro per perseguitare mignotte e pappa.

Certo, il lavoro di Corona non è una cosa di cui io andrei fiero, ma non spetta a me giudicare. Specie se le presunte vittime della presunta estorsione non sono né più brillanti né più oneste di lui. Mi piace il modo in cui Fabrizio si è descritto al Corriere: “Alla fine credo di essere un povero bullo colpevole solo di fare un mestiere del c…“.

E resta l’assurdità di un sistema in cui un pedofilo non solo non va in galera, ma firma in caserma  tenendo per mano la stessa bambina di cui pochi minuti dopo abuserà, mentre si può finire in carcere o ai domiciliari per aver venduto qualche foto. Poiché Corona non sempre fatturava le sue “vendite”, credo sarebbe stato più utile (e proficuo) indagare sulla sua posizione tributaria che su presunti episodi di estorsione. Ma parliamo sempre di un paese con un viceministro delle finanze con condanna definitiva per abuso edilizio…

C’è infine un’altra ragione per cui mi dissocio dalla generica esecrazione che spesso i benpensanti riservano a Corona: la sua intervista alle Iene. Qui viene fuori un ritratto molto interessante: un uomo tutt’altro che stupido e superficiale, e in qualche modo molto all’antica, perfino moralista. Dedizione totale al denaro, e conseguenti boutade spaccone, mitigate ed impreziosite dalla venerazione per la moglie. Non sono certo così ingenuo da bermi tutto quello che dice Fabrizio, ma lasciatemi dire questo: se è sincero, lo confermo, il personaggio è interessante. Se ha mentito, ha creato della fiction efficace.

 

 


Nessuna pietà per il boia di Bolzano

Febbraio 19, 2008

seifert_150703.jpgFinalmente. Michael Seifert, secondino del campo di concentramento di Bolzano e riconosciuto colpevole di ben 18 omicidi aggravati da un incredibile livello di sadismo, viene estradato in Italia dove dovrebbe scontare (a meno di qualche colpo di scena) la pena comminatagli ben 8 anni fa da un tribunale militare italiano: l’ergastolo. Su Radio 24, nel programma Viva Voce dell’ottimo Alessandro Milan, è possibile ascoltare la preziosa testimonianza della signora Marisa Scala, 88 anni, sopravvissuta al campo di concentramento di Bolzano, lo stesso dove quello scarto subumano sfogava i suoi istinti bestiali su prigionieri innocenti, spesso giovani e donne.

Nel 1951 Seifert è scappato in Canada, dove ha condotto da allora una vita del tutto “normale”, frequentando con la massima assiduità una parrocchia e addirittura ricevendo la comunione ogni giorno. Ora, nonostante l’inspiegabile inerzia della giustizia, che gli ha concesso una immeritata e lunghissima vacanza (non si era nemmeno preoccupato di cambiare nome) il criminale è stato finalmente deportato nel paese dove si è macchiato di irriferibili delitti: non c’è nessuna ragione per indulgere a buonismi o altri compiacimenti umanitari: il vecchio deve passare in carcere ognuno dei giorni che gli restano da vivere.

Questa vicenda è stimolane da diversi punti di vista: ad esempio perché mi ha consentito di fare l’esperienza della forza asciutta di Marisa Scala. Meritevole di attenzione è anche l’atteggiamento del parroco della chiesa frequentata da Misha (questo il soprannome del boia di Bolzano) nel corso del suo “periodo canadese”, il quale ha avuto il coraggio di definire “persecuzione” il pur lentissimo ed inefficiente corso della giustizia ai danni della sua fedele pecorella. E che tipo di materiale ci può essere dentro il cervello di un Seifert: demente serial killer fino al giorno x e cittadino modello a partire dal giorno x + 1? E’ possibile che non abbia mai ceduto ai suoi istinti assassini e sadici una volta riparato in Canada? E, a proposito, sapete che il Canada normalmente non riconosce i procedimenti giudiziari a carico di un contumace? E chi ha aiutato i vari Seifert a rifugiarsi in Nord America?


Laureati in mafia con il massimo dei voti: 41 bis

Gennaio 22, 2008

padrino2.jpgNon sfuggano gli aspetti psicologici, politici e giudiziari dell’ennesima vicenda lisergica raccontata da Magazine del Corriere della Sera ed immediatamente ripreso dal Times online: alcuni mafiosi durante il loro soggiorno nelle patrie galere hanno conseguito la laurea.

Tra gli uomini d’onore improvvisamente folgorati dal fascino della cultura c’è chi si è interessato di economia e di matematica, una scelta tutto sommato coerente, visto che prima di finire in gabbia hanno fatto carriera in Cosa Nostra, una delle più grandi multinazionali al mondo. Non manca però chi si è dedicato alla teologia, o chi (preziosi paradossi italici) è addirittura divenuto dottore in legge. Eh sì, lo stesso stato che condanna un killer mafioso al regime carcerario più duro previsto dall’ordinamento gli consente di riempire le lunghe giornate di isolamento bazzicando tra digesti e pandette. Un investimento dal sapore kafkiano, grazie al quale le risorse strappate dalle tasche dei cittadini onesti vengono usate per consentire ad assassini seriali e altra feccia umana di poter affrontare con maggiori probabilità di successo i procedimenti penali.

Se fini analisti sottolineano come il conseguimento di un titolo di studio costituisca solo l’ennesima declinazione dell’irresistibile brama di supremazia di questi criminali, desiderosi di provare la propria superiorità al resto del clan in ogni modo possibile, a me interessa rilevare che ai suddetti mafiosi lo stato consente l’iscrizione presso una facoltà a piacere sul territorio nazionale (peccato non sia ancora possibile attivarsi per un master, ma confido che qualcuno prima o poi ci pensi). Se poi il condannato sceglie “casualmente” si iscriversi presso un ateneo della città dove ha svolto le sue attività criminose, e dalla quale è stato volutamente allontanato tramite una condanna da scontare in un’altra regione, non mi stupirei tanto. Cosa che regolarmente avviene, a quanto riporta il giornale italiano, con tanto di traduzioni con scorta per recarsi all’università a sostenere gli esami. Insomma, se la polizia non risponde al 113 (a me è capitato anche questo), bisogna essere comprensivi: forse un paio di poliziotti sono stati mandati da Firenze a Palermo per scortare un mafioso all’università per consentirgli di sostenere un esame.

Si noti, infine, che tutti i condannati per mafia, tra cui i neo-dottori di cui sopra, sono (o per meglio dire sarebbero) sottoposti al carcere ex art. 41 bis. Si tratta di un regime talmente duro che la Corte di Giustizia europea, da tempo critica su questa misura restrittiva, “inumana” e “degradante” ha dato ragione a Santo Asciutto, killer della ‘ndrangheta condannato all’ergastolo, estensore di un ricorso basato sul mancato pronunciamento del tribunale di sorveglianza sulla ricorso del condannato contro l’applicazione del carcere duro entro i dieci giorni prescritti, condannando lo stato italiano a risarcirgli la somma di 5.000 euro. Pur riconoscendo che in questo caso c’è stata effettiva lesione dei diritti del condannato, e che quindi il ricorso era formalmente corretto, lo show dell’avvocato di Asciutto, funzionale alle esigenze processuali, e culminato nella frase ad effetto (“il 41 bis è la Guantanamo italiana”) crea il livello di confusione desiderata: poiché la corrispondenza di Asciutto è stata letta e censurata (come prevede il 41 bis) in pendenza del giudizio della Corte Europea, l’avvocato ha avuto buon gioco a sollevare, oltre alla (corretta) questione procedurale, anche la questione del diritto alla vita privata. Ovviamente, non biasimo l’avvocato perché fa il suo lavoro, se occorre anche mistificando, ma lo spettacolo della giustizia italiana e dei suoi paradossi non incoraggia il rispetto delle istituzioni, e aumenta la mia depressione.

 


Se avete paura dei giudici italiani…

Dicembre 11, 2007

sarah_bradley.jpg… pensate prima a quelli australiani. Lo scorso ottobre Sarah Bradley, giudice a Cairns, una cittadina di circa 120.000 abitanti nel Queensland, è stata chiamata a giudicare i nove uomini che si sono resi responsabili di un incredibile episodio di violenza di gruppo ai danni di una bambina di appena 10 anni. Risultato: i sei imputati più giovani sono assolti senza passare neanche un giorno in carcere, mentre gli altri tre (che hanno età comprese tra i 17 e i 26 anni) vengono condannati ad una pena di appena sei mesi, sospesa per un anno.

Se la condanna per questo orrendo delitto è ridicolmente lieve, addirittura agghiaccianti sono le argomentazioni del giudice – “la bambina probabilmente era consenziente ed era d’accordo a fare sesso con tutti gli imputati“, e quelle del pubblico ministero Steve Carter, dotato di una immaginazione talmente fervida da trasformare uno stupro di gruppo in una “forma di sperimentazione infantile“. A questo punto, è bene dire che tutte le persone coinvolte nel delitto, vittima e carnefici appartengono alla minoranza aborigena. Quali conclusioni possiamo trarre da questa folle sentenza?

1. la legge può essere applicata solo ai bianchi, la minoranza aborigena è costituita da subumani ai quali sarebbe sciocco applicare gli stessi criteri validi per gli altri australiani di diversa appartenenza etnica;

2. i bambini sono dotati della piena facoltà di intendere e di volere e quindi possono validamente partecipare ad attività sessuali al pari degli adulti;

3. lo stupro va ricondotto nell’ambito delle sperimentazioni, di cui probabilmente costituisce una variante estrema.

Non è difficile immaginare il potenziale di tossicità sociale che si nasconde dietro simili aborti di pensiero; un sabotaggio particolarmente grave in un paese che, dopo la pubblicazione del rapporto “I bambini sono sacri”, è stato costretto a guardare in faccia l’orrore: nei territori aborigeni il diffuso alcolismo, combinato a bassa autostima, devastazione culturale e bassi livelli di scolarizzazione sono tra le concause di un numero talmente aberrante di violenze sessuali sui bambini da far gridare all’emergenza nazionale: al punto che l’ex Primo Ministro conservatore John Howard si è spinto a prevaricare le prerogative tipiche del Territorio del Nord per imporre nelle aree aborigene una politica di stampo repressivo basata sul proibizionismo (alcol e pornografia sono controllati) e sul controllo della spesa dei beneficiari di sussidi pubblici (obbligati ad utilzzarne almeno il 50% per cibo e altri beni di prima necessità).

Fermo restando il mio giudizio sulle scarse possibilità di successo del proibizionismo, perfino io (che mi sono sempre considerato di idee libertarie) mi domando se la situazione non sia talmente grave in quella zona che non resti proprio altro da fare. Mi sono fatto infinocchiare?


Toga matta colpisce ancora: violentare una ragazza disabile è solo una marachella

Novembre 30, 2007

ermelliniIn provincia di Campobasso, un tassista di 69 anni, incaricato di accompagnare ogni giorno a scuola una minorenne affetta da un handicap psichico, la violenta ripetutamente. Sottoposto a giudizio, se la cava con una blanda condanna a 3 anni e 8 mesi. Dopo “solo” nove anni, però, la vicenda non è ancora chiusa: la corte di appello di Campobasso non solo ha ridotto la pena a 2 anni, ma ha anche sospeso la sua efficacia. La cosa più esilarante è la motivazione a supporto della surreale sentenza: “il fatto è di lieve entità“: ripetiamolo, per favore: violentare ripetutamente una minorenne disabile è un fatto di lieve entità.

Caso emblematico dello stato della giustizia in Italia: sentenze inadeguate, procedimenti giudiziari interminabili, giudizi farneticanti, impunità diffusa. E’ troppo sostenere che questo sistema marcescente e autoreferenziale è il paradiso dei criminali nazionali e una irresistibile calamita per la feccia dell’Europa?


Violenza carnale del marito: c’è voluta la Cassazione…

Ottobre 1, 2007

Questa volta non ma la prendo con la suprema corte e con i suoi ermellini, ma con la barbarie tipica del mio paese. La sentenza n. 35408 del 25 settembre 2007 ha decretato che un uomo che costringe una donna ad un rapporto sessuale commette un reato, anche se tra i due esista un rapporto coniugale o para-coniugale. Benché tautologica, questo pronunciamento farebbe onore al giudice che l’ha emesso, se solo non arrivasse fuori tempo massimo.Ripercorriamo dunque la vicenda sulla quale la Cassazione è stata chiamata ad emettere il suo giudizio: storia triste e penosa di una donna del sud con un passato di violenze, costretta a subire pugni, calci ed abusi sessuali anche dal marito, che maltratta anche il figlioletto; sei anni di questo calvario, e poi, due anni dopo la separazione, il gentiluomo trascina la poveretta in Calabria, presso la casa del cognato, dove, forse in ricordo dei bei tempi andati, la stupra di nuovo. Scatta, finalmente, la denuncia penale. In un paese normale, una volta provati i fatti, quest’uomo sarebbe stato

velocemente condannato e avrebbe passato un periodo in carcere a riflettere su sé stesso e sul suo uccello… Ma siamo in Italia, per cui un avvocato può sostenere liberamente che tra moglie e marito esista in ogni caso un “consenso putativo” al rapporto sessuale, in grado di mitigare, quando non di lavare via la violenza – e nessuno ha riso. Anzi: ci sono voluti tutti i gradi di giudizio per confermare che uno stupro è uno stupro e che le relazioni giuridiche o di fatto in essere tra vittima e carnefice non cambiano di una virgola l’orrore del fatto e che non esiste per la legge italiana il diritto al sesso, nemmeno tra coniugi o conviventi. 6 anni per scoprire l’acqua calda. Ma forse stupirsi ed indignarsi è fuori luogo. Una misura dell’arretratezza culturale in cui si dibatte l’Italia si ricava dal fatto che, ho appreso da un forum, c’è voluta una legge del 1996 (la 66 del 15/02/1996) per stabilire che lo stupro non è un delitto contro la morale e contro il buon costume (pubblici) ma contro la persona.Per avere un’idea di quello che accade altrove, negli Stati Uniti, nel lontano 1975 lo stato del Sud Dakota ha per la prima volta stabilito che la relazione coniugale non costituisce impedimento per agire legalmente contro lo stupratore che violenta la moglie (o la ex moglie, o la moglie da cui è separato); già dal 1993, questo principio vale per tutti gli stati dell’Unione, anche se, a quanto si legge qui, in ben 33 Stati sono previste attenuanti in caso di “spousal rape”.


Cronache da Fantaitalia: licenziata per aver "denigrato" l’azienda

Settembre 17, 2007

Non so, io sono pure animalista, ma ogni volta che mi tocca sentire una cazzata pronunciata dagli “ermellini”, mi viene il sangue agli occhi. In questo blog si è già dato spazio alla demenziale sentenza secondo la quale l’uso del telefono aziendale per mandare qualche SMS privato costituirebbe un vulnus talmente grave al rapporto di fiduciario tra datore di lavoro e dipendente da giustificare la rescissione unilaterale del contratto da parte del primo; oggi è la volta della sentenza n. 19232 del 14 settembre 2007, con la quale i “supremi giudici” sostengono che perfino il “parlare male” dell’azienda per la quale si lavora può costituire una giusta causa per licenziare il dipendente contestatore.
Il principio in sé è odioso, perché a mio avviso è mirato all’intimidazione preconcetta ed indiscriminata di ogni e qualunque forma di dissenso all’interno di un’organizzazione: è vero, non sempre le critiche che si sentono negli uffici rispondono esattamente alla realtà dei fatti (chi mi conosce pensi alle mie) ma è pur vero che il dissenso argomentato ed espresso civilmente di una persona capace (e pertanto utile) può essere essenziale per l’identificazione e la risoluzione di problemi e quindi per il miglioramento del processo produttivo e della società in generale.Se cerchiamo in qualche modo di scendere dalle vette siderali dove risiedono i cervelli atrofizzati dei nostri giudici di cassazione al caso specifico che ha scatenato l’ennesimo sentenza-monstre, scopriamo che all’infermiera licenziata sono state contestate “espressioni offensive sulla capacità e sulla professionalità del personale” e “la divulgazione di addebiti contenuti in una lettera di contestazione relativi al ritrovamento di prodotti scaduti presso il blocco operatorio”. Tradotto in italiano, la poveretta aveva probabilmente dato dell’incompetente ad un collega che (per dire) somministrava ai pazienti farmaci errati e potenzialmente letali, e si è spinta a dare rilevanza formale (una nota scritta) ad eventi gravi e anche qui estremamente pericolosi (presenza di medicamenti scaduti in sala operatoria).

Insomma (ammettendo che le lamentele dell’infermiera rispondessero a verità) fare il proprio dovere nei confronti del datore di lavoro e dell’umanità può essere un’attività censurabile e costituire giusta causa di licenziamento. Tanto più che la “suprema” corte non entra nel merito della verità o meno delle contestazioni della dipendente, ma si limita a soppesarne il valore negativo in termini di immagine; in altre parole, la sentenza ci dice che, se scopriamo che la nostra azienda vende armi di nascosto ai bambini soldato, dobbiamo stare zitti e non dirlo a nessuno (neanche internamente) perché potremmo lederne l’immagine! Insomma, può succedere di tutto, basta che non si sappia in giro, anzi basta che chi lo sa se lo tenga per sé. Grazie, “supremi giudici” per aiutarmi a credere in questo paese.


Evviva i Culattoni!

Agosto 9, 2007

Dopo le esternazioni di quel lobotomizzato di Gentilini, oggi sentiremo i Dead or Alive, Right Said Fred!, i Culture Club, i Bronski Beat e qualche pezzo dei Queen. Pezzi musicali contro pezzi di merda.

Il perfetto italiano

Luglio 18, 2007
Sono migliaia, che dico, milioni gli Italiani che hanno chiesto a Selva di non dimettersi. Ai quali sommessamente mi aggrego. Se pensiamo, infatti, che in Parlamento si debbano trovare persone che rappresentino l’Italiano medio, proprio non riesco a pensare ad alcun tipo antropologico di Italiano più paradigmatico dell’ineffabile senatore emiliano, così pieno di inventiva e allegramente ignaro del principio di non contraddizione.
Fatto Uno. Lo scorso 10 giugno, Selva, per aggirare le misure di sicurezza predisposte per la visita di Bush a Roma, finge un malore e si serve di un’ambulanza come di un taxi per raggiungere lo studio de La 7, dove è atteso ad un talk-show.


Fatto Due: Una volta in studio, prima si vanta in diretta televisiva della bravata, e poi esterna con la massima serenità che:
a) ha effettivamente avuto un piccolo malore causato dai suoi problemi di cuore e una volta raggiunto l’ospedale San Giacomo, abbia poi deciso di farsi dare uno “strappo” fino a via Teulada;
b) (preoccupato del fatto qualcuno dei suoi figli possa essere all’ascolto) sta benissimo;
c) ha agito preda dell’istinto incoercibile di ogni buon cronista;
d) ha fatto il “cliente misterioso” del servizio di emergenza, per verificarne il livello qualitativo.
e) il servizio reso dall’ambulanza in fin dei conti poteva essere migliore, dato che è arrivato con oltre mezz’ora di ritardo

In una successiva intervista radiofonica, afferma l’ardita tesi secondo la quale il fatto di apparire in un talk-show sia una delle prerogative istituzionali del lavoro del parlamentare (ma probabilmente quest’ultima perla gli è stata suggerita da un avvocato, preoccupato di far figurare il comportamento indecente del suo cliente come legato alle prerogative del suo status di parlamentare).

A caldo
Il cittadino comune, irritato dall’inarrestabile flusso di evidenza empirica della disastrosa frattura esistente tra paese reale e paese legale, prova ogni sorta di sentimenti di rabbia e frustrazione di fronte all’indicibile arroganza di Selva. Poiché sono sicuro che la condotta del “disonorevole” comporta un reato e vorrei vedere chi si potrebbe azzardare a sostenere che il comportamento delittuoso sia stato commesso nell’esercizio delle sue funzioni di parlamentare o per finalità ideali, dovrebbe essere incriminato (come capiterebbe a me nella medesima situazione). E’ invece il suo partito, sopraffatto dall’imbarazzo, ad obbligarlo al beau gest delle dimissioni, presentate l’11 giugno.

A freddo
Selva ci pensa un po’ di giorni e, una volta accertatosi che nessuno, nemmeno i camerata, è in grado di salvarlo in un’eventuale votazione sulle sue dimissioni, ieri le ritira. Qualcuno (dei loro) dice che il nostro Parlamento costa diverse volte quello che costa l’omologo organismo di paesi civili, ma che questo aggravio è giustificato dalla importante mole di lavoro effettuato dai deputati e dai senatori: orbene, sappiate che il nostro Selva ieri ha passato ben 30 minuti a spiegare agli “onorevoli” colleghi le ragioni che lo hanno spinto a ritornare sui suoi passi. Anche qui, la coerenza ed il rigore delle sue argomentazioni sono stupefacenti per sincerità e senso alto dello stato:

a) sono stati i numerosissimi attestati di solidarietà dei suoi elettori veneti, terrorizzati all’idea che un assurdo caso di persecuzione politica possa condurre al suo allontanamento, a convincerlo al duro passo (si noti che è stato eletto a liste bloccate, cioè la “sua” gente non ha scelto lui, ma il suo partito;
b) (poiché il suo seggio, qualora disgraziatamente dovesse separarsi dal suo annoso sedere, verrebbe attribuito ad un altro personaggio di AN, che dopo la trombatura, viene dato dai bookmakers pericolosamente vicino al centro-sinistra) Selva pronuncia l’altrimenti incomprensibile frase “un voto in meno del centro-destra è un giorno in più del governo Prodi”
c) le intenzioni di Selva sono pure, in pratica ritira le dimissioni per evitare al Senato una brutta figura di fronte all’opinione pubblica: “Lo faccio per rispetto vostro. Se voi mi assolvete potrebbe sembrare la casta che si autodifende”.
c) davvero imperdibile l’appropriata citazione di Mussolini, con cui Selva conclude il memorabile intervento.


Insomma, Selva ha dimostrato di essere un nostalgico ipocrita e opportunista oltreché un bugiardo patologico: dunque non è giusto che esca dal Parlamento.



Fantaitalia: licenziato per uso improprio del telefonino aziendale

Luglio 10, 2007

La “Suprema” Corte di Cassazione – che io immagino essere un posto grande e polveroso dove siedono degli uomini vecchissimi e serissimi con le loro toghe impataccate e lise, convinti che uno stupro sia impossibile se la vittima indossa i jeans, o che le sue conseguenze sulla psiche della donna siano trascurabili se lei non è vergine – non perde occasione per sfidare il buon senso e assassinare quel poco di rispetto per le istituzioni che ancora alberga in alcuni indignatissimi Italiani: in un paese in cui alcuni addetti aeroportuali di Malpensa, sorpresi dalle telecamere interne a rubare i bagagli dei passeggeri, non hanno perso il posto, è però un fatto gravissimo, tale da giustificare la risoluzione unilaterale del rapporto lavorativo, il fatto che un dipendente (di una società telefonica!) abbia mandato qualche SMS o abbia fatto qualche telefonata privata dal telefonino aziendale. Particolarmente esilaranti nello stile (pomposo) e nel merito le ragioni alla base di tanto rigore: le telefonate rubate costituirebbero un grave inadempimento contrario alle norme del comune vivere civile” (mentre invece spiare tutti gli italiani, “suicidare” i dirigenti, fregare gli azionisti configurano una condotta perfettamente conforme alle regole del vivere civile); senza contare che il licenziamento dell’operaio è stato validato dai “supremi” a causa degli “indebiti vantaggi conseguiti dal dipendente in danno della datrice di lavoro“; posso anche essere d’accordo sugli indebiti vantaggi, ma non sono poi così sicuro che l’utilizzo improprio di un cellulare aziendale intestato alla stessa società telefonica sia davvero in danno alla Telecom: io credo piuttosto che, poiché in questo caso il fornitore e il fruitore del servizio rappresentano lo stesso soggetto giuridico, non esista alcun costo per la società (se non quello figurativo) e quindi nessun danno. Ma è solo l’opinione di uno che passa per strada. Di pessimo umore.