“Salvare il capitalismo dai capitalisti”

Gennaio 17, 2008

northern-rock.jpgCosì recita il libro scritto dal professor Raghuram Rajan assieme al collega Luigi Zingales, la cui tesi può essere così riassunta: il libero mercato, per produrre opportunità e sviluppo, deve essere difeso da chi vi occupa nel posizioni dominanti e si oppone al dispiegarsi degli effetti benefici della competizione. La società – e quindi il governo – deve dare una mano per garantire al mercato di essere veramente libero. Sembra quasi un paradosso, ma a me pare un approccio cristallino ed efficace.

In un recente articolo sul Financial Times, Raghuram spiega che crisi sistemiche come quelle innescate dai mutui sub-prime sono causate dai bonus concessi ai manager delle merchant bank: poiché essi vengono remunerati sulla base dei profitti che portano a casa, ma se le loro strategie producono disastri non subiscono conseguenze, esiste un robusto incentivo a mettere in atto comportamenti pericolosi. A riprova di questa tesi si pensi che Morgan Stanley, che pur avendo annunciato 9.4 miliardi di dollari di perdite nel quarto trimestre 2007 ha visto nello stesso esercizio crescere il valore delle risorse destinate ai bonus del 18%.

Per aggiungere valore (o “alfa”), un buon finanziere può sfruttare le seguenti leve: 1) fiuto; 2) attivismo; 3) creatività. Si ha fiuto quando si riesce a capire quali attività sul mercato sono valutate meno delle loro effettive potenzialità. Per attivismo si intende l’abilità di “comprare controllo” in un’azienda e lavorarci sopra in modo tale da modificare il payout del titolo azionario che la rappresenta. Quando si creano a tavolino strumenti o flussi di cassa ritagliati per investitori o esigenze specifiche, invece, si è creativi (a meno che non si stiano sfruttando i punti deboli o l’ignoranza della controparte – accade anche questo).

Solo un pugno di individui ha la stoffa per creare vero “alfa”; un sistema premiante basato sul profitto di breve periodo tende però a far prosperare altri soggetti che generano un “falso alfa” mettendo in atto strategie con ritorni sensibilmente superiori alla media quale contropartita di una perdita drammatica anche se assai improbabile. Esattamente quello che hanno fatto alla Northern Rock, prendendo a prestito a breve e finanziando a lungo periodo – si suppone di quando in quando raccogliendosi in preghiera per scongiurare l’improbabile crisi di liquidità che si è però realmente verificata.

Poiché dunque l’abilità dei manager finanziari si misura nel lungo periodo, Raghuram Rajan propone di mantenere una parte rilevante del loro stipendio in un conto vincolato, con la possibilità per gli azionisti di riprenderselo in tutto o in parte se la strategia che ha funzionato bene per un po’ finisce in un disastro.


Kill Switch: la mafia di Redmond colpisce ancora

Dicembre 4, 2007

insured by mafiaIo odio Microsoft. Per questo cerco di usare il sistema operativo alternativo Ubuntu (una distribuzione di Linux), completo, intuitivo e soprattutto gratuito; se obbligato a comprare un prodotto Microsoft, sceglierei comunque XP, evitando accuratamente quell’immondizia di Windows Vista.

Comunque, sembra che ogni sfigato che compra un pc nuovo con sistema operativo Vista di Cosa Nostra – Microsoft, sia obbligato a registrare la sua copia della licenza su internet prima di permettere alla sua macchina di funzionare – come dire, quando vado a comprare un’automobile, prima di poter girare la chiave, devo presentarmi in un commissariato e fornire prove legali che ho comprato legalmente la benzina.

Merito (si fa per dire) di un tool on line (identificato dall’ironico nome Windows Genuine Advantage) il cui scopo nella vita è di rintracciare tutti i cybercriminali che vogliono usare le porcherie di Microsoft senza pagargli il pizzo. Se questo software legge un seriale che per qualche ragione non lo convince, disabilita alcune funzioni del sistema operativo. La funzionalità, già sufficientemente discutibile se ben implementata, diventa suicida se, come sembra sia accaduto, allarme (e sanzione) scattano regolarmente anche su copie perfettamente regolari.

Pressata dalla giusta ira di milioni di vittime del racket che, dopo aver pagato per la protezione, non riescono ad usare il loro pc, la software house ha rilasciato oggi un comunicato stampa con il quale si annuncia la rimozione del “killer switch” (la sanzione che disabilita alcune funzionalità del sistema operativo). “E’ solo cambiata la tattica, non la strategia” promettono comunque da Richmond.  Quindi prepariamoci ad altre chicche.


Sooreh Hera: come diventare qualcuno essendo solo un bel visino

Dicembre 3, 2007

sooreh hera ridicolous scandal

Piccolo grande fasullo scandalo olandese. Una sedicente artista di origine iraniana, evidentemente a corto di idee, ma con una bella faccia (in tutti i sensi) confenziona uno scandalo in provetta per far abboccare il Corriere della Sera, che, eccitato dal possibile sviluppo emoglobinico della vicenda, pubblica in prima pagina un bel take della ragazza. Non riuscendo a trovare niente di più interessante, Sooreh Hera è andata sul sicuro, tirando una bella legnata alla cieca nella cuccia dove dormono gli estremisti islamici: se non un mozzico, almeno un po’ di casino è riuscito a rimediarlo, anche se solamente in una provincia lontana dell’impero come l’Italia, confusa e nevrotica come una fanciulla in fiore.

L’idea? Fotografare coppie di gay era troppo semplice, anche se a uno dei due manca un braccio. Allora perché non mettere in faccia ad una coppia di uomini omosessuali le maschere rispettivamente del profeta Maometto (il tipico nome degli orsetti a quanto sembra) e del genero Alì: come dire il vostro profeta è un frocio. Io odio gli estremisti di tutti i generi e con qualunque etichetta si presentino, ma questo esercizio, oltre a non rappresentare niente di speciale, e tantomeno di artistico, non so che senso possa avere. Se non istigare qualche deficiente che finisce per piantarti un coltello nel cuore in un parco. Segue revival neo-nazista con marcia a passo oca.


Le mutande di Victoria Beckham

Novembre 3, 2007

fetish2.jpgLe Spice Girls tornano assieme per promuovere il loro ultimo sacchetto di patatine unte (si noti, 13 brani vecchi e ben due – diconsi DUE brani nuovi, certo di quelli che il povero John Lennon, rosicherebbe come un matto a non aver scritto finché era in vita). Singolo biodegradabile al 100%, con allegato video tristissimo e paesano, con le cinque strappone che, pur botulinizzate, sostenute da stringhe e ferretti, paludate da furbi giochetti di regia nel video plasticoso, dimostrano tutti i loro anni. Nell’impossibilità di attirare l’attenzione del pubblico con i contenuti artistici, al fine di cercare di pompare le vendite della compilation in uscita, i “maghi della comunicazione” sono ricorsi ad uno di quei patetici mini-scandali costruiti in consiglio di amministrazione che, in mancanza di meglio, possono risultare utili. La triste e pacchianissima Victoria (che di affascinante ha solo il nome, che non so perché, mi fa pensare ad una tea room londinese in un pomeriggio piovoso di inverno) non ha trovato di meglio che farsi riprendere un tantino (ma solo un tantino, intendiamoci) discinta – ma sempre firmatissima, come ogni borgatara che si rispetti, a fare moine in simil-sado-maso su una sedia. Nel complesso uno spettacolo che sta all’erotismo come Emilio fede sta al giornalismo. Tanto è bastato per costruire, mercé il funzionale grido d’orrore di un qualche dirigente della superciliosa televisone di stato britannica, un nano-scandalo con tanto di intervento censorio.

Scoccia ammetterlo, ma le comunicazioni di massa funzionano così: una mollica sembra pesare più di un camion articolato. A questo proposito, apro una breve parentesi su un gruppo di lobotomizzati che si autodefinisce Chiesa Battista di Westboro, che in America (dove se no?) si è distinto negli ultimi mesi per aver inviato suoi rappresentanti ai funerali di militari uccisi in Iraq con simpatici cartelli che recitano “Dio odia i froci”. Sembra che questa banda di dementi, che ha fatto un lavoro di comunicazione incredibilmente efficace, consti in effetti di 75 membri, compresi i familiari del fondatore di questo “hate group”, il (cosiddetto) reverendo Phelps: meno di cento disturbati mentali, presenti in televisione in diversi posti diversi, danno l’impressione di essere un gruppo numeroso e con una significatività statistica che semplicemente non c’è. Chiusa parentesi.

Eppure devo confessare che – mercè il richiamo adolescenziale che le cinque sgallettate esercitano sulla mia coscienza, vellicata da sollecitazioni meno sublimi ma in fondo non dissimili dalla proustiana madeleine – ho scorso l’articolo sul sito del Corriere, e ho perfino deciso di fare l’investimento di sprecare qualche minuto del mio prezioso tempo a visionare almeno la parte “incriminata” del penoso filmato (edizione integrale, s’intende). Apprendo così che la bianca gallinella britannica, pur apparendo in biancheria intima e stivaloni (che classe, che originalità) ha comunque addosso merce per oltre 2.000 euro: mi viene in mente quante cose farebbe Medici Senza Frontiere con una somma simile.


Mio figlio è omofobo; spero che sia solo una fase

Ottobre 25, 2007

lesbian kissQuesto è un paese di buffoni, dove ambiguità, ipocrisia ed opportunismo, più che strategie di sopravvivenza, sono riflessi condizionati. Un paio di giorni fa Agostino Fragai, Assessore ai Diritti dei Cittadini in Regione Toscana (un incarico di cui in altri paesi non si sentirebbe mai la necessità) indice una conferenza stampa per presentare una campagna della Regione contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. L’esca è costituita da un manifesto (preso in prestito da una ONG canadese) nel quale si vede un neonato che indossa un braccialetto di plastica al polso sul quale, anziché il nome, appare la scritta “omosessuale, claim: “l’orientamento sessuale non è una scelta“. La stampa abbocca, Fragai riesce nel suo vero obiettivo: conquistare qualche prima pagina. Si scopre così che il vero scopo dell’operazione è quello di fare pubblicità al “Festival della creatività”, guarda caso promosso dalla Regione Toscana ed organizzato dalla Fondazione Sistema Toscana. Ci sarebbe già parecchio da dire, ad esempio su come un tema importante venga sfruttato per fare pubblicità ad una iniziativa che altrimenti avrebbe avuto ben poco spazio sui medi; o sul strano concetto che di creatività hanno in Toscana, visto che si limitano a tradurre dal francese le idee degli altri.

Ma il vero punto è un altro: il messaggio veicolato dal manifesto che Fragai ha scelto allo scopo di attirare l’attenzione è sbagliato ed affronta la questione in un modo talmente balordo che finisce per essere discriminatorio. Infatti, se l’orientamento sessuale non è una scelta e per provarlo si mostra l’immagine di un bambino “nato” omosessuale, si sta veicolando implicitamente una visione esclusivamente genetica dell’omosessualità; non solo, ma sembra anche che essere omosessuale costituisca, di per sé, uno status non desiderabile, problematico, specie per la maggioranza eterosessuale. Riassumendo, tu, che sei gay, nella migliore delle ipotesi, sei una persona menomata di una sua qualche funzione essenziale; tuttavia non è colpa tua se sei “così”, ma dei tuoi geni, e per questo tutte le persone “normali” ti devono trattare con comprensione e rispetto. Io non sono un esperto, ma il buon senso mi dice che non esiste una omosessualità esclusivamente genetica: come accade per ogni altra caratteristica del comportamento umano, alla componente genetica si ne deve aggiungere una di condizionamento esterno (sociale, familiare, storico) e, ovviamente, una basata sulla volontà dell’individuo. Tanto è vero che nel mondo occidentale di oggi non fa più scandalo il comportamento sessuale ambivalente etero-omo (anche se bisogna considerare che essere o almeno dichiararsi bisex è molto chic… ).

Soprattutto mi scandalizza il pensiero che, analizzando il fenomeno dell’omosessualità, si possa (ancora!) fare riferimento alla categoria della colpa: è colpa di mia madre, delle poche bistecche che ho mangiato, del fatto che mi hanno fatto sentire troppi musical quando ero piccolo? Per come la vedo io, l’omosessualità è un comportamento totalmente neutro; al massimo posso concedere che per la persona che non riesca ad agirlo con serenità, specie a causa dei condizionamenti culturali, si renda necessario un (duro) percorso di scoperta ed accettazione di sé stessi e dei propri desideri. Ma, se anche volessimo annettere al fattore genetico un’importanza decisiva (che secondo me non ha) cosa ci impedisce di trattare ogni altra occasione di discriminazione e di pregiudizio scritta nei geni (sesso, pigmentazione) nel modo proposto da Emergence: “il colore della pelle non è una scelta”, “essere donna non è una scelta” – e se lo fosse? Vorremmo forse nascere bianchi se ci piace essere neri? Vorremmo forse nascere uomo anche se ci piace essere donna?

In Gran Bretagna è stata ideata un po’ di tempo fa il Terrence Higgins Trust (una Charity britannica intestata alla memoria di Terrence Higgins, morto di AIDS nel 1982) ha ideato una campagna antidiscriminazione molto intelligente dal titolo “It’s prejudice that’s queer” (“E’ il pregiudizio ad essere stravagante”, ma “queer” in inglese queer vuol dire anche “checca”): i claim dei tre manifesti sono ugualmente brillanti ed ironici: “Mio figlio è omofobo; spero che sia solo una fase…“; “Non si dovrebbero lasciare gli omofobi soli con i bambini” e “Non sopporto gli omofobi, specie quelli che si vantano di esserlo“. Ma forse questi giochi di parole che sabotano triti luoghi comuni sostituendo omofobo a omosessuale, erano troppo raffinati per la Fragai e per la Regione Toscana.


Fendi: una Grande Muraglia di ipocrisie

Ottobre 23, 2007

 

fendi-china.jpgLo scorso 18 ottobre 80 metri della Grande Muraglia cinese ad un’ora a nord di Pechino (Juyongguan) si sono trasformati in una passerella: un’idea della casa di moda italiana Fendi (Gruppo LVMH), che lì ha presentato una sua collezione. Premetto che ho antiche e fondate ragioni di avversione verso la cosiddetta “maison romana”, personali, ideali e professionali. Detto questo, il cosiddetto “evento”, che alla stampa “specializzata” ha provocato artificiali spasmi di gioia e prezzolati commenti celebrativi, pur nella sua vacuità, merita qualche commento; in fondo ha una sua valenza in quanto paradigma di un mondo sciocco, fasullo e deprimente (e non parlo solo del mondo della moda, al quale è fin troppo facile appiccicare queste tre etichette).

Prima di tutto, la lugubre ed interminabile teoria di vessilli neri con l’effigie gialla (la celebre doppia F, recentemente alleggerita da qualche genio del design) produce un’atmosfera a metà tra festa del partito nazionalsocialista berlinese e fiera per aficionados di SMBD (Sado Maso Bondage & Domination).

Le modelle (cinesi e russe, manovalanza da pochi soldi e di scarsissima importanza) hanno dovuto sfilare a chiappe all’aria per quarantacinque minuti alla gradevole temperatura di 5 gradi centigradi (una sfilata dura mediamente un quarto d’ora). E’ vero che si tratta pur sempre (in Oriente come in Occidente) di carne in vendita, e la carne, si sa, va conservata al fresco, ma questa assurda tortura cui delle persone si sottopongono volontariamente spazza via quel poco di speranza che ancora è lecito riporre nel futuro dell’umanità.

Fendi ha “investito” in questa operazione mediatica una somma tra i 7 e i 10 milioni di euro. Ora, io non sono un pauperista, ma ritenere ammissibile che un’azienda butti una somma di questo tipo in aria fritta è un’altra cosa che proprio non mi va giù. Ci sarà qualche realista che dirà che il mercato cinese è fatto di gente che brama di arricchirsi in modo tale da poter acquistare oggetti bruttini ma firmati con un mark up del 600%; e io rispondo: oh mio dio. Se poi qualcun altro mi parla di investimento emozionale o di compravendita di sogni artificiali, vomito. Io amo sognare, ma per questo ci sono le parole dei poeti e la luminosa creatività che permette di fare cose meravigliose con niente: per esempio le ombre cinesi.

Sulle dichiarazioni stentoree, egotiste per non dire autoerotiche della dirigenza Fendi, presente in gran pompa a Pechino, sarebbe forse opportuno sorvolare, per pietà. Ma avendo letto dei lucciconi di Carla Fendi, non posso più astenermi. E dunque: Michael Burke, Amministratore Delegato della “stella italiana” del bouquet parigino, si è abbandonato ad un flusso della coscienza a base di fantasie imperiali: una delle ragioni del successo dell’evento, ha argomentato, è il fatto che Roma era un impero e così pure la Cina. Eppure dietro questa colossale sciocchezza si nasconde un frammento di verità: in fondo, gli imperi, da che mondo è mondo, si sono sempre fatti la guerra. Silvia Venturini, che è una di quelle patetiche italiane che adottano un secondo cognome celebre quando il primo non richiama alla mente niente di particolare (infatti si fa chiamare Venturini Fendi), merita una menzione particolare: in preda al delirio di onnipotenza, dichiara di voler organizzare un’altra sfilata sulla luna (Michael Burke prego prenda nota e contatti Richard Branson per un preventivo) per poi chiosare: “(…) questa sfilata non è un evento commerciale, speriamo abbia soprattutto una forza simbolica: la moda è un linguaggio universale che non conosce barriere linguistiche.” E’ universale anche il grido silenzioso che si leva dall’oppresso popolo cinese, piegato da un regime cui vendiamo i nostri strapagati gingilli firmati.

 


Finanza internazionale: situazione disperata, ma non seria

Agosto 18, 2007
Da liberisti, crediamo nei liberi mercati. Liberi, appunto. Per questo mi fanno rabbia le iniziative della Banca Centrale Europea e della FED, che hanno calato le braghe terrorizzate dalla possibilità di una crisi sistemica provocata dall’ingordigia e dall’irresponsabilità dei soliti sospetti – gli hedge fund e le banche d’affari.
Primo: il peso dei derivati nella finanza globale sta diventando ridicolo. Si pensi, a titolo esemplificativo, che oggi si gestisce o si specula sul rischio di credito acquistando o vendendo contratti su indici di prodotti derivati sul rischio credito (ITRAXX per esempio): questo perché non essendo sempre disponibili obbligazioni con le caratteristiche desiderate dall’investitore, quest’ultimo si rivolge ad un contratto astratto (un indice su una serie di scommesse) che possa fare al suo caso. Un po’ come un tizio che non trovando una donna, si soddisfi pienamente con il cyber-sesso.
Secondo: il caso LTCM (Long Term Capital Management) l’hedge-fund di Merton e Scholes (due premi Nobel!!!) che nel 1997 stava per creare una crisi globale se non fosse stato per la FED, che mettendo attorno al tavolo le più grosse banche USA, organizzò un prestito sindacato a suo beneificio, sembra essere stato dimenticato. La storia, evidentemente, non è più maestra di vita, almeno per qualcuno, che a quanto pare è sempre al di sopra e al di là di ogni regola di business e di vita civile.
Terzo: ho visto svariate presentazioni di banche d’affari aventi ad oggetto le cosiddette Asset-Backed Securities, prodotti strutturati costruiti a tavolino mischiando cartolarizzazioni di qualità eterogenea (alta, media, bassa) e mi sono sempre chiesto: senza credere nel dogma della transustanziazione finanziaria, come possono delle “fettine” di mutui non performanti ficcate dentro un silos che contiene mille altre cose poco comprensibili a mo’ di ragù nella lasagna, diventare un asset AAA (che è un po’ come dire Est! Est! Est!, per gli appassionati di vino dei Castelli). Io, mi sono meravigliato, ma le rating agencies, che, previo esborso di sonanti bigliettoni, mettevano il loro imprimatur su quelle porcherie, no. Adesso, però, lanciano alti guai e grida disperate di allarme.
Insomma, nonostante il precedente, gravissimo caso LTCM, in dieci anni la finanza non ha fatto che aumentare il grado di sofisticazione e di astrazione delle strategie e dei prodotti senza che i regolatori internazionali riposavano. Ancora oggi, ad esempio, un fondo scavezzacollo che si indebita per miliardi di dollari in yen per poi investire in derivati strutturati di credito denominati in altre due divise, può fare molti soldi – finché c’è liquidità in giro. Ma non appena la gente cominci ad avere paura, rimane bloccato, finché è costretto a smobilizzare le sue posizioni in perdita, creando collassi incrociati in mercati diversi per tipo e per divisa.
Certo, sarebbe molto bello vedere gli speculatori dei fondi e delle banche d’affari, vestiti di stracci, a chiedere l’elemosina per strada, ma prima che questo accada, intere paesi dovrebbero pagare per le loro irresponsabili sbruffonate. Per questo le banche centrali, appena sentono puzza di bruciato, preferiscono pagare loro il conto a questi idioti, iniettando liquidità sul mercato, di fatto consentendo loro di farla franca.
Insomma, gli speculatori (che poi, guarda caso diventano banchieri centrali, o viceversa – vedi Draghi e Greenspan) possono rischiare il tutto per tutto, tanto, se le cose vanno bene, e di solito lo fanno, diventaranno ancora più ricchi; se proprio le cose vanno male, sanno che c’è sempre una banca centrale che li soccorrerà più che altro per evitare guai peggiori ai propri cittadini. Alla faccia del rischio d’impresa, fondamento del capitalismo.

Clegg: mens insana in corpore sano

Agosto 18, 2007

Il capo della British Olympic Association, Simon Clegg, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano Telegraph che “i diritti umani in Cina non sono un problema per gli olimpici britannici. (…) Viviamo in una società libera [chi? noi? gli inglesi? e i Cinesi, anche loro vivono in una società libera?] e i gruppi possono benissimo scriverci per fare pressione: riceveranno una cortese risposta nella quale preciseremo che noi ci preoccupiamo esclusivamente delle prestazioni sportive“.

Il signor Clegg è una mina vagante, e le sue esternazioni (pubblicate sulla stampa in contemporanea alle sagge parole del vice presidente del Parlamento Europeo, che riportiamo in altro post, e pochi giorni dopo l’arresto a Pechino di otto militanti per la liberazione del Tibet, tra cui due cittadini britannici) colpiscono per l’arroganza e per la cecità. Se la performace è tutto, perché ci scandalizzavamo tanto quando guardavamo le atlete della ex DDR, palesemente tirate su ad ormoni maschili? Perché dovremmo condannare il padrone del bambino indiano che lo trattava come una bestia a suon di superlavoro, percosse e torture per fargli vincere un posto nel Guiness dei Primati – ho scritto padrone, perché il poverino è stato effettivamente venduto al bruto da sua madre, che si è poi lamentata di non aver visto traccia dei profitti ricavati dallo sfruttatore di suo figlio.

Il capo dalla BOA, poi, prende anche un tono sussiegoso da avvocato, quando ricorda, che, a norma del contratto di 32 pagine che tutti gli olimpionici inglesi devono firmare, chiunque di loro perderà il posto se solo si azzarderà a inscenare una qualsiasi forma di protesta sui diritti umani o sul Tibet una volta in Cina. Sarebbe molto bello se tutti gli atleti inscenassero una protesta clamorosa, e lasciassero Clegg nell’imbarazzo tra il rimangiarsi le sue idiozie ovvero partecipare a tutte le competizioni da solo invece dei suoi ragazzi.


Yahoo! e caso Shi Tao: nuova vergogna

Agosto 9, 2007
Come noto, negli USA il denaro e il lavoro sembrano contare più di ogni altra cosa. Ma quando Yahoo!, Google e Microsoft l’hanno fatta troppo grossa, adeguandosi zelantemente ai diktat liberticidi e alle misure censorie del governo cinese, il Dipartimento di Stato USA ha costituito un gruppo di lavoro con l’obiettivo di “analizzare il modo in cui i regimi repressivi utilizzano la tecnologia per rintracciare e reprimere i dissidenti e per limitare l’accesso all’informazione politica” e per capire come la censura imposta da un Paese estero impatti le società americane. Inoltre, ha chiesto a Michael Callahan, Senior Vice President e General Councelor di Yahoo! di riferire ad una commissione in merito alla vicenda di Shi Tao, il giornalista cinese che, grazie alla solerte collaborazione della filiale cinese della multinazionale USA con la polizia politica, oggi sta scontando una condanna di dieci anni per aver mandato una e-mail.

La testimonianza del boss della dot.com è irritante nel suo ipocrita quanto inconsistente tentativo di allontanare da Yahoo! le responsabilità per l’accaduto, ma contiene un dato importante: secondo la ricostruzione dei fatti di Callahan, la società non era al corrente di che tipo di indagini la polizia di Pechino stesse effettuando su Shi Tao. Questo elemento è importante, perché, se fosse provato, sarebbe un argomento a favore di Yahoo!: non potendo sapere se il giovane fosse ad esempio sospettato di pedofilia o di assassinio, avrebbe agito in buona fede rispettando le leggi del Paese ospite. Ma lo scorso 29 luglio la Fondazione Dui Hua (che si occupa di diritti umani in Cina) ha tirato fuori un documento (apparentemente autentico) nel quale la polizia cinese, nel richiedere alla società di fornirle i dati relativi al nome che si celava dietro all’account di posta elettronica di Tao e i log delle sue navigazioni su internet, spiegava che si trattava di un’indagine per sospetta diffusione di segreti di stato a soggetti esteri. Se il documento è vero, ci sono due conclusioni molto inquietanti da trarre: 1) Callahan ha mentito al suo stesso governo; 2) Yahoo! ha deliberatamente fornito i dati di un suo cliente alla polizia a seguito di una richiesta chiaramente mirata alla repressione del dissenso (la formula dello “spionaggio” è una classica accusa dei processi politici).


Un mondo, un incubo?

Agosto 6, 2007
In un articolo pubblicato dal Wall Street Journal il 28 marzo, l’attrice Mia Farrow e suo figlio domandano polemicamente se Steven Spielberg, l’amatissimo regista di Schindler List e il papà di E.T., se voglia veramente essere ricordato come il “Leni Riefenstal dei giochi olimpici cinesi”. E hanno perfettamente ragione: il grande regista americano sarà consulente della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici cinesi (slogan “One World, One Dream!), contribuendo a “disinfettare l’immagine del regime” e dimostrando nel contempo che non esiste salvezza nemmeno per le menti più brillanti e per le anime più sensibili, dato che esse pure possono diventare ostaggio delle lusinghe di un ego ipertrofico o di una logica del profitto deprivato del benché minimo senso etico.
La Cina, pur essendo il maggior acquirente di petrolio del Sudan, non ha mai sfruttato la sua sua influenza per proteggere le minoranze non arabe dal genocidio perpetrato dalle milizie filo-governative Janjaweed ai loro danni (si parla di mezzo milione di morti); con i profitti del petrolio venduto ai cinesi, il governo sudanese ha potuto finanziare l’acquisto di una vasta gamma di strumenti di morte: bombardieri, elicotteri d’assalto, blindati, ed armi leggere, la gran parte dei quali sono fabbricati (indovinate un po’) in Cina. Le piste costruite dai cinesi sono usate dagli aerei da guerra sudanesi per lanciare i loro attacchi aerei sulla popolazione inferme. Come se non bastasse, la Cina ha usato sistematicamente il suo diritto di veto al Consiglio di Sicurezza ONU per impedire che passassero le risoluzioni USA e inglesi a favore del dislocamento di forze di peacekeeping nella zona.

Qualche settimana dopo la pubblicazione dell’articolo dei Farrow, a maggio, anche Spielberg ha visto la luce, e, dopo aver donato 500.000 dollari alla causa, ha scritto una lettera al presidente cinese Hu Jintao per significargli il suo imbarazzo per la politica cinese in Darfur. Il 27 luglio Spielberg minaccia addirittura le sue dimissioni dall’incarico se la Repubblica Popolare Cinese persista nelle sua complicità nel genocidio. La risposta dell’incaricato del governo cinese per il Darfur, Liu Guijin, è emblematica: “la coercizione non produrrà alcun effetto… la politica cinese nell’area è di esercitare influenza, non interferenza e sappiamo che il rispetto per tutte le parti interessate è di vitale importanza per la risoluzione della crisi”: il che vuol dire: non faremo nulla, almeno finché Mc Donald, General Electric, Johnson & Johnson, e Coca Cola non ritireranno la loro sponsorship ai Giochi, cosa che, bavose di denaro sporco di sangue, non faranno mai.