Tempo di hacker finanziari

Gennaio 29, 2008

hacker_shirt.jpgI mercati finanziari dovrebbero essere dominati dal rigore e dalla concretezza: in questi giorni, invece, viene naturale pensare a quanto il capitale e le sue dinamiche siano dominati da regole fragili e arbitrarie. Per mettere in crisi i sistemi di controllo della seconda banca francese è stato sufficiente spostare un ragazzetto dal back-office al trading floor: con grande disinvoltura, il sistema gli ha consentito di (o lo ha incoraggiato ad) assumere posizioni speculative sui mercati dei derivati azionari per un valore pari ad una volta e mezzo la capitalizzazione della sua banca.

Un problema gravissimo, non solo dal punto di vista dei mercati finanziari. Ragioniamo, che cosa sono i soldi che guadagniamo se non una riga di estratto conto con il segno più davanti? E cosa sono le nostre spese se non numeri negativi su uno scalare di banca? Anche il riflesso della lucida follia di Kerviel erano solo byte, che, usando la tastiera come un’arma impropria, sapientemente inscriveva e sopprimeva da una memoria digitale a seconda del bisogno. Follia virtuale, la sua, ma potente, capace di azzerare anche l’altro mondo virtuale, il nostro, quello che, grazie a giustapporsi di numeri relativi su un rendiconto bancario, ci consente di comprare il cibo che mangiamo, pagare la scuola dei figli, saldare il conto dal meccanico.

Dobbiamo accettare la realtà: il nostro benessere (fisico, psichico, finanzario) dipende in gran parte da una serie di circostanze favorevoli e basta che una sola di queste subisca un’alterazione perché esploda la crisi. La fragilità delle cose che, come i mercati finanziari, tendiamo a considerare una realtà con solide fondamenta nel mondo reale è ben esemplificata dal caso di Shigeru Yamaguchi, un burlone giapponese, che, titolare di una società costituita con l’equivalente di 7 euro, ha fatto credere ai mercati di possere quote maggioritarie di Toyota, Sony, Mitsubishi Heavy Industries, NTT e altre società primarie giapponesi (valore stimato del presunto investimento: 130 miliardi di euro). Si è così scoperto che su Edinet (un sistema internet nipponico per la pubblicazione dei dati finanziari delle aziende) è possibile pubblicare qualsiasi dato falso, con effetti immaginabili sui mercati regolamentati (per fortuna, in questo caso l’annuncio è stato dato a mercati chiusi…).

Dobbiamo essere grati a hacker sociali come Yamaguchi, che, sovvertendo le regole e sfruttando i bachi del sistema, destrutturano il nostro immaginario mostrandoci la nuda realtà.


Come distruggere il sistema e vivere felici

Gennaio 24, 2008

jerome-kerviel.jpg

Jérôme Kerviel, un impiegato del trading floor di Société Générale, ha messo in piedi una colossale frode ai danni del suo datore di lavoro: solo venerdì scorso i vertici della banca francese si sono resi conto che il loro collaboratore, 31 anni di cui 7 passati in quell’ufficio, aveva accumulato una posizione con un valore nominale stimato tra i 40 e i 50 miliardi di euro. Per smontare l’esposizione, SocGen ha scaricato sul mercato una quantità spaventosa di vendite nel settore azionario, realizzando una perdita di poco inferiore ai 5 miliardi di euro e provocando un livello di panico sui mercati che non si vedeva dall’11 settembre 2001.

La performance di Kerviel, che ogni volta che chiudeva un deal, ne metteva a libro un fasullo di segno uguale e contrario per non farlo risultare a sistema, è talmente clamorosa da minimizzare il talento distruttivo di Nick Leeson, il trader di Barings Singapore che nel 1995 fece fallire la sua banca. SocGen, che ha dovuto contemporaneamente dichiarare al mercato di aver perso altri due miliardi di euro con i subprime, riuscirà a sopravvivere all’annientamento solo grazie al soccorso di JP Morgan e Morgan Stanley, che inietteranno 5,5 miliardi di euro di capitali freschi.

Come è possibile che un operatore di banca, da solo, possa essere messo nelle condizioni di fare un danno così grave? Kerviel, infatti, non è un pivellino, ma non è neanche un boss: si stima infatti che guadagni meno di centomila euro l’anno, bonus incluso. Come mai i vertici della banca non hanno diffuso la notizia che oggi, dopo aver messo a rimesso a posto i loro libri a spese del resto degli operatori? Come mai la Fed si è sentita in dovere di dichiarare al Wall Street Journal che non era a conoscenza del bubbone francese quando ha deciso di tagliare i tassi di ben 75 centesimi? Excusatio non petita…

Eppure Christian Noyer, direttore della Banca di Francia dichiara candidamente che l’istituto di vigilanza ha effettuato 17 ispezioni su SocGen negli tra il 2006 e il 2007, durante le quali i suoi funzionari hanno esaminato in modo approfondito i modelli di valutazione del rischio in funzione senza riscontrare anomalie: “Non considero quanto accaduto un fallimento dei nostri controlli”, una dichiarazione arrogante che suona un po’ come “l’operazione è riuscita perfettamente, peccato che il paziente sia deceduto”.

Sarebbe interessante capire quali siano le motivazioni dietro alla furia devastante del trader Kerviel: è un anarchico folle desideroso di distruggere il sistema verso il quale nutre profondo odio e risentimento a causa di un evento traumatico – ricordate il bellissimo film australiano “The Bank“? Oppure è solo un impiegato cui un sistema schizofrenico ha lasciato troppo potere alla ricerca di un modo per mascherare i propri errori professionali?


“Salvare il capitalismo dai capitalisti”

Gennaio 17, 2008

northern-rock.jpgCosì recita il libro scritto dal professor Raghuram Rajan assieme al collega Luigi Zingales, la cui tesi può essere così riassunta: il libero mercato, per produrre opportunità e sviluppo, deve essere difeso da chi vi occupa nel posizioni dominanti e si oppone al dispiegarsi degli effetti benefici della competizione. La società – e quindi il governo – deve dare una mano per garantire al mercato di essere veramente libero. Sembra quasi un paradosso, ma a me pare un approccio cristallino ed efficace.

In un recente articolo sul Financial Times, Raghuram spiega che crisi sistemiche come quelle innescate dai mutui sub-prime sono causate dai bonus concessi ai manager delle merchant bank: poiché essi vengono remunerati sulla base dei profitti che portano a casa, ma se le loro strategie producono disastri non subiscono conseguenze, esiste un robusto incentivo a mettere in atto comportamenti pericolosi. A riprova di questa tesi si pensi che Morgan Stanley, che pur avendo annunciato 9.4 miliardi di dollari di perdite nel quarto trimestre 2007 ha visto nello stesso esercizio crescere il valore delle risorse destinate ai bonus del 18%.

Per aggiungere valore (o “alfa”), un buon finanziere può sfruttare le seguenti leve: 1) fiuto; 2) attivismo; 3) creatività. Si ha fiuto quando si riesce a capire quali attività sul mercato sono valutate meno delle loro effettive potenzialità. Per attivismo si intende l’abilità di “comprare controllo” in un’azienda e lavorarci sopra in modo tale da modificare il payout del titolo azionario che la rappresenta. Quando si creano a tavolino strumenti o flussi di cassa ritagliati per investitori o esigenze specifiche, invece, si è creativi (a meno che non si stiano sfruttando i punti deboli o l’ignoranza della controparte – accade anche questo).

Solo un pugno di individui ha la stoffa per creare vero “alfa”; un sistema premiante basato sul profitto di breve periodo tende però a far prosperare altri soggetti che generano un “falso alfa” mettendo in atto strategie con ritorni sensibilmente superiori alla media quale contropartita di una perdita drammatica anche se assai improbabile. Esattamente quello che hanno fatto alla Northern Rock, prendendo a prestito a breve e finanziando a lungo periodo – si suppone di quando in quando raccogliendosi in preghiera per scongiurare l’improbabile crisi di liquidità che si è però realmente verificata.

Poiché dunque l’abilità dei manager finanziari si misura nel lungo periodo, Raghuram Rajan propone di mantenere una parte rilevante del loro stipendio in un conto vincolato, con la possibilità per gli azionisti di riprenderselo in tutto o in parte se la strategia che ha funzionato bene per un po’ finisce in un disastro.


Profumo: il trombone che ci mancava

Ottobre 18, 2007

profumo_geronzi_unicredit.jpgElegante coming out di Alessandro Profumo, Amministratore Delegato di Unicredit: chi fino a ieri credeva che fosse solo un manager spregiudicato specializzato nel rifilare bidoni a famiglie, imprese e pubblica amministrazione, negli ultimi giorni ha avuto modo di assaporare anche il suo coté radical chic: domenica 14 ottobre il banchiere più potente d’Italia, radioso e brizzolato come non mai, si presenta in un seggio di Milano ad esprimere la sua preferenza per il segretario del Partito Democratico. La sua influente presenza è un bello spot dell’immane (e costosissima) farsa che ha (io credo) precedenti solo in Sud America o in Corea del Nord. Attenzione, però: Profumo avrà pure internazionalizzato il gruppo Unicredit comprando banche in Germania e nell’Europa dell’Est, ma è pur sempre un tipico Italiano, molto attento al suo tornaconto personale e familiare: sua moglie, la soave Sabina Ratti, che in ENI si diletta di Corporate Social Responsibility, è candidata nella lista di Rosy Bindi e, stranamente, conquista una poltrona nel neonato partito. Gli Italiani sono ipocriti, si sa, ma Alessandro Profumo è vero campione… Alla domanda di un giornalista, non si sa se provocatore o semplicemente ritardato, che gli chiede per chi ha votato dedica la seguente, elegante preterizione: “Le donne devono giocare un ruolo più forte in tutte le parti della vita pubblica italiana. Nelle banche, nell’economia, e anche nella politica”. Un bel luogo comune che sta particolarmente bene in bocca all’amministratore delegato di una banca governata da un Consiglio di Amministrazione composto da venti bei maschioni. Su Sabina Ratti-Profumo: “Non mi disturba essere considerato il marito di Sabina. Preferisco così che vedere indicata Sabina come la moglie di Profumo…” Nel loro seggio, ci scommetto, non sono state poche le persone che hanno mormorato a mezza bocca: ma chi sarà quel gentiluomo elegante al braccio della signora Ratti?

Ormai Alessandro ci ha preso gusto. Erotizzato dal bagno di folla domenicale, martedì arringa una piccolo gruppo di gauche caviar in una chiesa sconsacrata di Pavia, dove interpreta con grande professionalità il suo nuovo ruolo di sponsor acritico del governo, cui attribuisce, in aristocratica solitudine, meriti che semplicemente non ha: dal presunto cambio di tendenza alle sbandierate misure redistributive (come per esempio la splendida riforma delle pensioni, con cui il governo premia una manciata di privilegiati con i soldi scippati a giovani e precari). Ma il pezzo forte è quello sul governo che fa pagare le tasse a chi non le pagava, un grande momento di propaganda di regime: per favore, piantiamola con questa immane cazzata che grazie a Prodi gli Italiani pagano le tasse! Se non mi credete, fatevi un giro una sera in un qualsiasi ristorante di Roma (Testaccio, Salario, dove volete): la cena, di solito mediocre, e invariabilmente costosissima, si conclude con la consegna di un pezzetto di carta unta al posto della fattura: non vedo in giro ristoratori terrorizzati dalla Guardia di Finanza. Ho visto solo la mia busta paga diventare più leggera.

E poi: ma con che titolo un Profumo viene a fare certi fervorini? Giusto un popolo narcotizzato ed imbelle come il nostro può tollerare il moralismo di chi pontifica sui massimi sistemi subito dopo aver procurato un miliardo di euro di perdite ai suoi clienti. Senza dimenticare che una parte rilevante di queste perdite riguarda contratti stipulati con enti locali, alcuni dei quali, grazie al colpevole attivismo di Unicredit (ma anche di altre banche, me ne viene in mente una inglese e una francese) faranno bancarotta producendo crisi di sistema e aumenti delle tasse per i nostri eredi. Grazie, Mr. Profumo.


Marè: adesso siamo tranquilli

Settembre 3, 2007
Sulla stessa pagina del Corriere che ospita l’intervista a Stigliz, troviamo un trafiletto nel quale Mauro Marè, docente universitario e presidente del MEFOP (Sviluppo Mercato Fondi Pensione, una società nata con l’obiettivo di far decollare la previdenza complementare nel nostro Paese) viene intervistato sul possibile rischio di trasmissione del contagio “subprime” ai danni dei fondi pensione. Il professore rilascia le seguenti, incredibili, dichiarazioni:
Sui fondi pensione starei tranquillo – STAREI?
(…) la bufera finanziaria (…) non avrà ripercussioni sul TFR dei lavoratori italiani trasferito ai fondi. (…) MA SULLA BASE DI QUALI DATI STA PARLANDO?
Se alla fine verrà fuori che alcuni fondi pensione americani, olandesi o inglesi che hanno investito in subprime, subiranno perdite, il Tesoro dovrà prenderne atto rivedendo la normativa sugli investimenti”. MA VA? E SE SUCCEDE PRIMA AD UN FONDO ITALIANO?

Già ho avuto modo di constatare l’elevata professionalità e la grande trasparenza con cui viene gestito il fondo COMETA (Metalmeccanici); ma le rassicurazioni di Marè mi convincono che ho fatto la cosa giusta: manco una lira alla previdenza integrativa!


Stiglitz Santo Subito

Settembre 3, 2007
Intervistato dal Corriere della Sera, il premio Nobel per l’economia (e spina nel fianco degli operatori di mercato senza scrupoli) Joseph Stiglitz, sostiene che “gli interventi [delle Banche Centrali causati dalla crisi dei mutui subprime] aumentano il rischio che qualcuno pensi di godere di un’immunità e assuma altri rischi scriteriati; [in particolare, il fatto che la FED abbia iniettato liquidità prendendosi in pegno titoli ABS che valgono meno di un kleenex] esaspera l’azzardo morale (…)”. E caldeggia la proposta avanzata da Paul Krugman nell’editoriale sul New York Times del 17 agosto, significativamente intitolato “Workouts, not bailouts” (soluzioni, non salvataggi): le Agenzie Federali potrebbero riacquistare i mutui (non i derivati che ne sono stati tratti) ad un forte sconto e poi rinegoziare condizioni più sostenibili per i mutuatari: questo permetterebbe di salvare i mutuatari costringendo gli investitori a farsi carico delle perdite. Questa idea, ineccepibile nella parte in cui tenta di riportare il cerino nelle mani colpevoli di chi l’ha passato, ad un’analisi dettagliata appare molto difficile da realizzare in pratica, dato che i mutui sono stati spezzettati e rivenduti a banche d’affari che a loro volta hanno reimpacchettato la loro porzione con frammenti di altri mutui e magari condendo il tutto con qualche derivato, o costruendoci sopra un altro prodotto esotico…

C’è chi dice che per procedere nel modo indicato dai due economisti sarebbe necessario procedere ad un esproprio, il che creerebbe un pericolosissimo precedente.

Finanza internazionale: situazione disperata, ma non seria

Agosto 18, 2007
Da liberisti, crediamo nei liberi mercati. Liberi, appunto. Per questo mi fanno rabbia le iniziative della Banca Centrale Europea e della FED, che hanno calato le braghe terrorizzate dalla possibilità di una crisi sistemica provocata dall’ingordigia e dall’irresponsabilità dei soliti sospetti – gli hedge fund e le banche d’affari.
Primo: il peso dei derivati nella finanza globale sta diventando ridicolo. Si pensi, a titolo esemplificativo, che oggi si gestisce o si specula sul rischio di credito acquistando o vendendo contratti su indici di prodotti derivati sul rischio credito (ITRAXX per esempio): questo perché non essendo sempre disponibili obbligazioni con le caratteristiche desiderate dall’investitore, quest’ultimo si rivolge ad un contratto astratto (un indice su una serie di scommesse) che possa fare al suo caso. Un po’ come un tizio che non trovando una donna, si soddisfi pienamente con il cyber-sesso.
Secondo: il caso LTCM (Long Term Capital Management) l’hedge-fund di Merton e Scholes (due premi Nobel!!!) che nel 1997 stava per creare una crisi globale se non fosse stato per la FED, che mettendo attorno al tavolo le più grosse banche USA, organizzò un prestito sindacato a suo beneificio, sembra essere stato dimenticato. La storia, evidentemente, non è più maestra di vita, almeno per qualcuno, che a quanto pare è sempre al di sopra e al di là di ogni regola di business e di vita civile.
Terzo: ho visto svariate presentazioni di banche d’affari aventi ad oggetto le cosiddette Asset-Backed Securities, prodotti strutturati costruiti a tavolino mischiando cartolarizzazioni di qualità eterogenea (alta, media, bassa) e mi sono sempre chiesto: senza credere nel dogma della transustanziazione finanziaria, come possono delle “fettine” di mutui non performanti ficcate dentro un silos che contiene mille altre cose poco comprensibili a mo’ di ragù nella lasagna, diventare un asset AAA (che è un po’ come dire Est! Est! Est!, per gli appassionati di vino dei Castelli). Io, mi sono meravigliato, ma le rating agencies, che, previo esborso di sonanti bigliettoni, mettevano il loro imprimatur su quelle porcherie, no. Adesso, però, lanciano alti guai e grida disperate di allarme.
Insomma, nonostante il precedente, gravissimo caso LTCM, in dieci anni la finanza non ha fatto che aumentare il grado di sofisticazione e di astrazione delle strategie e dei prodotti senza che i regolatori internazionali riposavano. Ancora oggi, ad esempio, un fondo scavezzacollo che si indebita per miliardi di dollari in yen per poi investire in derivati strutturati di credito denominati in altre due divise, può fare molti soldi – finché c’è liquidità in giro. Ma non appena la gente cominci ad avere paura, rimane bloccato, finché è costretto a smobilizzare le sue posizioni in perdita, creando collassi incrociati in mercati diversi per tipo e per divisa.
Certo, sarebbe molto bello vedere gli speculatori dei fondi e delle banche d’affari, vestiti di stracci, a chiedere l’elemosina per strada, ma prima che questo accada, intere paesi dovrebbero pagare per le loro irresponsabili sbruffonate. Per questo le banche centrali, appena sentono puzza di bruciato, preferiscono pagare loro il conto a questi idioti, iniettando liquidità sul mercato, di fatto consentendo loro di farla franca.
Insomma, gli speculatori (che poi, guarda caso diventano banchieri centrali, o viceversa – vedi Draghi e Greenspan) possono rischiare il tutto per tutto, tanto, se le cose vanno bene, e di solito lo fanno, diventaranno ancora più ricchi; se proprio le cose vanno male, sanno che c’è sempre una banca centrale che li soccorrerà più che altro per evitare guai peggiori ai propri cittadini. Alla faccia del rischio d’impresa, fondamento del capitalismo.