Il Professor D. Watson, il biologo che ha contribuito a svelare la struttura delle molecole del DNA (1953), titolare del Nobel 1962 assieme a Francis Crick e Maurice Wilkins è nei guai fino al collo: alla vigilia del suo arrivo in Gran Bretagna, dove si stava recando per promuovere la sua biografia (dal titolo: “Evitare le persone noiose”), ha rilasciato un’intervista al Sunday Times, nel corso della quale pare abbia dichiarato: “sono profondamente scettico sul futuro dell’Africa: tutte le nostre politiche sociali sono basate sul fatto che l’intelligenza degli Africani sia uguale alla nostra, mentre tutte le ricerche ci dicono il contrario. (…) Non vi sono ragioni per concludere che le capacità intellettuali di popoli separati geograficamente nel loro processo evolutivo possano essere aver avuto uno sviluppo evolutivo identico“. Non è difficile immaginare il putiferio che queste parole choccanti hanno provocato in Inghilterra come negli USA: Watson, da grande scienziato è stato improvvisamente trasformato da politici e blogger nel vaso di ogni nequizia, appena un gradino sopra (o sotto) Adolf Hitler; il Museo della Scienza di Londra, che aveva organizzato un dibattito in suo onore, ha cancellato l’appuntamento con la giustificazione che le opinioni del professore si sono spinte “oltre il livello di un accettabile dibattito“; un portavoce del Cold Spring Harbor Laboratory, dove Watson lavora, si è detto “sconvolto ed amareggiato“, e ha spiegato che il laboratorio non si è mai impegnato in alcun tipo di ricerca che possa costituire il fondamento delle dichiarazioni attribuite al Nobel dal giornale britannico.
Le affermazioni di Watson sono certamente un pugno allo stomaco, soprattutto perché provengono da uno scienziato così autorevole: ma mi hanno spinto a fare un paio di considerazioni.
Supponiamo, per gioco, che quanto detto da Mr. Watson corrisponda a verità, e cioè che la sua tesi sia confortata da innumerevoli ed imparziali prove scientifiche. Fino al momento in cui qualcuno non riesca a smentirla scientificamente, questa idea costituirà la migliore approssimazione alla verità. A che titolo allora uno psicologo, un pastore, un monaco buddista o un sociologo potrebbero ritenere falsa la ripugnante idea che l’uomo nero è intellettualmente diverso dall’uomo bianco? Forse perché ingiusta? Forse perché il solo concepirla è peccato? O forse perché un dogma non dichiarato e non provato scientificamente ci dice che è solo l’ambiente a fare l’individuo, non (anche) i geni? In altre parole, non c’è una certa ipocrisia nel dichiararsi a favore della scienza solo fino a che essa non contraddica il nostro “grido dell’anima” romantico? La scienza deve essere verità a tutti i costi, oppure esiste una presunta verità dei valori (che per definizione non sono uguali per tutti) che fa premio sulla verità scientifica?
L’idea di censurare Watson, cancellando il dibattito, è una sciocchezza, un atto di censura inaccettabile da almeno due punti di vista. In primo luogo, può darsi benissimo che Watson sia stato interpretato male dal giornalista che lo ha intervistato. A ben vedere, però, se anche il pensiero del Nobel fosse stato riportato fedelmente dalla stampa, un pubblico dibattito sarebbe stato il modo migliore per testare la tenuta delle sue tesi, che, confrontate con altre, sarebbero state chiarite e/o confutate. Senza contare l’effetto “martirio”. A parziale giustificazione della discutibile scelta del direttore del Museo della Scienza di Londra, va detto che la crisi di identità occidentale e il montare della rabbia causato dal lassismo dei governi nei confronti dei comportamenti illeciti messi in atto dagli stranieri sta dando forza alle estreme destre di tutta Europa (Inghilterra compresa), liete di torcere frasi come quelle di Watson per trasformarle in un manifesto nazista (cosa che secondo me non sono).
Siamo comunque in Gran Bretagna, dove c’è sempre spazio di replica perfino per una persona cui è stato (ingiustamente e frettolosamente) attribuito il marchio d’infamia del razzista: Watson ha scritto un bell’articolo sull’Independent, dove, oltre a scusarsi in modo completo e definitivo per le eventuali interpretazioni negative delle sue parole, dice alcune cose talmente interessanti che penso sia opportuno riportarle:
“Sono sempre stato un fiero difensore dell’idea che dovremmo basare la nostra visione del mondo sullo stato delle nostre conoscenze, sui fatti, non su quello che vorremmo che esso fosse. Per questo la genetica è così importante. (…)
[Ma] (…) la genetica può essere crudele. Mio figlio potrebbe essere una delle sue vittime. Rufus, un ragazzo affettuoso e sensibile di 37 anni, non può vivere una vita indipendente a causa della sua schizofrenia, che gli impedisce di dedicarsi alle normali attività quotidiane. Per molto tempo, mia moglie ed io abbiamo sperato che Rufus avesse bisogno solo di un livello adeguato di stimoli e di sfide su cui concentrarsi. Ma quando diventò un adolescente cominciai a temere che la causa della sua vita sfortunata fosse nei suoi geni. E’ stata proprio questa scoperta che mi ha spinto a dar vita al progetto genoma. (…)
Una persona su tre tra quelle che cercano un lavoro temporaneo a Los Angeles è uno psicopatico o un sociopatico. Dipende dall’ambiente o dalle loro componenti genetiche? Individuare la sequenza del DNA dovrebbe darci la risposta definitiva. Certo, l’idea che alcune persone siano naturalmente cattive mi turba. Ma la scienza non serve a farci sentire bene. Serve a rispondere alle domande per migliorare conoscenza e comprensione. (…)
In questa fase non riusciamo a comprendere compiutamente il modo in cui diversi ambienti hanno selezionato nel tempo i geni che determinano la nostra capacità di fare cose differenti. Oggi, la nostra società ha uno spasmodico desiderio di credere che una capacità di ragionamento livellata sia un patrimonio di tutta l’umanità. Ma desiderare questo non è sufficiente. Questo desiderio non è scienza.(…)
Mettere in discussione [questo desiderio] non significa cedere al razzismo. Non si tratta di una discussione su superiorità o inferiorità, ma piuttosto di comprendere le differenze, per esempio capire perché alcuni di noi sono grandi musicisti e altri grandi ingegneri. Con ogni probabilità ci vorranno ancora 10 o 15 anni prima che riusciamo ad ottenere una conoscenza adeguata dell’importanza relativa della natura rispetto all’ambiente nel perseguimento di importanti obiettivi umani. Fino ad allora, noi scienziati, se desideriamo contribuire a questo importante dibattito, dovremmo vigilare su quelle che vengono definite verità incontestabili senza il supporto dell’evidenza empirica.”
Pubblicato da mario 
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