Watson, la scienza e il razzismo

Ottobre 19, 2007

 

watson-crick.jpgIl Professor D. Watson, il biologo che ha contribuito a svelare la struttura delle molecole del DNA (1953), titolare del Nobel 1962 assieme a Francis Crick e Maurice Wilkins è nei guai fino al collo: alla vigilia del suo arrivo in Gran Bretagna, dove si stava recando per promuovere la sua biografia (dal titolo: “Evitare le persone noiose”), ha rilasciato un’intervista al Sunday Times, nel corso della quale pare abbia dichiarato: “sono profondamente scettico sul futuro dell’Africa: tutte le nostre politiche sociali sono basate sul fatto che l’intelligenza degli Africani sia uguale alla nostra, mentre tutte le ricerche ci dicono il contrario. (…) Non vi sono ragioni per concludere che le capacità intellettuali di popoli separati geograficamente nel loro processo evolutivo possano essere aver avuto uno sviluppo evolutivo identico“. Non è difficile immaginare il putiferio che queste parole choccanti hanno provocato in Inghilterra come negli USA: Watson, da grande scienziato è stato improvvisamente trasformato da politici e blogger nel vaso di ogni nequizia, appena un gradino sopra (o sotto) Adolf Hitler; il Museo della Scienza di Londra, che aveva organizzato un dibattito in suo onore, ha cancellato l’appuntamento con la giustificazione che le opinioni del professore si sono spinte “oltre il livello di un accettabile dibattito“; un portavoce del Cold Spring Harbor Laboratory, dove Watson lavora, si è detto “sconvolto ed amareggiato“, e ha spiegato che il laboratorio non si è mai impegnato in alcun tipo di ricerca che possa costituire il fondamento delle dichiarazioni attribuite al Nobel dal giornale britannico.

Le affermazioni di Watson sono certamente un pugno allo stomaco, soprattutto perché provengono da uno scienziato così autorevole: ma mi hanno spinto a fare un paio di considerazioni.

Supponiamo, per gioco, che quanto detto da Mr. Watson corrisponda a verità, e cioè che la sua tesi sia confortata da innumerevoli ed imparziali prove scientifiche. Fino al momento in cui qualcuno non riesca a smentirla scientificamente, questa idea costituirà la migliore approssimazione alla verità. A che titolo allora uno psicologo, un pastore, un monaco buddista o un sociologo potrebbero ritenere falsa la ripugnante idea che l’uomo nero è intellettualmente diverso dall’uomo bianco? Forse perché ingiusta? Forse perché il solo concepirla è peccato? O forse perché un dogma non dichiarato e non provato scientificamente ci dice che è solo l’ambiente a fare l’individuo, non (anche) i geni? In altre parole, non c’è una certa ipocrisia nel dichiararsi a favore della scienza solo fino a che essa non contraddica il nostro “grido dell’anima” romantico? La scienza deve essere verità a tutti i costi, oppure esiste una presunta verità dei valori (che per definizione non sono uguali per tutti) che fa premio sulla verità scientifica?

L’idea di censurare Watson, cancellando il dibattito, è una sciocchezza, un atto di censura inaccettabile da almeno due punti di vista. In primo luogo, può darsi benissimo che Watson sia stato interpretato male dal giornalista che lo ha intervistato. A ben vedere, però, se anche il pensiero del Nobel fosse stato riportato fedelmente dalla stampa, un pubblico dibattito sarebbe stato il modo migliore per testare la tenuta delle sue tesi, che, confrontate con altre, sarebbero state chiarite e/o confutate. Senza contare l’effetto “martirio”. A parziale giustificazione della discutibile scelta del direttore del Museo della Scienza di Londra, va detto che la crisi di identità occidentale e il montare della rabbia causato dal lassismo dei governi nei confronti dei comportamenti illeciti messi in atto dagli stranieri sta dando forza alle estreme destre di tutta Europa (Inghilterra compresa), liete di torcere frasi come quelle di Watson per trasformarle in un manifesto nazista (cosa che secondo me non sono).

Siamo comunque in Gran Bretagna, dove c’è sempre spazio di replica perfino per una persona cui è stato (ingiustamente e frettolosamente) attribuito il marchio d’infamia del razzista: Watson ha scritto un bell’articolo sull’Independent, dove, oltre a scusarsi in modo completo e definitivo per le eventuali interpretazioni negative delle sue parole, dice alcune cose talmente interessanti che penso sia opportuno riportarle:

Sono sempre stato un fiero difensore dell’idea che dovremmo basare la nostra visione del mondo sullo stato delle nostre conoscenze, sui fatti, non su quello che vorremmo che esso fosse. Per questo la genetica è così importante. (…)

[Ma] (…) la genetica può essere crudele. Mio figlio potrebbe essere una delle sue vittime. Rufus, un ragazzo affettuoso e sensibile di 37 anni, non può vivere una vita indipendente a causa della sua schizofrenia, che gli impedisce di dedicarsi alle normali attività quotidiane. Per molto tempo, mia moglie ed io abbiamo sperato che Rufus avesse bisogno solo di un livello adeguato di stimoli e di sfide su cui concentrarsi. Ma quando diventò un adolescente cominciai a temere che la causa della sua vita sfortunata fosse nei suoi geni. E’ stata proprio questa scoperta che mi ha spinto a dar vita al progetto genoma. (…)

Una persona su tre tra quelle che cercano un lavoro temporaneo a Los Angeles è uno psicopatico o un sociopatico. Dipende dall’ambiente o dalle loro componenti genetiche? Individuare la sequenza del DNA dovrebbe darci la risposta definitiva. Certo, l’idea che alcune persone siano naturalmente cattive mi turba. Ma la scienza non serve a farci sentire bene. Serve a rispondere alle domande per migliorare conoscenza e comprensione. (…)

In questa fase non riusciamo a comprendere compiutamente il modo in cui diversi ambienti hanno selezionato nel tempo i geni che determinano la nostra capacità di fare cose differenti. Oggi, la nostra società ha uno spasmodico desiderio di credere che una capacità di ragionamento livellata sia un patrimonio di tutta l’umanità. Ma desiderare questo non è sufficiente. Questo desiderio non è scienza.(…)

Mettere in discussione [questo desiderio] non significa cedere al razzismo. Non si tratta di una discussione su superiorità o inferiorità, ma piuttosto di comprendere le differenze, per esempio capire perché alcuni di noi sono grandi musicisti e altri grandi ingegneri. Con ogni probabilità ci vorranno ancora 10 o 15 anni prima che riusciamo ad ottenere una conoscenza adeguata dell’importanza relativa della natura rispetto all’ambiente nel perseguimento di importanti obiettivi umani. Fino ad allora, noi scienziati, se desideriamo contribuire a questo importante dibattito, dovremmo vigilare su quelle che vengono definite verità incontestabili senza il supporto dell’evidenza empirica.”


Randy Pausch: meravigliosa fonte di ispirazione

Ottobre 3, 2007

randypausch.jpg

Randy Pausch, professore di computer science della Carnegie Mellon University, sta morendo di cancro. A 46 anni, uno dei padri della realtà virtuale, il 18 settembre ha tenuto la sua ultima lezione di fronte ad un pubblico di 400 tra studenti e colleghi entusiasti. Vi aspettereste un uomo distrutto dalla malattia, ma a salire sul palco è un signore di cui è impossibile indovinare il tormento fisico e psichico: spigliato, simpatico, sorridente e pieno di energia. Una delle sue battute è: “sto meglio di molti di voi che siete venuti qui a sentirmi”.

Ho visto solo una ventina di minuti del file video della sua conferenza, che ha un titolo suggestivo: “avete realizzato i propri sogni di bambino?”. Riporto due delle cose che mi hanno colpito: “continuate a dare delle possibilità alle persone che vi fanno incazzare: nel corso del tempo vi stupiranno, dimostrandosi migliori di quanto crediate” – annotato. E poi, subito dopo aver scorso delle slide su cui ha riprodotto alcune lettere di diniego recapitategli da diversi potenziali datori di lavoro, Pausch mostra una la foto di un muro di mattoni: “questo muro è importante, sta lì per aiutarvi a capire quanto veramente teniate alle cose cui dite di tenere; il muro di mattoni è un ostacolo – ma solo per gli altri.”

Parole da cui trarre ispirazione, anche se è tutta la sua testimonianza, resa al mondo una manciata di giorni prima della sua morte, a commuovere ed ispirare: la dignità, l’allegria e la serenità di questo uomo, l’ironia con cui disinnesca perfino la tetra visione della fine della sua esistenza, così vicina e così certa, sono tutte cose difficili da dimenticare.


Come è bello essere schiavi dei giocattoli digitali

Ottobre 3, 2007

meditation.jpg

La ho cercata dappertutto sulla rete, la pubblicità del Motorola Q 9h – impossibile: un uomo sulla cinquantina, ben messo, stile dentista svedese, seduto nella posizione del loto, con gli occhi socchiusi: dalla sua testa si dipartono a raggiera diverse linee, ognuna delle quali è caratterizzata dalla breve descrizione di un’attività (tipo, che ne so, pagare il rimessaggio della barca, comprare i fiori per la moglie, comprare biglietti del concerto, consiglio di amministrazione, andare a prendere il nipote, comprare Viagra eccetera.

 

Il messaggio è chiaro: la tua vita è molto complessa, ma questa simpatica calcolatrice multifunzione che ti mettiamo a disposizione ti darà la sensazione di avere tutto sotto controllo. Ora, se avessero mostrato lo smartphone buttato da una parte mentre il tizio meditava avrei capito… l’uomo ha assegnato tutti i tormenti dell’impermanenza all’aggeggino elettronico, e quindi può meditare e magari raggiungere la vacuità tranquillamente. Al contrario, tutti i fumetti stilizzati relativi alle varie cose da fare nella giornata si dipartono da quel corpo che si è deciso di raffigurare nella posizione di meditazione, come se il centro di tutte quelle cose fosse proprio l’uomo della pubblicità. Si tratta di due messaggi profondamente diversi: nel primo, il telefonino libera l’uomo, nel secondo, ne diventa la protesi (come direbbe Gianluca Nicoletti) ribadendo l’antropocentrismo, il sé-centrismo della visione: l’esatto contrario di quello che si persegue con la pratica della meditazione.


Illuminazioni d’ufficio

Settembre 12, 2007

In quell’ufficio si sarebbe dovuto discutere di come le cose non vadano, delle ragioni per cui una promozione meritata da anni venga inspiegabilmente quanto pervicacemente negata, di quale sia non dico il significato ultimo (per carità) ma anche il terzultimo, della mia presenza in un’azienda impossibilitata ad una vita normale dalla consueta, pericolosissima miscela di improvvisazione, arroganza ed incapacità: esatto, il blues dell’impiegato, triti cliché e deprimente mediocrità.

Ma la sessione si è trasformata in qualcosa di più, e, lo confesso, non ero pronto. No, non ero pronto a sentire una dotta dissertazione su libertà e responsabilità, tanto pomposa e vuota da costringermi a murare l’urlo interiore dietro una facies fasulla di neutrale attenzione.Qualche angolatura spazio temporale si deve essere rotta, e anziché in un triste e sciatto ufficio aziendale, sono nel buio malsano di una chiesa a sentire un sermone domenicale. E sarà la nostalgia di un tempo lontano dove le cose avevano un senso univoco ed erano molto più semplici ad interpetarsi – per non voler parlare dell’autentica tristezza che in questi giorni a volte mi riempie come se fossi un bicchiere – o forse l’età che avanza, o magari il fatto che mi sono imbattuto in questo brano leggendo un libro di Nick Hornby, mi è venuta in mente la

prima lettera di San Paolo ai Corinzi e al suo meraviglioso linguaggio poetico, capace di parlare a tutti, credenti e non:

“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.” [ecco quello che mi sembravano quelle parole, deng deng deng!, qualsiasi cosa sia poi un cembalo tintinnante...]

E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sono nulla.

E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi l’amore, niente mi giova.”

Ho provato a sostituire alla parola “amore”, sdolcinata ed inevitabilmente generica, un altro concetto: buonsenso (qualunquista), civiltà (specifico e banale), intelligenza emotiva (forse, ma troppo utilitaristico) – ma forse è proprio quella lì la parola che ci va e che funziona. E’ proprio questa la cosa che ci manca tanto.


Assolutamente falso!

Settembre 10, 2007

Per la gioia dei suoi fan, Osama Bin Laden, che non calcava le scene da ben tre anni, ricompare sugli schermi di tutto il mondo. Ce ne vuole a definire video il messaggio, visto che più che altro è una registrazione audio, associata ad una foto dell’impareggiabile “sceicco del terrore” (l’immagine si trasforma in un video per soli due brevi segmenti della perfomance). E’ questo il primo indizio che si tratta di un clamoroso falso (sempre che i precedenti video siano autentici). Una foto è molto più facile da contraffare rispetto ad un video per quanto gli appassionati della cospirazione (e tutti quelli cui piace dare un nome, un cognome e delle fattezze fisiche alle proprie paure) spiegano che il video è diventato una foto a forza di rimbalzare da un server all’altro per mascherare l’IP di partenza.Pensiamo anche al fatto che il “documento” non è stato diffuso direttamente da una qualche “multinazionale del terrore” ma da un sito USA specializzato nell’analisi di video di estremisti.

Il look che Osama Bin Laden ha scelto per incontrare il suo pubblico è abbastanza ridicolo, caratterizzato come è da quella barbetta curata e palesemente tinta: fareste voi la rivoluzione alle dipendenze di un uomo tanto vanitoso?

Ma a rassicurarmi sulla falsità dell’ultima follia del miliardario più eccentrico del mondo è il contenuto del suo discorso: 1) nessun proclama farneticante, nessuna minaccia violenta, solo consigli gentili espressi con toni pacati da no global di buona famiglia; 2) elementi di attualità inzeppati nel testo al solo fine di indurre anche ai più distratti che la “testimonianza” sia stata registrata molto di recente; 3) riferimenti storici (l’occidente che si è liberato dal giogo di tiranni e monaci per finire i suoi giorni nel pantano di una falsa democrazia); 4) una spruzzatina di finanza e fisco (riferimenti alla crisi finanziaria USA innescata dai mutui sub-prime e alle tasse che lo stato preleva forzatamente ai cittadini delle democrazie).

Il ghost writer appare perfino spiritoso, per esempio quando sottolinea il vantaggio di essere soggetti all’obbligo di elemosina tipico – a quanto pare – dei paesi islamici anziché all’insaziabile fisco “democratico”, e provvede a fare una pubblicità non so quanto gradita al noto linguista del MIT, grande fustigatore della perversione americana.

Il messaggio di un noto terrorista internazionale (o se preferite il trailer di un noto marchio internazionale di terroristi) dovrebbe spaventare, inquietare la gente, non farla ridere. Solo Bush potrebbe crederci tanto ingenui da berci questa favola.


Egotismo

Luglio 29, 2007

Il dottor Sodomotto si è allontanato qualche giorno dalla miasmatica città nella quale vive. Come da copione, ha sofferto, pure nel suo buen ritiro, di qualche problema di salute fisica e psichica e pertanto ha deciso di ricominciare a postare i suoi sfoghi vanagloriosi a partire da domani. Per il momento, pensa solo a sé, e alla sua anima, come dice bene questo cartello fotografato in ospedale.


Introspezione

Giugno 26, 2007

Il mio corpo si ribella. Dopo due coliche renali, che hanno rispettivamente salutato il mio trentottesimo compleanno e sabotato un’uscita di sabato sera cui Leni teneva molto, mi sento incline all’introspezione.

Il primo pensiero è: sono vulnerabile. Dunque, questo involucro di carne che mi porto dietro, che mi porta dietro è fragile, imperfetto, ostaggio del dolore: una pallina di 0.8 mm intestarditasi a far turismo nel mio apparato uro-genitale è in grado di tormentare il mio sistema nervoso in un modo insopportabile (e io, come ogni uomo, mi sono sempre reputato una persona resistente al dolore fisico).

La seconda considerazione è: il dolore è solitario. Certo la mia famiglia mi è vicina ed il conforto morale è immenso, ma nei momenti clou ci sei solo tu e il tuo fottuto coltello ficcato nella schiena, siete voi due ad affrontarvi in un duello senza senso e di durata imprecisata, nessuno ti può veramente aiutare o forse sì, il salvatore, che, nelle sembianze della guardia medica trendy e sbrigativa ti perfora le chiappe con due bomboni – dopodiché il sacco di ciccia viene consegnato all’agognato oblio chimico che assieme ad ogni altra sensazione attutisce e poi cancella il dolore.

La terza considerazione è: per fortuna vivo in questa versione del Ventesimo secolo in miniatura che sperimentiamo in Italia oggi. Cosa ne sarebbe stato di me se non fossero stati inventati il Buscopan e il Voltaren?

La quarta considerazione è: ora sto (abbastanza) bene, e sono incredibilmente felice. E, per quanto banale, mi ricordo come è bello stare bene, e come sono stato di merda quando sono stato male, e che il passaggio da uno stato all’altro è avvenuto in un click e senza che io potessi scegliere – ringrazio la mia buona sorte, che mi ha dato un malanno fastidioso ma non grave, e che mi ha presto riconsegnato nel mondo normale solo con quella piccola cicatrice che si chiama “non dare la tua salute per scontata”. Ma quella cicatrice è veramente piccola, quasi non si vede, perché due giorni dopo già mi lamento del caldo, dell’ufficio, delle zanzare. Senza pensare che con un altro click potrei essere morto.


"Orgoglio" pedofilo… e se fosse un hoax?

Giugno 20, 2007

Parlando della cosiddetta giornata dell’ “orgoglio” pedofilo, voglio tentare di ragionare freddamente, prendendo distanza dalle emozioni negative che prendono il sopravvento quando ci si imbatte in un crimine di questo tipo: rabbia, impotenza – quell’immenso “perché?” di granito scritto a caratteri di sei metri l’uno nel nostro cielo vuoto. Dunque, le persone (dico la verità, fatico ad usare questa parola) che si dilettano a violentare i bambini sono giustamente odiate da tutti: quando si tratta di un pedofilo, anche persone di buon senso, fieramente liberali, fanno la triste esperienza di veder vacillare le proprie convinzioni sulla pena di morte; i pedofili, quando finiscono in carcere, sono a rischio di essere assassinati da altri detenuti; la polizia è continuamente alle loro calcagna, e quelli che si incontrano su internet sovente vengono beccati. Insomma, se fossi uno di questi criminali, cercherei in ogni modo di non dare nell’occhio, di mimetizzarmi, di nascondere le mie tendenze sotto uno stile di vita il più possibile normale; insomma, tutto farei anziché metter su addirittura un happening globale, con tanto di candelina azzurra sul davanzale. Ma vi immaginate la scena: “Tesoro, guarda alla finestra dell’ingegnere… c’è una candela azzurra accesa, la mazza da baseball ti ricordi dove è?” Insomma, l’atto esibizionista di uno di questi particolarmente svalvolato ci può anche stare, ma che dei criminali tanto scaltri da aver schivato la giusta punizione che li attende decidano di passare ad un’outing di massa con il tono di una pseudo-piattaforma politica non sta in piedi. Tuttavia, il boy-love day da un punto di vista sociologico ha il discutibile pregio di aggregare lo sdegno e l’odio di persone diversissime tra loro, pronte a intraprendere iniziative di contrasto. Ma poi quali? “Firmare una petizione”? Firmare una petizione per impedire il perpetrarsi di quello che a tutti gli effetti è la celebrazione di un delitto, cioè esso stesso un delitto? E perché non firmare una petizione contro gli assassinii? Chi ha avuto l’idea della petizione ha poi corretto il tiro, spiegando che la petizione era per chiedere all’Unione Europea di intervenire e di bloccare i server che ospitano informazioni e materiale pedofilo. In pratica, tutti (io compreso, dato che anche sono emotivo e padre) abbiamo firmato per sollecitare le polizie europee a fare quello che già fanno tutti i giorni… Ma qualcuno ha raccolto migliaia, se non milioni di indirizzi di posta elettronica.


Dalla parte della maestra

Giugno 8, 2007

Leggiamo che una professoressa di Palermo ha obbligato un ragazzo, colpevole di atti di bullismo nei confronti di un compagno a scrivere cento volte la frase “sono un deficiente” – come nota di colore, rileviamo che lo sciocchino non è stato nemmeno a scrivere la frase, dato che sembra abbia riempito il quaderno di “sono un deficente“…

In Italia, dove la carcerazione preventiva è la regola e la giustizia è il problema politico numero uno, si trova però un pm che condanna la professoressa a due mesi di carcere per “abuso di mezzi di correzione” (condanna sospesa).

Alcune considerazioni:

1. il “bullo”, ma chiamiamolo pure “deficiente”, che mi pare meglio, può insultare a piacimento i compagni ed impedire ad un compagno di entrare nel gabinetto “perché gay, cioè femmina”.
2. ma l’educatore che lo punisce merita due mesi di carcere
3. il genitore del deficiente può chiamare la professoressa “cogliona” o “testa di cazzo” (le agenzie non danno indicazioni univoce sull’epiteto ingiurioso adottato) ma la professoressa non può chiamare deficiente … il deficiente
4. apparentemente, i Carabinieri di Palermo non hanno problemi più importanti che raccogliere il deprimente sfogo del genitore del deficiente, accettando la sua denuncia anziché invitarlo a farsi un giro
5. un pm di Palermo perde tempo, denaro, sporca carta e timbri per ipotizzare una misura di restrizione della libertà nei confronti di un’insegnante che ha solo fatto il suo dovere
6. il mammismo italico è il infame che muta in deresponsabilizzazione, perdita della dignità, assistenzialismo, lassismo, in tutti i vizi, cioè che fanno dell’Italia il paese sottosviluppato che è.

Cari professori miei, io vorrei che in giro ci fossero meno bulli del cazzo e più gay “
La mia parte intollerante – Caparezza