Parcheggiamo le “tipe toste” con l’Idea

Maggio 12, 2008

Al cinema sono stato costretto a sorbirmi questo orribile spot della FIAT Idea Black Label:

Si tratta di una cosetta inefficace, irritante, volgare e molto, molto sciocca.

Osservate la protagonista che, nerovestita, si aggira per le strade della città: ha proprio l’aria di una che non ha per niente fretta, cosa che fa a cazzotti con la ventiquattrore (leggi “donna in carriera”) che si trascina dietro con fare piuttosto sciatto.

Qualcosa di inconsueto attrae la sua attenzione, e poi quella di un’altra donna con i capelli bianchi. Un attimo dopo, senza una spiegazione, la tizia si sta esibendo in un haka maori assieme ad altre donne convenute (casualmente?) nella piazza. Ora, ci domandiamo, che fine ha fatto la valigetta? La tizia ha convocato le altre donne o si è semplicemente unita a loro?

Qual è il senso della danza? Agli occhi di chi, come il sottoscritto, non se ne intende, sembra una sequenza di mosse aggressive che tenderei a collegare ad una danza di guerra. Apprendo però che questa antica tradizione degli indigeni neozelandesi è in realtà un modo per veicolare emozioni di ogni tipo, al punto che esistono danze maori per ogni occasione, lieta o triste che sia. Quella che si voleva qui scimmiottare è il Ka Mate, l’Haka che viene eseguito dalla squadra di rugby neozelandese, e che, a quanto pare, si limita a celebrare una cosa davvero semplice e carina: il trionfo della vita sulla morte. Incidentalmente, noto che il cosidetto “Whetero”, cioè l’atto di mostrare la lingua è di solito prerogativa di haka eseguiti da maschi, che lo dedicano ad altri maschi – ma va bene, non vogliamo forse che la donna si comporti come i peggiori dei maschi?

Il pubblicitario che ha ideato questo spot non si è ricordato che le signore di solito non seguono il rugby, e che probabilmente non hanno la minima idea di che cosa rappresenti tutto questo dimenarsi e urlare. Questo è un grave errore di comunicazione, anche se è probabile che il risultato perseguito attraverso tanta disinibita ignoranza sia proprio quello di mostrare un tipo femminile aggressivo e violento – si veda anche il modo in cui Crudelia esce dal parcheggio a fine sequenza. Ed ecco che arriva una bella pioggia rinfrescante di luoghi comuni: “Ci vuole grinta per essere mamma, oggi” e poi “… molto volume. Molto tosta”. Era quasi impossibile concentrare in meno di 30 secondi due delle parole più odiose che conosca: “grinta” e “tosta”. No, la grinta non mi piace: preferisco la capacità, lo stile, l’equilibrio. E continuo a pensare che spesso si dice che una donna è tosta solo per non dire che è stronza.


Piccoli segreti danesi

Dicembre 21, 2007
denmark-flag.jpgL’articolo di Ian Fisher (New York Times) che descrive con grande lucidità il livello raggiunto dalla decadenza italiana cita un lavoro della Professoressa Luisa Corrado (Marie Curie Fellow all’Università di Cambridge). A quanto ho capito, questo studio si propone di individuare le variabili che influenzano il livello di soddisfazione e di felicità umane, tra cui il fatto di essere nati in un certo paese anzichè in un altro. La ricerca si basa su un sondaggio condotto su circa 20.000 persone cui è stato chiesto di valutare il proprio livello di felicità immediata e di lungo periodo: alcune conclusioni dello studio confermano quello che suggerisce il semplice buon senso: per esempio, le donne, i giovani e le persone con molti amici e conoscenti e un partner tendono ad esser più felici, rispettivamente, degli uomini, degli anziani e delle persone sole. Più interessante è la correlazione diretta che sembra esistere tra livelli di soddisfazione e fiducia nelle istituzioni, nella legge e nel prossimo: questo elemento, tanto importante da ridimensionare l’effetto intuitivo del maggior o minore reddito, spiegherebbe la ragione per cui è possibile parlare, con buone basi scientifiche, di paesi più felici di altri.

Se è vero che la nostra felicità è influenzata in maniera determinante dalla fiducia nelle istituzioni e negli altri, non c’è da stupirsi che l’Italia sia preda di una gravissima depressione: pensiamo alle soddisfazioni che ci danno politica, sanità, cultura, religione, industria e mercato nel nostro paese. La diagnosi che dell’Italia fa la professoressa Corrado, dunque, non stupisce più di tanto. Ma crogiolarsi nel proprio dolore non fa per noi – molto più interessante invece capire perché i Danesi sono molto più felici dei romani per esempio, nonostante gli oltre 1.000 giorni di sole in meno di cui possono godere (dati 2004).

Ci viene in aiuto il British Medical Journal, che a fine 2006 ha pubblicato uno studio che mira a comprendere la particolare felicità dei Danesi rispetto agli altri scandinavi. La sintesi della ricerca, che peraltro vi consiglio di leggere integralmente dato che è scritta in modo esemplarmente leggero e brillante, dopo aver analizzato e scartato tutte le possibili variabili con una possibile influenza sulla felicità di quel popolo (dal corredo genetico al colore dei capelli) conclude che la contentezza danese è spiegata da questi due fattori: 1) la vittoria della Danimarca ai Mondiali del 1992, un evento che ha avuto un’influenza inimmaginabile sulla psiche danese, mortificata da millenni di sconfitte militari e politiche; 2) i danesi non hanno aspettative clamorose sul proprio futuro. I titoli dei loro giornali, nel dare conto del lusinghiero record, titolavano: Siamo il popolo più felice “line gu”, che vuol dire qualcosa come “per il momento, ma non per molto ancora, e non ci contate troppo: come dire, se di mantengono basse le aspettative, il futuro ci sembrerà migliore delle aspettative.


Monica Bellucci distilla perle di saggezza…

Dicembre 12, 2007

bellucciA suo tempo, Monica Bellucci dimostrò indipendenza, intelligenza e coraggio sostenendo i quattro sì al referendum per l’abolizione della esecrata legge 40/2004, che ha cancellato dall’Italia la fecondazione assistita: quale migliore antidoto alla barbarie clericale e antidemocratica, infatti, del suo fulgido volto accigliato? E’ dunque particolarmente doloroso constatare a quale turpe operazione pubblicitaria Monica Bellucci abbia recentemente prestato il suo corpo e in qualche caso anche la sua intelligenza. Ieri il fine era quello di tentare di evitare lo scempio; oggi, invece, quello di aumentare le vendite di una catena italiana di biancheria intima: mala tempora currunt.

Complice dell’”operazione sottoveste” l’inevitabile Gabriele Muccino, il regista romano, che, dopo aver diretto in Italia tre film di rara volgarità, sistemato il fratello minore nel mondo show-business, è finalmente partito per gli USA, dove è incredibilmente riuscito a mettere le mani su una storia vera talmente bella e toccante che perfino lui è riuscito a farne un film di buona qualità (The Pursuit of Happyness). Attorno alle mordide forme della modella umbra, che a 44 è più bella che mai, il furbo Gabriele confeziona un patetico cortometraggio degno di menzione solo per il modo sfacciato con cui fa ricorso ad ogni possibile cliché culturale e cinematografico.

A quanto sembra, però, mostrare il corpo in cambio di denaro non è sufficiente: il mondo del commercio pretende un totale asservimento intellettuale. Per questa ragione, in concomitanza con la presentazione del lavoretto del mediocre Muccino, il Corriere spreca tempo ed inchiostro per raccogliere le imperdibili perle di saggezza che la Bellucci distilla in un albergo chic di Milano. La scelta del tema dell’intervista (se così si può dire) è, guarda caso, la seduzione, tanto per restare in tema di guepière e reggicalze: “La seduzione, figlia della sensualità, è una cosa naturale. Che non ha bisogno di essere ostentata. Che sta dentro. E che fa parte delle donne italiane in generale. Inglesi, francesi, tedeschi lo dicono sempre. E ci riconoscono sempre per questo, ovunque. È come se l’avessimo scritto nel Dna: una naturale predisposizione alla sensualità“. Siamo alle mitiche frase da autobus: “Eh, ma le donne italiane… Di questo paese salverei solo il cibo e le donne…”. E poi, colpo di scena finale, che costituisce il perfetto complemento alla campagna di promozione di una marca di biancheria intima: alla brillante giornalista (complice) che le domanda in quali oggetti si incarna la seduzione femminile, Monica risponde sicura: “La sottoveste, sicuramente. E, inutile far finta di nulla, il reggiseno. Noi italiane non possiamo farne a meno. Decisamente. Il decolleté “ti vedo-e-non-ti-vedo” è un nostro must. Le straniere cercano di copiare… però come lo esibiamo noi…! E poi direi i tacchi alti. Arma infallibile (…)”. Altro che cultura e responsabilità: è il reggiseno l’arma segreta delle donne.


Morrissey fascista?

Dicembre 8, 2007

mozzaSteven Patrick Morrissey (Manchester 1959), indimenticabile voce degli Smiths nonché autore di numerosi album solisti, in questi giorni è al centro di una querelle scatenata dal giornale musicale New Musical Express. Quando Tim Jonze, il giornalista di NME che lo ha incontrato, ha chiesto a Mozza (Morrissey), che attualmente vive in Italia, se avesse intenzione di tornare in Gran Bretagna, si è sentito rispondere: “la Gran Bretagna è un posto terribilmente negativo; (…) inoltre, con la questione dell’immigrazione ci sono grossi problemi, perché, anche se non ho niente contro le persone di altri paesi, tendono a far scomparire l’identità inglese. (…) Se si fa una passeggiata a Knightsbridge un giorno qualsiasi, si sente ogni possibile accento tranne quello britannico“. Più il commento di un signore invecchiato male, forse anche a causa di quella vocazione al celibato e del disinteresse per il sesso che ha sbandierando negli ultimi 25 anni, che di un razzista.

E’ interessante notare che Jonze, pur ammettendo di essere rimasto scandalizzato dalle dichiarazioni di Morrissey, che dunque sembra non smentire, ha chiesto alla testata di rimuovere il suo nome dall’intervista, dato che, ha dichiarato, il materiale da lui prodotto è stato praticamente riscritto di sanapianta dalla redazione. In effetti, il sospetto che la rivista abbia tentato di “beccare” “Mozza” a dire qualche cosa di razzista al fine di costruirci sopra una storia giornalistica c’è. Morrissey è da questo punto di vista un personaggio controverso: sempre NME, nel 1992, non gradì la performance di Morrissey che, in un concerto a Finsbury Park, venne pizzicato a ballare con due skinhead con il corpo drappeggiato di una Union Jack (la bandiera nazionale è spesso associata in Gran Bretagna alla militanza in formazioni di estrema destra) – titolo dell’articolo: identità nazionale o flirt con il disastro? Alcune uscite di Mozza e perfino alcuni versi di sue composizioni possono apparire politicamente scorretti.

Premesso che io non credo che Morrissey sia un razzista (è infatti un uomo troppo intelligente per abbassarsi a tanto) ma che sia un grande snob e un furbone che cerca in tutti i modi di far parlare di sé, questa notizia mi ha fatto venire in mente alcune cose: 1) potremmo continuare ad amare tanto un cantante anche se si scoprisse che pensa delle cose che non condividiamo? 2) e se veramente Mozza fosse un razzista, come potrebbe riconciliare il culto della razza superiore con il vegetarianesimo militante (suo stile di vita da ben 37 anni)? 3) perché i media preferiscono ripetere cliché anziché fornire vera informazione?

 


Una breve storia della violenza (un discorso di Steven Pinker)

Dicembre 6, 2007

PinkerQuale che sia l’ordine di grandezza temporale considerato (millenni, secoli o anni) e a dispetto del bombardamento quotidiano di informazioni e di dati che sembrano fatti apposta per convincerci del contrario, l’umanità tende a diventare sempre meno violenta: questa la tesi provocatoria del linguista e psicologo canadese Steven Pinker in un suo recente intervento ad un TED Talk.

Come mai allora tante persone sembrano convinte del contrario? Una delle cause di questa falsa percezione è l’illusione cognitiva: leggere ogni giorno di crimini efferati modifica il nostro modo di vedere le cose suggerendo alla nostra mente di ritenere più probabile la possibilità di essere uccisi. Un’altra ragione che impedisce una chiara visione delle cose è data dalla distorsione operata in modo più o meno volontario da chi si occupa di problemi sociali e di politica: immaginate quanta attenzione e quanti fondi otterrebbero andando in giro a dire che sì, insomma, le cose vanno sempre meglio per l’umanita… Bisogna poi fare i conti con il diffuso senso di colpa degli intellettuali moderni nei confronti delle popolazioni indigene, cosa che molto spesso si accompagna ad un riflesso ad ignorare le molte cose buone che la cultura occidentale ha portato all’umanità. Infine, il comportamento umano tende ad evolvere meno velocemente di quanto non faccia la cultura: in altre parole, se oggi l’opinione pubblica è (giustamente) sconvolta dal fatto che un piccolo numero di criminali venga condannati ai morte in uno stato americano dopo 15 anni di processi, solo qualche centinaio di anni fa chi avesse insultato il re poteva finire bruciati in una pubblica piazza dopo un processo di dieci minuti.

Ma Pinker è molto scrupoloso nel fornire argomentazioni a supporto della sua tesi di una continua riduzione del tasso di criminalità :

1. Hobbes forse aveva visto giusto: la vita allo stadio primitivo era solitaria, misera, abietta, brutale e breve. Lo stato di anarchia (cui il filosofo inglese opponeva l’ordine costituito imposto dal Leviatano) si basa infatti sull’opportunità della violenza preventiva (ti ammazzo io prima che tu possa ammazzare me). Non è un caso se le statistiche elaborate dal criminologo Manuel Eisner dimostrano che il tasso di omicidi in Europa è sceso in coincidenza con lo stabilirsi di stati centralizzati.

2. Una volta la vita era davvero a buon mercato. Oggi il progresso e la tecnologia consentono vite più degne di essere vissute, cioè più facili, più sane, meno distruttive e più divertenti. Diventa forse più difficile il pensiero di voler privare altri uomini di una cosa che vale tanto per noi.

3. Sono aumentati i giochi a somma non zero, cioè le situazioni in cui i nostri simili ci fanno più comodi vivi che morti. C’è dunque un “dividendo della pace” che tutti, per motivi egoistici si sforzano di assicurarsi. Specialmente in un mondo in cui la tecnologia magnifica le possibilità di collaborazione tra persone anche molto distanti.

4. Come suggerisce il filosofo autraliano Peter Singer, mentre un tempo l’empatia era riservata alla famiglia e ad un numero molto ristretto di amici, oggi il numero delle persone che siamo disposti a considerare qualcosa di più che subumani è aumentato (allargamento del circolo). Se prima la reciprocità era riservata alla sola famiglia, essa è stata gradualmente estesa al villaggio, al clan, alla tribù, alla nazione, a persone di altre razze, ai membri dei due sessi, e persino ad altre specie non umane.

Un bellissimo intervento che ci dà speranza per il futuro e per una volta ci permette di essere soddisfatti per quello che abbiamo costruito con la nostra cultura.


Shibboleth 2007: cadere nella faglia

Novembre 30, 2007

shibboleth.jpgDoris Salcedo è un’artista colombiana che sa come far parlare di sè: dopo aver realizzato un’opera sospendendo 1550 sedie di legno tra due edifici alla biennale di Istambul del 2003, è stata chiamata ad arricchire con un suo lavoro la turbine hall della Tate Gallery di Londra. Un’altra idea geniale: per la prima volta nella storia della galleria d’arte inglese, un artista non ha utilizzato il museo come un contenitore della propria creatività, ma ha fatto dell’edificio stesso la materia prima della creazione.

L’idea alla base di Shibboleth 2007 è semplicissima, ma geniale: una piccola crepa nel pavimento della hall che si protrae per circa 170 metri, allargandosi fino a raggiungere una larghezza tale da diventare pericolosa per i visitatori (qualcuno sembra si sia già fatto male). A quelli che si domandano quale tecnica sia stata impiegata per spaccare il pavimento della galleria in modo che sembri danneggiato da un movimento sismico, risponde il direttore Nicholas Serota spiegando che non è stato adoperato alcun trucco e che la frattura nel pavimento è autentica, anche se non compromette la stabilità dell’edificio.

Shibolleth è uno scioglilingua, che, secondo il Libro dei Giudici, venne impiegato nel corso di una antica guerra per distinguere gli amici dai nemici: chi riusciva a pronunciare la parola correttamente era un amico, mentre gli altri venivano uccisi. Evidente il significato che Salcedo ha inteso attribuire alla sua opera: la frattura tra Europei e non europei, sia nel senso di popolazioni assoggettate al colonialismo europeo, che di popolazioni immigranti che oggi arrivano nel nostro continente per migliorare le loro condizioni di vita. Se il concetto di arte è andato mutando nel tempo fino ad assumere la connotazione contemporanea, secondo la quale è arte quello che l’artista decide di considerare arte, anche allo spettatore spetta una autonomia interpretativa perfino più ampia. Ecco, io per esempio, in quella crepa ho visto tutte le contraddizioni tipiche dell’esistenza, la cui serena riconciliazione è il nostro duro mestiere quotidiano.


Uno scontro di civiltà meno noto… ma più pericoloso

Novembre 27, 2007

bagginiIl montante relativismo, spingendo un numero crescente di persone a cercare solidità in sistemi fideistici più rigidi e pericolosi (marxismo, populismo estremismo religioso) preoccupa i politici più accorti; d’altra parte il fatto che oggi, per la prima volta da millenni, si accetti comunemente che la verità e la morale sono relative non può che preoccupare chi, come la chiesa di Roma, si è autoproclamato depositario della verità assoluta. Dunque, il vero scontro tra civiltà è quello che oppone pragmatismo relativista a certezza dogmatica.

Chi dobbiamo biasimare per questo triste risultato? Julian Baggini punta l’indice contro i pensatori che, a forza di menare fendenti a destra e a manca, hanno finito per azzerare la vasta area filosofica che separa il relativismo più indifferente ed irresponsabile dal fondamentalismo dogmatico; in particolare quel Michel Foucalt che estremizzò il concetto nietzschiano secondo cui la verità non è altro che il potere: et voilà, la verità non esiste più.

Se pure i nemici del concetto di verità non vendono milioni di copie dei loro volumi, le loro idee, spesso in forma corrotta, tendono ad infettare le scienze umane, con risultati devastanti. La grave colpa di questi intellettuali è che sono convinti di meritare riconoscenza: il loro lavoro di sistematica decostruzione dell’obiettività e della verità, infatti, permetterebbe all’umanità di vedere il mondo come esso realmente è, anziché come i potenti desiderano rappresentarlo. Questa operazione, però, “lungi dal redere l’apertura mentale del pensiero di sinistra più attraente, finisce per renderlo più vuoto, ripugnante e debole rispetto alla chiarezza cristallina e alla certezza del dogma di fede.

In realtà sono questi filosofi che debbono chiederci perdono per non aver capito o per non essere stati in grado di spiegare che nella vita di tutti i giorni possiamo e dobbiamo distinguere il vero dal falso, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, anche se a prima vista questi termini non significano necessariamente ciò che credevamo significassero. La scienza non deve diventare un’altra religione, ma nemmeno un altro mito. I valori morali vanno messi alla prova, ma se è vero che discriminare le donne, gli omosessuali e le minoranze è sbagliato da noi, dovrà esserlo anche altrove.


Incesto e tabù (secondo Steven Pinker)

Novembre 14, 2007

pinker_2001.jpg

Sentite questa: Alberto ed Arianna (20 e 19 anni, rispettivamente) sono due fratelli cui capita di passare un fine settimana da soli in una casa al mare, lontani da tutto e da tutti. Inspiegabilmente, si accorgono di provare un irresistibile desiderio di fare l’amore, ma prima di abbandonarsi alla strana passione, stabiliscono che:

1. si tratta di un episodio isolato, per cui si promettono reciprocamente he quella sarà la prima e l’unica volta;

2. prendono precauzioni anticoncezionali (lei prende la pillola e lui indossa un preservativo);

3. quello che succederà tra di loro resterà segreto e in nessun caso e in nessuna circostanza verrà conosciuto da altre persone.

Si tratta di una storia riportata da Steven Pinker (professore di psicologia ad Harvard) in un capitolo del suo libro “Tabula Rasa – Perché gli uomini non nascono tutti uguali” in cui affronta il tema dei tabù culturali. E’ interessante notare che le tre condizioni sono studiati proprio per prevenire le principali obiezioni con cui tutti noi argomentiamo la repulsione innata che proviamo nei confronti di un atto incestuoso. Potrebbe minare le basi della convivenza civile? No, perché è un atto isolato. Potrebbero nascere dei bambini con problemi genetici? No, perché i due amanti usano anticoncezionali. Ne nascerà uno scandalo? No perché gli interessati manterranno la cosa segreta.

Nonostante non sia possibile trovare ragioni razionali per censurare la condotta di Alberto ed Arianna, tutte le persone cui si chiede di dare una valutazione morale su questa vicenda continuano a ritenere che essa sia riprovevole. E’ un condizionamento culturale? E’ un meccanismo di sicurezza biologico che scatta per incentivare la commistione di patrimoni genetici diversi? Non saprei, ma comunque è un test interessante.


Cose brutte… un piccolo sondaggio

Novembre 10, 2007

 

ugly3_01.jpgTutto è cominciato come uno scherzo: a settembre, la redazione di The Ecologist ha lanciato un mini-sondaggio in ufficio per capire quali fossero le cose più brutte in cui ci si imbatte nella vita di tutti i giorni. L’idea era carina, per cui si è deciso di girare la domanda anche ai lettori: è venuto fuori di tutto, dalle suonerie dei cellulari all’insalata in busta di plastica, dalle riviste per donne ai fuochi d’artificio, passando per i mozziconi di sigaretta e le buste di plastica. Mi ha colpito per la sua stravagante poesia di una certa Gaël, che trova “ugly” il fatto di calpestare involontariamente una lumaca in un giorno di pioggia… (chapeau!).

 

L’idea di The Ecologist mi è piaciuta molto, per cui ho sottoposto una certo numero di amici questa domanda: “quali sono le tre cose più brutte che vi vengono in mente – per questo tipo di analisi non mi interessano i massimi sistemi (la fame, la guerra, la violenza sulle donne): vi chiedo di concentrarvi su tutte le cose (edifici, utensili, gadget…) o i comportamenti altrui che nella vita quotidiana maggiormente offendono il vostro senso del gusto, mortificano le vostre aspirazioni alla bellezza, all’armonia, alla pace (sempre che queste siano effettivamente le vostre aspirazioni).’”

Purtroppo, allo scopo di rendere più agevole la comprensione del progetto che ho in mente, ho messo degli esempi, e questo si è rivelata un’arma a doppio taglio: il beneficio esplicativo è stato in certi casi più che compensato dall’influenza del mio pensiero su quello degli altri, che forse avrebbero potuto dare risposte differenti. Ho raccolto il materiale, e ci ho costruito sopra un mini sondaggio online.

Adesso tocca a voi: quali sono le cose brutte nelle quali ci imbattiamo nella vita di tutti i giorni?


Tutte le bugie sui biocarburanti

Ottobre 31, 2007

Financial Times GraphsUn intelligente articolo di Martin Rolf, pubblicato sul Financial Times di oggi, smantella i luoghi comuni sui benefici degli investimenti in biocarburante che siamo abituati ad accettare acriticamente: dati e grafici incontrovertibili raccontano una brutta storia di politiche sbagliate, irrazionali, inique, e perfino criminali.

Procediamo con ordine: l’industria dei biocarburanti è soggetta a sussidi statali che in Europa, per ogni litro, costano dai 60 centesimi (Etanolo in Svizzera) al dollaro (Etanolo in UE, e Biodiesel in Svizzera) – a parità di energia prodotta, il costo dei combustibili fossili si aggira tra i 30 e i 40 centesimi di dollaro. La presenza di robustie sovvenzioni statali non favorisce l’efficienza nel processo produttivo, tanto è vero che in Europa, dove l’intervento pubblico è particolarmente massiccio, i costi di produzione di etanolo possono arrivare ad essere quasi il doppio di quelli registrati negli USA. Investire nei biocarburanti, dunque, ha dei costi espliciti (sovvenzioni, cioè tasse per i cittadini) ed impliciti (inefficienza, e quindi altri costi per i cittadini).

Nonostante quanto sopra detto, la strada dei biocarburanti potrebbe comunque essere quella giusta, se almeno portasse ad una significativa riduzione delle emissioni. Anche questo assunto, però, è polverizzato dall’evidenza empirica portata da Wolf, che mostra come, almeno in Europa e negli USA, l’etanolo riesce a ridurre le emissioni di un valore non significativo, compreso tra il 13 e il 18%.

Il Brasile, però, può contare su un modello produttivo invidiabile: in quel paese, infatti, non solo riescono a produrre etanolo ad un costo inferiore a quello della benzina, ma le emissioni vengono ridotte del 90%. Peccato, però, che una simile efficienza sia vista più come una minaccia che come un’opportunità, dato che l’etanolo brasiliano deve scontare dazi protezionistici tanto in Europa (25%) che negli USA (50%). Un esempio di come la politica non sempre persegua sempre l’interesse dei cittadini comuni.

Ma non è tutto: poiché la domanda di prodotti agricoli dai quali trarre combustibili è “drogata” dagli incentivi statali, i prezzi della parte di quei beni destinata al consumo alimentare cresce in maniera esponenziale: per avere un’idea degli ordini di grandezza coinvolti, si pensi che la metà dell’aumento di domanda globale di granoturco è causata dall’aumento della domanda americana di etanolo derivato da quella coltura. Gli unici a fregarsi le mani sono i produttori, che possono allegramente lucrare sull’aumento dei prezzi che mette in ginocchio i paesi poveri costretti ad importare cibo sempre più costoso. Una conferma di come gli stati occidentali (in particolare quelli europei) perseguano ciecamente l’agenda politica dettata loro dalle lobby degli agricoltori. I sussidi di stato uccidono.