Il documento del FNOMCeO e le bugie dei preti

Marzo 2, 2008

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Siamo arrivati anche a questo: i bigotti sempre più in affanno bollano di falso un documento approvato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chiururghi e Odontoiatri in materia di contraccezione, procreazione e interruzione di gravidanza. Rilevo che il foglio dei vescovi non entra nel merito del documento a firma del dott. Antonio Panti, Presidente dell’ordine dei medici di Firenze, ma spostando la polemica su un campo tristissimo della burocrazia, disinforma allegramente i suoi tre lettori: secondo la versione di comodo fornita da Avvenire, infatti, il testo sui temi etici sarebbe espressione di una posizione personale del dottore che lo ha esteso, non un documento ufficiale dell’organizzazione.

Il che ovviamente non è vero, dato che il documento di Panti, disponibile qui, esce con il titolo “Documento della FNOMCeO”. A conferma della malafede di Avvenire, il direttore della Federazione, Amedeo Bianchi si assume la piena responsabilità del documento, sia pur definendolo “una piattaforma che vuole fornire spunti di riflessione”, e spiega: i medici hanno dovuto far sentire la propria voce in un momento in cui i cosiddetti temi etici sono stati “trasferiti nel campo della polemica elettorale”.

Ma cosa contiene questo documento per scatenare la rabbiosa e puerile reazione dei clericali, ormai sempre più soli e sempre più disperati?

Pillola del giorno dopo: è definita, correttamente, “contraccettivo d’emergenza”. Per questa ragione, la sua prescrizione non deve essere “surrettiziamente limitato” perché in tal modo si lede il diritto della donna a prevenire una gravidanza non desiderata. Se qualcuno fosse duro d’orecchi, l’obiezione di coscienza del medico che rifiuta la prescrizione per motivi morali (!) non limita il suo obbligo deontologico al rendere disponibile la prescrizione stessa nei tempi appropriati.

Legge 40: la Federazione conferma la sua valutazione negativa sulla demenziale legge contro la procreazione assistita. Essa è infatti riuscita nel difficile compito di negare alla donna il diritto all’autodeterminazione impedendo nel contempo al medico di agire nel rispetto del principio ippocratico (perseguire il massimo bene per le pazienti).

Legge 194: l’introduzione della RU486 risponde perfettamente alle prescrizioni della legge 194/78, nella parte in cui prescrive “l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità psicofisica della donna e meno rischiose per l’interruzione di gravidanza“.

Assistenza ai neonati vitali di età gestazionale estremamente bassa ( 22-25 settimane), per IVG o no: la legge 194/78 già prevede che, in caso di sopravvivenza del feto, il medico debba adottare ogni misura idonea a salvaguardare la sua vita. Tuttavia, tali interventi devono considerarsi accanimento terapeutico quando ci si trovi di fronte ad un quadro clinico di “gravi ed irrecuperabili insufficienze di sviluppo di organi e/o apparati o in presenza di gravi malformazioni incompatibili con la sopravvivenza del neonato“. In ogni caso, è inequivocabile che, in circostanze di questo tipo, si debba informare ed eventualmente acquisire il consenso dei legali rappresentanti del feto (i genitori). Qualcosa di ben diverso da quanto sostenuto dai ginecologi romani nel loro outing filo-clericale di qualche settimana fa.

La chiusa del documento merita la citazione: “Si ritiene infine che questioni così delicate, che si riferiscono a quanto di più intimo e personale coinvolga la donna, la coppia, e la società meritino grande rispetto ed un confronto sociale e politico meno strumentale, meno ideologico, più attento al grande bagaglio di sofferenze che sempre accompagna questi tormentati cammini e che ricadono sulle donne, spesso lasciate sole in queste drammatiche circostanze“.

Un documento molto ragionevole che mi pare abbia solide basi scientifiche e notevole tenuta giuridica. Per questo dava tanto fastidio.

 

 

 


Miracoli elettorali

Febbraio 15, 2008

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Che cosa non si farebbe pur di vincere le elezioni! Qualche persona di buon senso deve essere finalmente riuscita ad addomesticare la democratica Paola Binetti, unico parlamentare al mondo dotato di cilicio, mastino dell’Opus Dei: la senatrice più papista d’Italia, cui il Corriere della Sera ha chiesto un commento sulla surreale vicenda di Napoli, ha infatti preso le parti della vittima dell’aggressione clerical-giudiziaria e si è spinta addirittura a criticare chi richiede una modifica della legge 194.

Una Binetti in assetto dialogante e semi-lucida, dunque? A differenza di lei, non credo ai miracoli – però mi congratulo con il compagno del PD che le ha messo la muserola: è anche con iniziative di questo tipo che si può evitare di consegnare di nuovo il paese nelle mani di Berlusconi.


Colpirne una per educarle tutte

Febbraio 13, 2008

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Quanto è accaduto al reparto Ostetricia dell’Ospedale di Napoli presenta ormai dei connotati talmente surreali da rasentare l’arte involontaria. Insomma, cerchiamo di immaginarci le scene: l’irruzione delle forze dell’ordine in un reparto ginecologia, la poliziotta che interroga la donna appena uscita da una sala operatoria, prostrata da ore di travaglio indotto, il sequestro del feto morto – a beneficio degli appassionati del genere, i giornali ne indicano perfino il peso: materiale che sembra più partorito (eh sì) dalla mente perversa di Lars von Trier (lo squilibrato regista del pasticcio horror The Kingdom) anziché attinto dalle cronache nazionali.

La donna aveva deciso di abortire alla ventunesima settimana, e, in ossequio alla (ipocrita) previsione di legge, aveva presentato un regolare certificato di uno psichiatra (del tipo che insospettabili professionisti hanno pronto in Word e che, dopo un colloquio tragicomico, stampano, siglano e consegnano alla paziente dietro corresponsione di svariate centinaia di euro – in nero, s’intende). Apro parentesi: questa del certificato psichiatrico è un’altra ipocrisia italiana: secondo il legislatore italiano, la mancata accettazione di una gravidanza che culmini con la nascita di un bambino gravemente malato non è moralmente accettabile: a renderla tale è solo il rischio che la donna, in conseguenza dell’infausto evento, smarrisca la ragione. Ipotesi invero improbabile, ma utilmente consolatoria, e comuque funzionale alla cosmesi di una realtà che non può essere espressa: la volonta di avere un figlio sano e quella di non accettare e non volere un figlio gravemente ed inutilmente malato.

La donna, si diceva, aveva tutte le carte in regola per accedere alla interruzione volontaria di gravidanza. Resta inesplicabile dunque l’intervento della polizia – e questo ricordando sommessamente che Napoli, tra camorra, rifiuti solidi nelle piazze e rifiuti umani nelle stanze della politica, presenta problematiche che possono occupare più utilmente le forze dell’ordine.

La notizia continua a rimbombarmi nella mente da quando stamattina la ho sentita per la prima volta alla radio. Veramente non capisco: che cosa è successo alle donne e agli uomini di questo paese. Perché non si ribellano? Come è possibile che nessuno abbia niente da dire?Non resta che constatare con amarezza e preoccupazione: il caso di Napoli è il primo dividendo della campagna lanciata da Ferrara e dai porporati che lo ispirano. Per quanto risibili, inutili ed arroganti, i loro vaniloqui funzionano: se tra gli eventi bislacchi che possono capitare in Italia c’è anche quello di finire in galera per aver abortito alla 21 settimanale, vedrete che folla in ospedale.


Aborto di pensiero

Febbraio 11, 2008

liar.jpgContinua l’offensiva clericale contro l’aborto. Il Gotha dei ginecologi di Roma, la città ospitata dallo Stato vaticano, ha pubblicato un documento nel quale si sostiene che un feto prematuro di 22 settimane va rianimato anche contro il volere dei genitori. Si sa, le tecniche di rianimazione neonatale hanno compiuto progressi impressionanti: prenderne atto è piacevole, giusto e doveroso; triste è invece constatare come i papisti si sforzino di utilizzare il dato scientifico per portare acqua mistificante al mulino della loro agenda clericale, che ha l’obiettivo primario di sottrarre legittimità morale alla scelta abortiva.

Mi pare significativo segnalare che a sentire l’urgenza di dare direttive in materia siano stati proprio i capi dei dipartimenti di ginecologia della Città Eterna, dove evidentemente per fare carriera è inevitabile piegarsi ai diktat d’Oltre Tevere. Non sfugga il fatto che la conferenza stampa che ha diffuso la notizia si è svolta a margine di un convegno il cui titolo “Giornata per la Vita”, ad occhio non del tutto avulso dal mondo degli esecrabili baciapile che mi piacerebbe tanto vedere in esilio (il tipo di ginecologi “cattolici”, per esempio, che suggeriscono a mezza bocca che sì, si può abortire, ma che poi, essendo loro “obiettori di coscienza” rifiutano l’obbligatoria assistenza alla paziente, spedendola in laico pellegrinaggio alla ricerca di un medico disposto a rendersi utile).

E come è bella, facile e demente questa retorica della “vita” che lorsignori vanno predicando: vita come pulsare di un cuore, e peccato se poi il conto dell’infelicità, della miseria e dell’orrore di una esistenza impossibile non lo devono pagare loro. Una “morale” molto italiana: principi inderogabili – per gli altri. Irresponsabili decisi a “rianimare” un feto senza futuro anche senza il consenso dei genitori. Vedete: questa fattispecie è costruita con evidente riferimento ad un caso specifico: quale futuro (potenziale?) genitore non chiederebbe ai medici di fare tutto il possibile per concedere un’opportunità ad un feto uscito troppo presto (e per scelta del caso) dal suo comodo utero? L’obiettivo qui sono chiaramente quelle coppie che hanno dovuto fare la dolorosa scelta di negarsi la paternità e la maternità perché, oltre alla vita biologica hanno a cuore un concetto un po’ più ampio (e serio) di vita: una vita “normale” cui sia garantito un minimo indispensabile di qualità, di elementi necessari e non sufficienti a caratterizzare un’esistenza degna di essere vissuta. Non basta il dolore di questa scelta durissima. Non basta la lotta contro un sistema che, al di là degli sproloqui che tocca leggere e sentire ogni giorno, non garantisce l’accesso all’aborto ma anzi lo rende di fatto quasi impossibile. No, bisogna colpevolizzare inutilmente le persone, metterle di fronte allo spettro di un feto abortito e ancora abbastanza vitale da essere collegato ad una macchina che lo terrà in vita qualche ora, giusto il tempo di straziare un altro po’ tutti.

In fondo, i casi di aborto così tardivo sono quasi esclusivamente causati dalla scoperta di gravi malformazioni nel feto, non visibili in una fase meno avanzata di gestazione; ma ormai sappiamo tutti (anche gli atei e i buddisti e i protestanti, dato che c’è sempre qualche prete in TV che ce li rompe con queste stronzate) che la vita, sia pure di merda è dono del Signore, e quindi bisogna consentire e anzi magari deliberatamente incentivare la nascita di infelici.


Fascino di Teheran

Febbraio 2, 2008

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Perché l’Iran mi interessa? Questa foto, magnifica, non a caso diventata sfondo della testata del blog, lo spiega almeno in parte. Immagino sia stata scattata a Teheran nella primavera del 2007, un periodo caratterizzat dalla campagna governativa contro il cosiddetto “hijab inadeguato”. A quanto riferisce BBC, anche se all’approssimarsi di ogni estate i poliziotti iraniani vengono sguinzagliati alla ricerca di donne non vestite in modo consono agli standard previsti dal clero, nel 2007, la repressione è stata particolarmente violenta, forse per distogliere l’attenzione della gente dai gravi problemi nazionali (crescita del costo della vita) ed internazionali (la grande pressione sulla questione nucleare). Nell’aprile del 2007 anche quelle piccolissime libertà che le ragazze iraniane avevano strappato (ad esempio di poter indossare uno velo colorato come la ragazza della foto) sono state azzerate.

Questa testimonianza iconografica, certamente difficilissima da ottenere (“le autorità amano intimidire le donne, ma non gradiscono che le loro prodezze vengano conosciute all’estero”), è eloquente. Prima di tutto, ovviamente, è testimonianza concreta di quanta violenza possa generare una visione del mondo bigotta e sessuofobica – una scena “vendibile” sui media occidentali, essendo molto più sgradevole mostrare persone giustiziate per impiccagione al braccio di una gru in quanto omosessuali.

Ma è anche una testimonianza di quanto una regola folle si trasformi in un meraviglioso strumento di rivalsa per gli sfigati: guardate la vittima della reprimenda: bella ed affascinante, certamente ricca o benestante, sicura di sé al punto da sfidare la codificata demenza delle regole del suo paese indossando un hijab sgargiante che lascia scoperti i capelli. E ora soffermatevi un momento su quella arpia che la sta apostrofando con tanto di dito indice accusatore: piccola, pallida, brufolosa, certamente con un alito tremendo. Pensate a quanto la sua determinata severità possa essere inasprita dalla mancanza di sesso e dall’invidia di quello praticato dalla sua “disinvolta” connazionale.

Ultima considerazione: la ragazza rimproverata ha in mano un dispositivo elettronico (non si capisce se è l’auricolare di un telefonino o un lettore MP3). Non è ironica la coesistenza delle stesse tecnologie di cui disponiamo nei paesi liberi con leggi medievali che impediscono ogni libertà?


Benvenuti in Arabia Saudita

Gennaio 9, 2008
abdhullah.jpgCon chi vadano a letto i politici ci interessa poco, a meno che non appartengano alla categoria di quelli che mettono la famiglia e i valori tradizionali davanti a tutto. Ma facciamo una parziale eccezione per Sarkozy. Infatti, se si passa sopra alla deliberata orgia mediatica inflittaci in questi giorni dal presidente e dal suo lussuoso (benché poco esclusivo) accessorio italiano, non impossibile provare simpatia per il modo disinvolto con cui Sarko affronta le questioni di etichetta, tra cui: niente viaggi ufficiali o vacanze con la concubina.In generale, monsieur le President sembra attribuire importanza marginale alla questione, tanto che, quando è stato recentemente in vacanza in Egitto, ha tranquillamente condiviso la stanza d’albergo con Carla Bruni, suscitando imbarazzo ed irritazione in diversi politici locali (ne riferisce l’Herald Tribune).

Nulla rispetto alla diplomazia saudita, un cui rappresentante ha chiesto esplicitamente a Sarkozy di non farsi accompagnare dalla fidanzata nella sua visita ufficiale presso il Regno, programmata per il prossimo 13 gennaio. Il funzionario, che è rimasto anonimo vista la “delicatezza” del tema, ha giustificato lo scortese diktat con generiche “motivazioni religiose”: secondo l’interpretazione saudita dellalegge islamica, infatti, un uomo e una donna non sposati o non legati da vincolo di parentela non possono stare insieme da soli – anche gli occidentali sono tenuti al rispetto di questa incredibili disposizioni.

La pruderie fanatica e folle del regno saudita è ben esemplificata dall’incredibile vicenda nota come il caso della “ragazza di Qatif”: nel 2006 una giovane e il ragazzo che si trovava in macchina con lei hanno subìto una violenza di gruppo ad opera di un gruppo di sette uomini. Poiché però l’uomo che l’accompagnava al momento del delitto non era suo parente né suo marito, il giudice che ha condannato gli stupratori (pene tra i dieci mesi e i cinque anni) ha contestualmente ordinato che la ragazza di Quatif fosse punita con 60 frustate. L’appello ha portato un inasprimento della pena per gli stupratori ma anche per la vittima, condannata a 200 colpi di frusta.

Insomma, un paese dotato di “leggi” che prevedono una nutrita serie di punizioni corporali per quelli che Orwell avrebbe chiamato “reasessi” (“reati sessuali”: adulterio e omosessualità), si permette di fare la morale ad un francese. E c’è da scommettere che Sarko il Disinvolto questa volta volerà basso, tollerando per opportunismo politico i delitti di una banda di ricchissimi pastori del deserto; Carla Bruni, fanno sapere dallo staff del presidente, non andrà in Arabia Saudita.

Corte Europea vs. pene di leone

Gennaio 7, 2008
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Se un alcune soldatesse svedesi non avessero montato un’incredibile protesta contro il crest che rappresenta la loro unità, probabilmente il mondo non avrebbe mai sentito parlare del del Nordic Battle Group (unità militare di circa 2.400 uomini e donne, principalmente svedesi). Il simbolo araldico incriminato, in cui compare un leone rampante inequivocabilmente maschio, rappresenterebbe per queste battagliere signore un’intollerabile sfida al loro genere, ostacolando la loro identificazione nell’unità rappresentata da quel simbolo.In un paese iperprogressista come la Svezia può succedere anche questo: mentre il povero leone viene frettolosamente sottoposto ad “castrante” ritocco al computer che lo lascerà privo di attributi maschili (a parte la criniera), l’isterismo di un pugno di esaltate in cerca di notorietà si trasforma in un caso davanti alla Corte di Giustizia Europea, chiamata a giudicare se vi sia stata o meno discriminazione sessuale; auguriamoci che sul campo il Nordic Battle Group possa in futuro ottenere successi altrettanto rapidi – benché c’è chi ne dubita, ricordando maliziosamente che (per sua fortuna) la Svezia ha combattuto la sua ultima guerra nel 1809.

Il resto del mondo sogghigna: c’è chi rileva la grande attitudine europea all’autocastrazione, chi propone di dotare di un paio di mutande il felino rampante e chi invece suggerisce di mostrare un leone e una leonessa vis-à-vis sul crest – purché non si finisca per dare un messaggio del tipo “facciamo l’amore, non la guerra”, comprensibilmente poco gradito ai vertici militari.

Io, invece, non ho potuto fare a meno di pensare alla suprema confusione mentale di queste ragazze, addestrate ad uccidere ma intimidite ed offese da un innocuo fallo animale ricamato sulla divisa.

Metti una femminuccia in CdA…

Gennaio 2, 2008

ramin-osmundsen.jpegAnsgar Gabrielsen, politico ed ex uomo d’affari norvegese, conservatore, ha ideato una buffa legge: nel suo Paese, i consigli di amministrazione di tutte le aziende quotate in borsa dovranno avere almeno il 40% di membri di sesso femminile. Benchè le statistiche dopo la “cura” Gabrielsen mostrino una presenza femminile multipla rispetto a quella registrata in altri paesi civili (37%, che si confronta con il 19% della Svezia, il 15% degli USA e l’11% nel Regno Unito) Manuela Ramin-Osmundsen, ministro per le pari opportunità di Oslo, non è soddisfatta, e minaccia la chiusura forzata delle aziende che al 31 dicembre dello scorso anno si siano rivelate inadempienti (sono quelle che operano nella finanza, nell’IT e nel settore petrolifero).

Non dubito delle buone intenzioni dei politici norvegesi, risoltisi a forzare la mano per perseguire il commendevole obiettivo di ovviare alla mancanza di presenza femminile sui ponti di comando delle imprese private in un paese in cui il numero degli studenti è pari a quello delle studentesse da circa un trentennio. Ma resto perplesso di fronte a questo e a tutti gli altri esempi di “affirmative action”.

In primo luogo, se per una certa posizione in consiglio il candidato più qualificato è un uomo, per quale ragione dovrebbe essergli preferita una donna meno qualificata semplicemente perché la legge dice che in quel posto deve sedere una persona di sesso femminile? Né mi convince l’obiezione che per millenni sono stati favoriti gli uomini, per cui ora è giunto finalmente il loro turno di soffrire: e non perché sono un uomo – semplicemente, non vedo perché una persona innocente debba subire le conseguenze negative di un atto politico il cui obiettivo è riparare ad un’ingiustizia di cui quella stessa persona non è responsabile.

Il fatto poi che anche altri paesi civili (scandinavi o anglosassoni) tutti noti per le loro tradizioni liberali e meritocratiche presentino un numero di direttori donne così basso non fa pensare? Facciamo tanta fatica a capire che se una donna vuole liberamente avere un minimo di tempo per i propri figli non può vivere con serenità l’assunzione di incarichi che comportano quattordici ore di lavoro quotidiano e neanche un minuto per respirare nemmeno nei week end? Può anche darsi che molte donne, più brillanti degli uomini negli studi, si dimostrino poi anche più intelligenti e pratiche dei loro colleghi non prestandosi alla logica del potere e ai sacrifici che essa esige e fissino (volontariamente!) dei limiti al proprio impegno professionale? Ma una legge della civile nazione nordica impone a tutti (maschi e femmine) di ragionare nello stesso modo, cioè da uomini.


L’ideologia è mia e la gestisco io

Novembre 30, 2007

un uomo morto…

Nel corso della manifestazione del 24 novembre contro la violenza sulle donne va in scena la solita vergognosa sceneggiata all’italiana: un gruppo di minus habentes (di sesso femminile) contestano le donne con incarichi politici presenti alla manifestazione, e, convinte di avere un diritto costituzionale alle diretta televisiva (vedi un po’ come cambiano i tempi anche per le sessantottine) costringono le forze dell’ordine a far sgomberare per motivi di sicurezza il gazebo de La 7. Non contente di questa brillante performance, prendono a calci nelle palle un paio di giornalisti maschi presenti per dovere di cronaca – di certo si tratta delle stesse cretine che hanno lasciato traccia della propria insipienza ed irresponsabilità nella vergognosa scritta qui riprodotta: “un uomo morto non stupra”.

Se si scende in piazza per gridare basta alla violenza sulle donne (cosa in sè meritoria) si dovrebbe avere chiaro quali obiettivi ci si propone: se si intende sensibilizzare l’opinione pubblica, allora si dovrebbero lasciare a casa questi patetici avanzi della contestazione, che, strumentalizzando la manifestazione a fini ideologici, possono solo contribuire al suo fallimento. Se invece si intende puntare il dito contro la “cultura” patriarcale, certamente un humus favorevole alla violenza, allora non si capisce perché si chieda allo stato di intervenire: non è il governo, non è lo stato a modificare la cultura dominante, ma le persone e una maggiore istruzione. Allora, a che cosa è servito manifestare? A far credere agli italiani che le donne sono streghe invasate?


Hina Saleem non è la sola vittima

Novembre 13, 2007

BanazProprio nei giorni in cui in Italia una sentenza esemplare spedisce in galera per trent’anni il padre di Hina Saleem e gli altri due scarti umani che la hanno massacrata, il giornale britannico Times pubblica un dettagliatissimo reportage sulla vicenda di Banaz Mahmod. Ecco sua la storia di ordinaria follia: nata nel Kurdistan iracheno, poco prima di emigrare in Gran Bretagna con la sua famiglia, viene sottoposta ad escissione dalla nonna, che la “opera” in casa con un coltello affilato e senza anestesia (per il suo bene, per liberarla dalla schiavitù del piacere, s’intende). Al compimento del suo diciassettesimo anno, il padre la promette in sposa ad un uomo di trent’anni appena arrivato dall’Iraq: marito modello, l’aggredisce e la stupra sistematicamente e un giorno le rompe un dente con un pugno per punirla della sua mancanza di rispetto: Banaz, infatti, aveva avuto l’ardire di chiamarlo per nome davanti agli amici di lui. Il “matrimonio” finisce e Banaz si innamora di Rhamat, con il quale inizia una relazione. La feroce e criminale avversione dei maschi della famiglia di lei impedisce ai due di amarsi alla luce del sole: poiché Banaz, pur separata, non ha ancora cancellato il suo vincolo matrimoniale, è tecnicamente un’adultera, che per giunta si congiunge carnalmente con un uomo che viene da una tribù curda “sbagliata”.

Se questi ridicoli pretesti aiutano a capire il contesto in cui è maturato il delitto, come nota David James Smith, quello che brucia ai selvaggi che la circondano è l’autonomia di Banaz, che pretende di usare il suo corpo come meglio crede: questo fatto, mettendo in discussione il principio patriarcale secondo cui “il potere riproduttivo della donna è considerato proprietà della famiglia”, costituisce una trasgressione che può essere cancellata solo con la morte. Ed è così che una mattina di gennaio tutti i membri della sua famiglia (ad eccezione di sua sorella maggiore Beza) escono di casa presto lasciando Banaz in balìa di tre assassini inviati dallo zio che, dopo averla quasi sicuramente violentata, la strangolano con un laccio da scarpe, sistemano il suo cadavere in un trolley e lo portano a Birmingham. Gli assassini si tradiscono solo perché la tentazione di vantarsi di aver ripristinato l’onore della famiglia finisce per avere la meglio sulla prudenza: vengono processati e condannati con sentenze tra i 17 e i 23 anni (più moderate di quella italiana).

Come può un padre tentare di strangolare la figlia? Quale oceano di male si può agitare dentro uno zio che fa stuprare e strangolare la nipote per ripristinare l’onore della sua famiglia (le cronache dicono che abbia aiutato gli altri due a ficcare il corpo di Banaz nella Samsonite)? Come è possibile che le numerose visite di Banaz a diverse stazioni di polizia, dove ha regolarmente dichiarato di essere oggetto di minacce di morte, non abbiano condotto ad alcun provvedimento? Le cronache parlano di una ragazza che, folle di terrore per aver scampato di un soffio la morte per mano del suo stesso padre, ruppe a mani nude il vetro di una casa per attirare l’attenzione dei vicini: venne considerata un vandalo anziché una vittima dalla poliziotta che raccolse la sua deposizione. Dato che il padre aveva tentato di ubriacarla con del brandy per ucciderla più facilmente, in un primo momento nemmeno il fidanzato che la raggiunse in ospedale le credette, preferendo pensare che tentasse di nascondere con una scusa immaginifica il fatto di aver alzato troppo il gomito. Infine, siamo sicuri che persone come il padre o lo zio di Banaz meritino asilo politico nei Paesi europei?