Tim Burton è apparso a migliaia di fan all’auditorium di Roma. Qualche buontempone gli ha chiesto se conosce il cinema italiano e se pensa che sia di buona qualità: Burton, che a dispetto della sua timidezza di “disfunctional kid” è dotato di un notevole senso diplomatico, dopo aver citato Mario Bava e Federico Fellini, ha candidamente dichiarato che, pur “avendo sentito dire” che nel nostro Paese vi sono giovani autori di valore, non ha visto alcun film italiano recente.
Tim Burton è un genio, e lo si può capire se non perde tempo con un cinema che, a parte qualche rara eccezione (Giordana e Sorrentino per esempio) agonizza, dissanguato dai mali endemici del paese: nepotismo, sciatteria, pigrizia, qualunquismo.
Come spiegare un “caso” attorno a “Caos Calmo”? Da un romanzo in cui la ricerca di effetti è talmente spasmodica ed affettata da privare il suo protagonista di motivazione e credibilità, Aurelio Grimaldi tira fuori un film popolato di soliti noti: Nanni Moretti (fuori parte come mai) e il suo sodale inevitabile Silvio Orlando, la ex bonona riciclatasi in “sensibile interprete” Isabella Ferrari, l’inevitabile Alessandro Gassman, e l’atroce Golino (si spera pietosamente doppiata). A trentasei anni da Ultimo Tango a Parigi, l’assai poco sexy Nanni Moretti sodomizza la Ferrari, mentre il blocco censura, sapientemente elevato il giorno della prima, eccita l’Italietta isterica ed accaldata.
Oppure l’incredibile nullità di un filmetto come “Bianco e Nero”: doppio adulterio inter-razziale in salsa altoborghese, in cui la figlia d’arte sembra trovarsi a suo agio come nel collettivo studentesco dove era usa contestare il “sistema”: proprio quel sistema che grazie alla fama del padre, le ha consentito di martirizzare gli italiani con filmini e libercoli che nessuno ricorderà. A 41 anni da “Indovina chi viene a cena” la Comencini sfrutta commercialmente un tema importante come il razzismo cercando per quanto è possibile di farne solo una questione di colore di pelle, e non di differenza culturale (un fossato invero assai più profondo e difficile da superare).
Chiudiamo con la dinastia Muccino: non bastava Gabriele, a propinarci il suo cinema patinato e volgare. Adesso ci tocca sorbirci il fratellino che, oltre a pontificare sui Beatles (lui, nato nel 1982) e a scribacchiare, ci infligge un film di cui cura anche la regia. Nepotismo, sciatteria, pigrizia, qualunquismo, si diceva…

Pubblicato da mario 
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