Sullo stato del cinema italiano

Febbraio 11, 2008

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Tim Burton è apparso a migliaia di fan all’auditorium di Roma. Qualche buontempone gli ha chiesto se conosce il cinema italiano e se pensa che sia di buona qualità: Burton, che a dispetto della sua timidezza di “disfunctional kid” è dotato di un notevole senso diplomatico, dopo aver citato Mario Bava e Federico Fellini, ha candidamente dichiarato che, pur “avendo sentito dire” che nel nostro Paese vi sono giovani autori di valore, non ha visto alcun film italiano recente.

Tim Burton è un genio, e lo si può capire se non perde tempo con un cinema che, a parte qualche rara eccezione (Giordana e Sorrentino per esempio) agonizza, dissanguato dai mali endemici del paese: nepotismo, sciatteria, pigrizia, qualunquismo.

Come spiegare un “caso” attorno a “Caos Calmo”? Da un romanzo in cui la ricerca di effetti è talmente spasmodica ed affettata da privare il suo protagonista di motivazione e credibilità, Aurelio Grimaldi tira fuori un film popolato di soliti noti: Nanni Moretti (fuori parte come mai) e il suo sodale inevitabile Silvio Orlando, la ex bonona riciclatasi in “sensibile interprete” Isabella Ferrari, l’inevitabile Alessandro Gassman, e l’atroce Golino (si spera pietosamente doppiata). A trentasei anni da Ultimo Tango a Parigi, l’assai poco sexy Nanni Moretti sodomizza la Ferrari, mentre il blocco censura, sapientemente elevato il giorno della prima, eccita l’Italietta isterica ed accaldata.

Oppure l’incredibile nullità di un filmetto come “Bianco e Nero”: doppio adulterio inter-razziale in salsa altoborghese, in cui la figlia d’arte sembra trovarsi a suo agio come nel collettivo studentesco dove era usa contestare il “sistema”: proprio quel sistema che grazie alla fama del padre, le ha consentito di martirizzare gli italiani con filmini e libercoli che nessuno ricorderà. A 41 anni da “Indovina chi viene a cena” la Comencini sfrutta commercialmente un tema importante come il razzismo cercando per quanto è possibile di farne solo una questione di colore di pelle, e non di differenza culturale (un fossato invero assai più profondo e difficile da superare).

Chiudiamo con la dinastia Muccino: non bastava Gabriele, a propinarci il suo cinema patinato e volgare. Adesso ci tocca sorbirci il fratellino che, oltre a pontificare sui Beatles (lui, nato nel 1982) e a scribacchiare, ci infligge un film di cui cura anche la regia. Nepotismo, sciatteria, pigrizia, qualunquismo, si diceva…

 


Lust, Caution: un virus cinese

Novembre 20, 2007

lust cautionPer migliaia di cinesi il titolo dell’ultima pellicola di Ang Lee rischia di essere profetico: l’ardente desiderio (Lust) di vederlo dovrà essere temperato da una buona dose di prudenza (Caution). I siti pirata che hanno rubato il film per poi distribuirlo sul mercato parallelo della Rete, infatti, sono stati imbottiti di virus informatici (per il momento si stima che circa il 15% di chi ha scaricato il film sia stato infettato).

Eccellenti comunque gli incassi nelle sale: oltre 12 milioni di dollari USA nelle prime due settimane di programmazione. Segno che il maestro taiwanese, giustamente acclamato in Occidente per le ottime cose realizzate con denaro americano (Il Banchetto di Nozze, Sense and Sensibility, Tempesta di Ghiaccio) ora si prepara a fare centro anche nel Celeste Impero. L’improvvisa fama di Lee è assai probabilmente legata all’interesse suscitato dalle tre scene di sesso di “Desiderio, Prudenza”, che, come l’astuta distribuzione non ha mancato di anticipare, dovrebbero essere particolarmente piccanti (niente “full frontal” comunque). Interessante notare come al momento siano in circolazione (almeno) due versioni della pellicola: una destinata alla Cina continentale, sforbiciata dallo stesso Lee sotto l’occhio vigile della censura comunista; ed una integrale (che sarà comunque più casta di quella che circolerà presto nel nostro debosciato e decadente continente), visibile solo nei cinema di Hong Kong e di Taiwan.

La campagna promozionale ha comunque toccato il suo acme grazie alla geniale trovata di far rilasciare al vicedirettore di un Ospedale del Guandong del Sud specializzato in ginecologia le seguenti dichiarazioni: “la gran parte delle manovre erotiche rappresentate in Lust, Caution sono innaturali: solamente donne dotate di corpi relativamente flessibili e che praticano ginnastica o yoga sono in grado di metterle in atto. Le persone normali che tentano di copiarle rischiano di farsi male senza ragione“. Si realizza in questo modo il geniale contagio semantico: la malattia digitale attraversa lo schermo del virtuale (a quanto riportano le vittime del virus, il video del pc infettato rimane surgelato su una schermata blu completamente vuota) per trasmigrare nel mondo reale, portando, assieme al soffio profumato della libertà, l’infezione esplosiva e devastante del sesso: ovvia (perfino troppo) la reazione della dittatura comunista, che, non paga di censurare opere artistiche, ficca il naso sotto le lenzuola dei Cinesi (per il loro bene, s’intende, per evitare “inutili” lussazioni e strappi!).

 


La guerra delle falene (Diario di uno scandalo)

Novembre 6, 2007

 

notes-on-a-scandal-1.jpgBenché nel finale consolatorio e circolare la sceneggiatura mostri la corda, scivolando nel cliché, Notes on a Scandal (Diario di uno scandalo) è un film caratterizzato dal felice amalgama di scrittura precisa e rigorosa, approfondito lavoro psicologico sui personaggi, efficace meccanismo narrativo ed indimenticabili interpretazioni.

Le due protagoniste, profondamente diverse – Sheba è una giovane madre, bella e di idee progressiste, Barbara è un’anziana, solitaria, arcigna professoressa – si ingegnano in ogni modo per nascondere il fuoco della passione che le consuma: a loro modo, e da situazioni esistenziali, familiari, psicologiche, affettive e sociali differenti, entrambe aspirano ad una felicità tanto estrema da superare ogni considerazione morale. Sheba, per superare l’empasse di un matrimonio cordiale ma freddo, si sorprende a violare con grande disinvoltura codici etici e deontologici consolidati nel modo più traumatico e disastroso; Barbara vive nella illusione di conquistare l’amore della persona che venera, distruggendone la vita e possibilmente relegandola in una minuscola gabbia come l’amata gattina Portia.

Richard Eyre decostruisce cinicamente l’architettura autoindulgente con cui tutti i personaggi ammantano il proprio comportamento: Sheba, smaltita la sbronza bohémienne, ha finito per sposare un suo professore e dopo lunghi anni dedicati a dividersi tra casa e scuola, si convince di aver diritto ad un indennizzo per la sua vita tiepida, indennizzo che si presenta sotto le spoglie di un simpatico ragazzetto quindicenne, cui si concede senza riserve facendo sesso nei posti più impensati fino a mettersi seriamente nei guai; Barbara aspira a soggiogare Sheba per farne la sua amante, e per indebolirne le difese prima ne diviene complice e poi la tradisce; Andrew, il giovanissimo drudo di Sheba, inventa una lacrimevole storia a base di padre manesco ed alcolista e madre gravemente ammalata pur di entrarle nelle mutande; ed infine, il collega che fa scoppiare lo scandalo a scuola, non è animato dal desiderio di giustizia ma da un rabbioso senso di rivalsa verso Sheba, colpevole solo di aver ignorato i suoi penosi conati seduttivi. Insomma, il quadro impietoso di una società popolata di individui soli, sofferenti ed infidi, pronti a tutto pur di rubarsi l’un l’altro un po’ di calore.


Le tette militanti della Binoche

Novembre 4, 2007

rendez-vous.jpgA dodici anni dalle scene bollenti di Rendez-Vous di Téchiné, finalmente potremo nuovamente rimirare il robusto seno di Juliette con la calma e l’attenzione che merita: l’edizione francese di Playboy ha infatti pubblicato un servizio nel quale la diva francese viene ritratta senza veli mentre “si accinge a ballare”. In assenza di evidenza empirica, la notizia, specie questa faccenda del ballo nuda, mi causa un piccolo fremito, non di eccitazione, ma di orrore per il kitsch che può risultare da questa rischiosa operazione. Altri interrogativi, inevitabilmente, si affacciano alla mia coscienza erotizzata e confusa: sarà un nudo integrale, un vero full frontal, oppure dovremo comunque lasciar lavorare l’immaginazione, e sognare di rimuovere artificiosi ostacoli (il solito asciugamani, il solito lenzuolo, la solita schiuma da bagno…) strategicamente posizionati ad impedire che la verità sacra liberamente si dipani?

 

Eppure non riesco a non pensare che a spingere la Binoche sulla pagine della rivista per soli uomini più celebre del mondo sia la lunga (e forse ingiustificata) astinenza da successi commerciali che sembra affliggerla? La verità è dura, e non sempre si manifesta nelle belle sembianze di un curvilineo corpo femminile; tuttavia, quando Juliette cerca di dare un senso le proprie scelte di immagine ricorrendo a spiegazioni altisonanti, poco credibili, e vagamente arroganti, quell’afflato di simpatia sentito inizialmente per lei si disperde: riferisce l’indimenticabile protagonista di Film Bleu, di “essere stata convinta [a posare nuda] da una nuova squadra [di redattori] che vuole cambiare Playboy come si vorrebbe cambiare il mondo, parlando del corpo in modo diverso, restituendogli la sua anima”, autodefinendo alla sua performance “coraggiosa” e “militante”. Si noti come la mistificazione si nasconda sotto un gergo che ammicca al politico. Mi immagino i medici di MSF, non i giornalisti di Playboy, impegnati a cambiare il mondo, così come non riesco a collegare il corpo nudo con la militanza. Secondo il mio fedele Devoto Oli, con l’aggettivo “militante” si intende,”impegnato in una partecipazione attiva e costante, nell’ambito di funzioni o rapporti d’ordine culturale o politico”. Il disvelamento del proprio corpo può essere considerato una manifestazione di partecipazione attiva? E in che cosa? Nuda per dimostrare la sua qualità di essere umano? Nuda su pagine patinate per (ancora una volta) “épater le bourgeois” – un po’ poco e un po’ tardi, direi. Di coraggio ce ne vuole, invece: non sono molte le attrici già famose disposte a rischiare l’ostracismo in un mondo come quello dello spettacolo, schiavo di ipocriti rituali.


Sangue Nero

Agosto 8, 2007
L’ultimo Re di Scozia è un magnifico film. Il regista scozzese Kevin MacDonald, che lo ha diretto, oltre a possedere un passo sicuro nella scansione dei tempi narrativi, è abile nel documentare una delle tante storie crudeli che hanno saturato di sangue innocente la terra del continente africano mantenendo sempre il fuoco sulla psicologia e sulle emozioni dei personaggi.

Merito, prima di tutto, dei due protagonisti, il monumentale (in tutti i sensi) Forest Withaker e l’emotivo James Mc Avoy , che servono in maniera perfetta una storia di innocenza, di amicizia, di tradimento, dove la dolcezza del cuore della carne della terra viene soffocata da laccio impuro del Male. Il magnetismo seduttivo di Idi Amin ne è una subdola e riuscitissima declinazione, talmente potente da frapporsi come uno schermo opaco tra gli occhi dell’ingenuo Nicholas e lo spettacolo infame dei crimini innominabili (sparizioni, torture, mutilazioni, esecuzioni sommarie che sono costate all’Uganda mezzo milione dei suoi figli) di cui il suo “amico” si rende responsabile.

Una storia crudele, dove non c’è spazio per il riscatto ma solo per la fortuna, e dove l’innocenza e la superficialità di un uomo tutto sommato semplice e buono portano solo morte e disperazione.


E’ così importante che cosa hai tra le gambe?

Luglio 7, 2007
Alex, ossuta, scontrosa, sfuggente, è un ermafrodito: in altre parole, il suo corpo, apparentemente quello di una ragazza, presenta tanto gli attributi sessuali femminili che quelli maschili; per sfuggire alle tendenze violente, morbose e prevaricatrici della gente di città, i suoi genitori si sono trasferiti da Buenos Aires in una sperduta spiaggia dell’Uruguay. La visita non proprio casuale di due vecchi amici argentini, regalerà ad Alex il turbamento dolce dell’amore sentimentale consentendole al tempo stesso di riconoscere la silenziosa forza dell’amore paterno, nascosta dal suo atteggiamento evasivo.
Film estremo, per tema e per tecnica (ambientazione, fotografia, dialoghi), di notevole rigore formale, si caratterizza per l’eleganza con cui riesce a parlare allo stesso tempo in modo oggettivo e simbolico (si veda la scelta di aver fatto di Kraken, il padre di Alex, un biologo marino, dedito allo studio di specie rare, come rara è la malattia di sua figlia, oppure quella di incarnare l’ottuso conformismo della città nelle figure del chirurgo e della moglie, personaggi vuoti, superficiali e crudeli).

La dinamica della pellicola è basata sull’accumulazione di una tensione che esplode nei tre momenti forti (iniziazione, violenza, commiato), mentre particolarmente riusciti sono i personaggi di Kraken e di Alvaro. Entrambi sono uomini schivi e sensibili, entrambi amano senza condizioni, entrambi sono interessati alla persona Alex molto più che a quello che ha in mezzo alle gambe. Di fronte alla possibilità di un’operazione di “normalizzazione” (attenzione al sostantivo) della morfologia genitale del figlio (di fatto una castrazione) il padre rimette una volta di più la decisione finale nelle mani di Alex – “era perfetta” dirà Kraken di Alex, ricordando il momento della sua nascita.


Elogio della sprovvedutezza

Giugno 4, 2007


In Breakfast on Pluto si ritrovano i temi (o le ossessioni?) di Neil Jordan: la ricerca spasmodica dell’amore, la difficoltà a conquistarlo (Paddy) e a mantenerlo (Charlie), il gusto dell’iperbole (figlio di un prete e per giunta gay in un Paese cattolico), del paradosso elegante (il poliziotto che ti pesta ma poi ti salva), il piglio (apparentemente) anti-borghese – la luce di un sorriso dietro alle gocce di sangue.

Patrick/Patricia “Kitten” Braden, paradosso vivente, sperimenta sulla sua carne l’impossibilità dell’amore romantico che il Verbo trito e melenso delle canzoni pop gli versa instancabilmente nelle orecchie: non è un caso, credo, se l’ingenuo e speranzoso spettatore, in due ore e passa di pellicola, non sarà testimone di un solo bacio.

Non solo il suo personaggio (chiaramente reinventato dal geniaccio di Jordan a partire dall’archetipo letterario di Mc Cabe) funziona magnificamente dal punto di vista narrativo, marciando spedito in una storia piena di colpi di scena, divertendo e non di rado scaldando il cuore (tenerissima la scena in cui immagina di ballare con il suo amico down).

Non solo: la nostra simpatica “Gattina”, io credo, è dotata del carisma sufficiente per diventare una piccola icona pop-glam… Come non risuonare per simpatia quando con il suo mantra petulante da bambino stizzito (“cose serie, serie, serie”) rigetta la politica e la violenza cieca e inutile che ne deriva? E non possiamo forse concludere che quello che diversi personaggi gli rimproverano, di essere “uno sprovveduto”, sia in verità una autentica (e serissima) scelta di vita? Noi pensiamo che Paddy sia una persona piena di sentimento e di ironia, e che la sua sprovvedutezza sia l’arma segreta per difenderlo da un mondo crudele.