Mentre il sottosegretario agli esteri Gianni Vernetti si lancia in complicate contorsioni dialettiche per definire l’atteggiamento ufficiale del Governo italiano verso il Dalai Lama, che in questi giorni visita il nostro paese, da destra Margherita Boniver polemizza sì con la maggioranza, ma puntando sulla valenza “spirituale” della visita di Tenzin Gyatso in Italia. Conoscendo l’intelligenza della Boniver sono portato a concludere che non sia l’insipienza politica quanto il tatticismo ad impedirle di fare i conti con il fatto che quest’uomo di pace e di scienza (cui si riferisce con il titolo di Sua Santità) è anche l’emblema vivente di un popolo prima schiacciato dall’invasione militare cinese e successivamente dissolto dalla scellerata pulizia etnica perpetrata dal regime comunista.
E’ vero che perfino l’immensa forza morale del leader dei buddhisti tibetani è stata in qualche modo fiaccata dalla violenza assassina di Pechino, al punto che sono ormai diversi anni che Tenzin Gyatzo ha cessato di lottare per l’indipendenza del suo martoriato paese, preferendo ripiegare sulla soluzione meno ambiziosa della richiesta di autonomia: trovo però piuttosto penosi i nostri politicanti quando tirano fuori l’argomento della rinuncia all’indipendenza da parte del Dalai Lama come se la sua scelta morale possa essere usata strumentalmente per minimizzare i problemi diplomatici con la Cina che invariabilmente si verificano ogni volta che qualche leader occidentale sfida il diktat comunista di Pechino (vedi Angela Merkel). In altre parole, se Tenzin Gyatzo ha perdonato i suoi oppressori non significa che il mondo occidentale e democratico debba fare altrettanto: ci piacciono le testimonianze spirituali, e le serberemo nel nostro cuore – ma non dimentichiamo la politica.
Piange il cuore vedere quanto sia difficile passare dalle enunciazioni di principio (libertà, democrazia, diritti umani) alle azioni politiche: Prodi, terrorizzato dalle possibili ritorsioni cinesi, ha esplicitamente dichiarato che non incontrerà il leader tibetano: precedenti, improrogabili impegni – penoso. E pensare che il Parlamento, l’organo che spalancò le porte ad Arafat (che l’indimenticabile Bettino Craxi ebbe l’ardire di paragonare a Mazzini) non riesca ad accogliere Gyatzo con gli onori che merita.
Pubblicato da mario 
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