Il coraggio di Mortadella

Dicembre 10, 2007

bonino e dalai lamaMentre il sottosegretario agli esteri Gianni Vernetti si lancia in complicate contorsioni dialettiche per definire l’atteggiamento ufficiale del Governo italiano verso il Dalai Lama, che in questi giorni visita il nostro paese, da destra Margherita Boniver polemizza sì con la maggioranza, ma puntando sulla valenza “spirituale” della visita di Tenzin Gyatso in Italia. Conoscendo l’intelligenza della Boniver sono portato a concludere che non sia l’insipienza politica quanto il tatticismo ad impedirle di fare i conti con il fatto che quest’uomo di pace e di scienza (cui si riferisce con il titolo di Sua Santità) è anche l’emblema vivente di un popolo prima schiacciato dall’invasione militare cinese e successivamente dissolto dalla scellerata pulizia etnica perpetrata dal regime comunista.

E’ vero che perfino l’immensa forza morale del leader dei buddhisti tibetani è stata in qualche modo fiaccata dalla violenza assassina di Pechino, al punto che sono ormai diversi anni che Tenzin Gyatzo ha cessato di lottare per l’indipendenza del suo martoriato paese, preferendo ripiegare sulla soluzione meno ambiziosa della richiesta di autonomia: trovo però piuttosto penosi i nostri politicanti quando tirano fuori l’argomento della rinuncia all’indipendenza da parte del Dalai Lama come se la sua scelta morale possa essere usata strumentalmente per minimizzare i problemi diplomatici con la Cina che invariabilmente si verificano ogni volta che qualche leader occidentale sfida il diktat comunista di Pechino (vedi Angela Merkel). In altre parole, se Tenzin Gyatzo ha perdonato i suoi oppressori non significa che il mondo occidentale e democratico debba fare altrettanto: ci piacciono le testimonianze spirituali, e le serberemo nel nostro cuore – ma non dimentichiamo la politica.

Piange il cuore vedere quanto sia difficile passare dalle enunciazioni di principio (libertà, democrazia, diritti umani) alle azioni politiche: Prodi, terrorizzato dalle possibili ritorsioni cinesi, ha esplicitamente dichiarato che non incontrerà il leader tibetano: precedenti, improrogabili impegni – penoso. E pensare che il Parlamento, l’organo che spalancò le porte ad Arafat (che l’indimenticabile Bettino Craxi ebbe l’ardire di paragonare a Mazzini) non riesca ad accogliere Gyatzo con gli onori che merita.


In Cina si riciclano i preservativi usati? Ma per favore!

Novembre 21, 2007

condomaniaNel film “Delicatessen” di Jeunet e Caro compare un Rilevatore di Cazzate, vale a dire un dispositivo che emette uno squillo di tromba ogni volta che qualcuno la spara grossa nel suo raggio di azione (tenerlo spento in ufficio). Purtroppo dal 1991 (anno della memorabile pellicola cannibale) oltre 16 anni sono passati senza che scienza e tecnologia siano riuscite a trasformare in realtà l’apparecchio partorito dal geniale delirio dei due francesi – anche se oggi sarebbe più utile programmare un plug-in da installare direttamente nel browser, dotato di uno speciale algoritmo caccia-stronzate, che segnali strombazzando tutte le notizie fasulle che compaiono in Rete… (d’ora in poi, in questo blog, il plugin immaginario si chiamerà Delicatessen).

Fosse esistito Delicatessen, e l’avessi installato nel mio fedele Firefox, l’avrei provato su questa notizia riportata da un giornale indiano online (Daily News and Analysis, DNA) il 14 novembre, secondo cui nei mercatini e in alcuni parrucchieri di Dongguan e di Guangzhou si venderebbero braccialetti di gomma e fermacapelli particolarmente economici, fabbricati con i preservativi usati. DNA, che a quanto sembra riprende una notizia originariamente lanciata da China Dail, cita un medico (il signor Dong, omonimo di qualche milione di connazionali): “se si mettono in bocca questi oggetti mentre si legano i capelli in una crocchia o in una treccia, si rischia di contrarre l’AIDS, un papilloma o altre infezioni genitali”.

E’ evidente che si tratta di una (originale e divertente) leggenda metropolitana, se non altro perché andare a rovistare nella spazzatura per raccogliere i preservativi usati della gente (ammesso che si trovi un pervertito disposto a farlo) finirebbe per rendere il prodotto derivato dal loro riciclaggio più costoso di quello realizzato in modo tradizionale. Probabilmente è vero che una partita di preservativi non vendibili per qualche difetto di produzione è stata effettivamente riciclata per produrre altri oggetti (anche se mi pare strano perché la gomma dei condom, se esposta all’aria per un po’, pare diventi presto inutilizzabile): poi qualche spiritoso ha pensato che così la storia mancava di appeal, e ha deciso di aggiungerci un tocco di trash-horror.

Sul blog di una tizia indiana, che in un post ha citato integralmente l’articolo dopo una frase lapidaria su quanto le cose vanno male nel mondo a causa dei Cinesi, una cosa così, ho letto molti commenti risentiti, ma nessuno che avanzasse qualche sospetto sulla veridicità della storia che li stava scaldando tutti così tanto. E’ vero, si sono verificati molti spiacevoli incidenti a causa della pessima qualità di molti prodotti cinesi, ma ormai reagiamo in modo emotivo e quasi psicotico, senza prima riflettere se quello che ci fa arrabbiare… ci deve far veramente arrabbiare. A questo proposito può aiutare rilevare che, oltre al giornale indiano, a riprendere la notizia è stato anche Yahoo! News Canada.


Lust, Caution: un virus cinese

Novembre 20, 2007

lust cautionPer migliaia di cinesi il titolo dell’ultima pellicola di Ang Lee rischia di essere profetico: l’ardente desiderio (Lust) di vederlo dovrà essere temperato da una buona dose di prudenza (Caution). I siti pirata che hanno rubato il film per poi distribuirlo sul mercato parallelo della Rete, infatti, sono stati imbottiti di virus informatici (per il momento si stima che circa il 15% di chi ha scaricato il film sia stato infettato).

Eccellenti comunque gli incassi nelle sale: oltre 12 milioni di dollari USA nelle prime due settimane di programmazione. Segno che il maestro taiwanese, giustamente acclamato in Occidente per le ottime cose realizzate con denaro americano (Il Banchetto di Nozze, Sense and Sensibility, Tempesta di Ghiaccio) ora si prepara a fare centro anche nel Celeste Impero. L’improvvisa fama di Lee è assai probabilmente legata all’interesse suscitato dalle tre scene di sesso di “Desiderio, Prudenza”, che, come l’astuta distribuzione non ha mancato di anticipare, dovrebbero essere particolarmente piccanti (niente “full frontal” comunque). Interessante notare come al momento siano in circolazione (almeno) due versioni della pellicola: una destinata alla Cina continentale, sforbiciata dallo stesso Lee sotto l’occhio vigile della censura comunista; ed una integrale (che sarà comunque più casta di quella che circolerà presto nel nostro debosciato e decadente continente), visibile solo nei cinema di Hong Kong e di Taiwan.

La campagna promozionale ha comunque toccato il suo acme grazie alla geniale trovata di far rilasciare al vicedirettore di un Ospedale del Guandong del Sud specializzato in ginecologia le seguenti dichiarazioni: “la gran parte delle manovre erotiche rappresentate in Lust, Caution sono innaturali: solamente donne dotate di corpi relativamente flessibili e che praticano ginnastica o yoga sono in grado di metterle in atto. Le persone normali che tentano di copiarle rischiano di farsi male senza ragione“. Si realizza in questo modo il geniale contagio semantico: la malattia digitale attraversa lo schermo del virtuale (a quanto riportano le vittime del virus, il video del pc infettato rimane surgelato su una schermata blu completamente vuota) per trasmigrare nel mondo reale, portando, assieme al soffio profumato della libertà, l’infezione esplosiva e devastante del sesso: ovvia (perfino troppo) la reazione della dittatura comunista, che, non paga di censurare opere artistiche, ficca il naso sotto le lenzuola dei Cinesi (per il loro bene, s’intende, per evitare “inutili” lussazioni e strappi!).

 


Fendi: una Grande Muraglia di ipocrisie

Ottobre 23, 2007

 

fendi-china.jpgLo scorso 18 ottobre 80 metri della Grande Muraglia cinese ad un’ora a nord di Pechino (Juyongguan) si sono trasformati in una passerella: un’idea della casa di moda italiana Fendi (Gruppo LVMH), che lì ha presentato una sua collezione. Premetto che ho antiche e fondate ragioni di avversione verso la cosiddetta “maison romana”, personali, ideali e professionali. Detto questo, il cosiddetto “evento”, che alla stampa “specializzata” ha provocato artificiali spasmi di gioia e prezzolati commenti celebrativi, pur nella sua vacuità, merita qualche commento; in fondo ha una sua valenza in quanto paradigma di un mondo sciocco, fasullo e deprimente (e non parlo solo del mondo della moda, al quale è fin troppo facile appiccicare queste tre etichette).

Prima di tutto, la lugubre ed interminabile teoria di vessilli neri con l’effigie gialla (la celebre doppia F, recentemente alleggerita da qualche genio del design) produce un’atmosfera a metà tra festa del partito nazionalsocialista berlinese e fiera per aficionados di SMBD (Sado Maso Bondage & Domination).

Le modelle (cinesi e russe, manovalanza da pochi soldi e di scarsissima importanza) hanno dovuto sfilare a chiappe all’aria per quarantacinque minuti alla gradevole temperatura di 5 gradi centigradi (una sfilata dura mediamente un quarto d’ora). E’ vero che si tratta pur sempre (in Oriente come in Occidente) di carne in vendita, e la carne, si sa, va conservata al fresco, ma questa assurda tortura cui delle persone si sottopongono volontariamente spazza via quel poco di speranza che ancora è lecito riporre nel futuro dell’umanità.

Fendi ha “investito” in questa operazione mediatica una somma tra i 7 e i 10 milioni di euro. Ora, io non sono un pauperista, ma ritenere ammissibile che un’azienda butti una somma di questo tipo in aria fritta è un’altra cosa che proprio non mi va giù. Ci sarà qualche realista che dirà che il mercato cinese è fatto di gente che brama di arricchirsi in modo tale da poter acquistare oggetti bruttini ma firmati con un mark up del 600%; e io rispondo: oh mio dio. Se poi qualcun altro mi parla di investimento emozionale o di compravendita di sogni artificiali, vomito. Io amo sognare, ma per questo ci sono le parole dei poeti e la luminosa creatività che permette di fare cose meravigliose con niente: per esempio le ombre cinesi.

Sulle dichiarazioni stentoree, egotiste per non dire autoerotiche della dirigenza Fendi, presente in gran pompa a Pechino, sarebbe forse opportuno sorvolare, per pietà. Ma avendo letto dei lucciconi di Carla Fendi, non posso più astenermi. E dunque: Michael Burke, Amministratore Delegato della “stella italiana” del bouquet parigino, si è abbandonato ad un flusso della coscienza a base di fantasie imperiali: una delle ragioni del successo dell’evento, ha argomentato, è il fatto che Roma era un impero e così pure la Cina. Eppure dietro questa colossale sciocchezza si nasconde un frammento di verità: in fondo, gli imperi, da che mondo è mondo, si sono sempre fatti la guerra. Silvia Venturini, che è una di quelle patetiche italiane che adottano un secondo cognome celebre quando il primo non richiama alla mente niente di particolare (infatti si fa chiamare Venturini Fendi), merita una menzione particolare: in preda al delirio di onnipotenza, dichiara di voler organizzare un’altra sfilata sulla luna (Michael Burke prego prenda nota e contatti Richard Branson per un preventivo) per poi chiosare: “(…) questa sfilata non è un evento commerciale, speriamo abbia soprattutto una forza simbolica: la moda è un linguaggio universale che non conosce barriere linguistiche.” E’ universale anche il grido silenzioso che si leva dall’oppresso popolo cinese, piegato da un regime cui vendiamo i nostri strapagati gingilli firmati.

 


Un’Angela alla mia tavola

Settembre 26, 2007
La cancelliera della Repubblica Federale tedesca, Angela Merkel mi piace: il suo faccione , il suo atteggiamento semplice da maestra elementare chissà come finita a governare (con grande saggezza e buon senso, c’è da scommetterci) il più grande e il più produttivo Paese d’Europa ispirano simpatia a pelle. Che poi sia una persona tutta di un pezzo lo ha dimostrato quando, in visita ufficiale in Cina, ha fatto fatto le sue rimostranze ai rappresentanti della Repubblica Popolare per la vergognosa situazione dei diritti umani in quel paese, senza dimenticare di menzionare l’”incidente” informatico, accaduto pochi giorni prima del suo viaggio nel Celeste Impero (hacker del governo cinese hanno infatti violato le protezioni dei server del governo federale).

Domenica scorsa Angela ha incontrato il Dalai Lama; anche se la riunione aveva carattere privato, Angela si è fatta fotografare assieme al leader politico-spirituale del Paese che dal 1959 a oggi è oggetto di un’invasione e di una scientifica pulizia etnica da parte della dittatura cinese. La decisione del Cancelliere, che ha proceduto a dispetto della contrarietà dei suoi consiglieri, non è ovviamente passata inosservata in Cina: i governanti del regime, da buoni comunisti, hanno prima cancellato un importante incontro precedentemente programmato con i tedeschi in tema di tutela della proprietà intellettuale, e addirittura convocato l’ambasciatore tedesco in Cina per chiarimenti in merito a quella che evidentemente considerano un’assurda alzata di testa. Eppure da qualche anno, Tenzin Gyatso, anche io credo in conseguenza della debolezza dimostrata dai paesi democratici occidentali davanti allo scempio perpetrato dai cinesi in Tibet, ha smesso di chiedere l’indipendenza del suo paese, dimostrando di “accontentarsi” di ottenere dai cinesi un certo livello di autonomia.


Domenica la Germania ha compiuto un atto storico, visti anche i predenti tedeschi: un altro ministro tedesco, che incontrò il leader tibetano in un paesino tedesco nel 1995 si spinse a rifiutare la sciarpa bianca che il Dalai Lama offre tradizionalmente come simbolo di amicizia e di pace. Ad imparare devono essere tutti i Paesi occidentali, dagli USA (Bush andrà “da privato cittadino” alle Olimpiadi di Pechino) all’Italia: né Berlusconi né Ciampi ritennero opportuno incontrare Tiezin Gyatso quando nel novembre del 2003 visitò il nostro paese, mentre ad accoglierlo ad ottobre del 2006 fu il Ministro delle Politiche Europee e del Commercio Internazionale Emma Bonino – lo statista D’Alema era evidentemente in tutt’altre faccende affaccendato (ma Fassino, compagno di partito di Baffino, aveva così stigmatizzato il rifiuto di Berlusconi ad incontrare Gyatso: “Mi rammarico che il presidente del Consiglio non abbia avuto la sensibilità di incontrare il Dalai Lama. (…) Il centrosinistra ha sempre ritenuto che la questione libertà sia importante e seria e che debba trovare una soluzione politica adeguata”).

Angela ha dato un segnale. Risposte chiare agli abusi e alle violenze cinesi costano qualche cosa: non credo sia stato facile per la Merkel subire la retaliation della cancellazione dell’incontro che aveva ad oggetto la tutela dei marchi tedeschi dalle copie cinesi (uno degli obiettivi della sua visita ufficiale in Cina). Ma Angela Merkel è una persona seria.


McMillan-Scott: parole sagge sulla dittatura cinese

Agosto 18, 2007

Riportole parole coraggiose con cui Edward MacMillan-Scott, Conservatore, vice presidente del Parlamento Europeo, ha chiesto formalmente a Gordon Brown, Primo Ministro britannico di mettere in discussione la partecipazione degli atleti britannici ai giochi olimpici cinesi del 2008: “Vi sono prove continue di persecuzioni e perfino di genocidio in Cina. Il mondo civilizzato dovrebbe prendere seriamente in considerazione la possibilità di sfuggire alla trappola tesa dalla Cina – ed usare le Olimpiadi di Pechino per mandare un messaggio chiaro: queste violazioni dei diritti umani non sono accettabili. Si dovrebbe aprire un dibattito sull’opportunità che le nazioni dell’Unione Europa siano presenti o meno alle Olimpiadi di Pechino”. Non mi risultano reazioni di rilievo a queste sagge parole, né che alcun paese abbia preso anche astrattamente in considerazione la possibilità di non partecipare ai giochi.


Clegg: mens insana in corpore sano

Agosto 18, 2007

Il capo della British Olympic Association, Simon Clegg, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano Telegraph che “i diritti umani in Cina non sono un problema per gli olimpici britannici. (…) Viviamo in una società libera [chi? noi? gli inglesi? e i Cinesi, anche loro vivono in una società libera?] e i gruppi possono benissimo scriverci per fare pressione: riceveranno una cortese risposta nella quale preciseremo che noi ci preoccupiamo esclusivamente delle prestazioni sportive“.

Il signor Clegg è una mina vagante, e le sue esternazioni (pubblicate sulla stampa in contemporanea alle sagge parole del vice presidente del Parlamento Europeo, che riportiamo in altro post, e pochi giorni dopo l’arresto a Pechino di otto militanti per la liberazione del Tibet, tra cui due cittadini britannici) colpiscono per l’arroganza e per la cecità. Se la performace è tutto, perché ci scandalizzavamo tanto quando guardavamo le atlete della ex DDR, palesemente tirate su ad ormoni maschili? Perché dovremmo condannare il padrone del bambino indiano che lo trattava come una bestia a suon di superlavoro, percosse e torture per fargli vincere un posto nel Guiness dei Primati – ho scritto padrone, perché il poverino è stato effettivamente venduto al bruto da sua madre, che si è poi lamentata di non aver visto traccia dei profitti ricavati dallo sfruttatore di suo figlio.

Il capo dalla BOA, poi, prende anche un tono sussiegoso da avvocato, quando ricorda, che, a norma del contratto di 32 pagine che tutti gli olimpionici inglesi devono firmare, chiunque di loro perderà il posto se solo si azzarderà a inscenare una qualsiasi forma di protesta sui diritti umani o sul Tibet una volta in Cina. Sarebbe molto bello se tutti gli atleti inscenassero una protesta clamorosa, e lasciassero Clegg nell’imbarazzo tra il rimangiarsi le sue idiozie ovvero partecipare a tutte le competizioni da solo invece dei suoi ragazzi.


Yahoo! e caso Shi Tao: nuova vergogna

Agosto 9, 2007
Come noto, negli USA il denaro e il lavoro sembrano contare più di ogni altra cosa. Ma quando Yahoo!, Google e Microsoft l’hanno fatta troppo grossa, adeguandosi zelantemente ai diktat liberticidi e alle misure censorie del governo cinese, il Dipartimento di Stato USA ha costituito un gruppo di lavoro con l’obiettivo di “analizzare il modo in cui i regimi repressivi utilizzano la tecnologia per rintracciare e reprimere i dissidenti e per limitare l’accesso all’informazione politica” e per capire come la censura imposta da un Paese estero impatti le società americane. Inoltre, ha chiesto a Michael Callahan, Senior Vice President e General Councelor di Yahoo! di riferire ad una commissione in merito alla vicenda di Shi Tao, il giornalista cinese che, grazie alla solerte collaborazione della filiale cinese della multinazionale USA con la polizia politica, oggi sta scontando una condanna di dieci anni per aver mandato una e-mail.

La testimonianza del boss della dot.com è irritante nel suo ipocrita quanto inconsistente tentativo di allontanare da Yahoo! le responsabilità per l’accaduto, ma contiene un dato importante: secondo la ricostruzione dei fatti di Callahan, la società non era al corrente di che tipo di indagini la polizia di Pechino stesse effettuando su Shi Tao. Questo elemento è importante, perché, se fosse provato, sarebbe un argomento a favore di Yahoo!: non potendo sapere se il giovane fosse ad esempio sospettato di pedofilia o di assassinio, avrebbe agito in buona fede rispettando le leggi del Paese ospite. Ma lo scorso 29 luglio la Fondazione Dui Hua (che si occupa di diritti umani in Cina) ha tirato fuori un documento (apparentemente autentico) nel quale la polizia cinese, nel richiedere alla società di fornirle i dati relativi al nome che si celava dietro all’account di posta elettronica di Tao e i log delle sue navigazioni su internet, spiegava che si trattava di un’indagine per sospetta diffusione di segreti di stato a soggetti esteri. Se il documento è vero, ci sono due conclusioni molto inquietanti da trarre: 1) Callahan ha mentito al suo stesso governo; 2) Yahoo! ha deliberatamente fornito i dati di un suo cliente alla polizia a seguito di una richiesta chiaramente mirata alla repressione del dissenso (la formula dello “spionaggio” è una classica accusa dei processi politici).


Un mondo, un incubo?

Agosto 6, 2007
In un articolo pubblicato dal Wall Street Journal il 28 marzo, l’attrice Mia Farrow e suo figlio domandano polemicamente se Steven Spielberg, l’amatissimo regista di Schindler List e il papà di E.T., se voglia veramente essere ricordato come il “Leni Riefenstal dei giochi olimpici cinesi”. E hanno perfettamente ragione: il grande regista americano sarà consulente della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici cinesi (slogan “One World, One Dream!), contribuendo a “disinfettare l’immagine del regime” e dimostrando nel contempo che non esiste salvezza nemmeno per le menti più brillanti e per le anime più sensibili, dato che esse pure possono diventare ostaggio delle lusinghe di un ego ipertrofico o di una logica del profitto deprivato del benché minimo senso etico.
La Cina, pur essendo il maggior acquirente di petrolio del Sudan, non ha mai sfruttato la sua sua influenza per proteggere le minoranze non arabe dal genocidio perpetrato dalle milizie filo-governative Janjaweed ai loro danni (si parla di mezzo milione di morti); con i profitti del petrolio venduto ai cinesi, il governo sudanese ha potuto finanziare l’acquisto di una vasta gamma di strumenti di morte: bombardieri, elicotteri d’assalto, blindati, ed armi leggere, la gran parte dei quali sono fabbricati (indovinate un po’) in Cina. Le piste costruite dai cinesi sono usate dagli aerei da guerra sudanesi per lanciare i loro attacchi aerei sulla popolazione inferme. Come se non bastasse, la Cina ha usato sistematicamente il suo diritto di veto al Consiglio di Sicurezza ONU per impedire che passassero le risoluzioni USA e inglesi a favore del dislocamento di forze di peacekeeping nella zona.

Qualche settimana dopo la pubblicazione dell’articolo dei Farrow, a maggio, anche Spielberg ha visto la luce, e, dopo aver donato 500.000 dollari alla causa, ha scritto una lettera al presidente cinese Hu Jintao per significargli il suo imbarazzo per la politica cinese in Darfur. Il 27 luglio Spielberg minaccia addirittura le sue dimissioni dall’incarico se la Repubblica Popolare Cinese persista nelle sua complicità nel genocidio. La risposta dell’incaricato del governo cinese per il Darfur, Liu Guijin, è emblematica: “la coercizione non produrrà alcun effetto… la politica cinese nell’area è di esercitare influenza, non interferenza e sappiamo che il rispetto per tutte le parti interessate è di vitale importanza per la risoluzione della crisi”: il che vuol dire: non faremo nulla, almeno finché Mc Donald, General Electric, Johnson & Johnson, e Coca Cola non ritireranno la loro sponsorship ai Giochi, cosa che, bavose di denaro sporco di sangue, non faranno mai.


Cina: 10 anni di galera per una email

Giugno 6, 2007

Tre anni fa il giornalista cinese che vedete in questa foto ha mandato una email ad un indirizzo radicato su un server americano nella quale riportava le istruzioni del governo cinese ai giornalisti per la copertura del quindicesimo anniversario della feroce repressione della piazza Tienanmen.

Shi Tao ha agito con autentico eroismo, dato che sapeva a che cosa sarebbe andato incontro se fosse stato scoperto: il ministero della propaganda cinese considera le informazioni da lui diffuse in occidente “segreti di stato”. Nessuno però poteva prevedere che Yahoo! Hong Kong si mettesse con zelo al servizio della polizia politica cinese rendendo così possibile il suo arresto. Attualmente Shi Tao sta scontando una condanna di dieci anni.

Lo scorso 4 giugno (anniversario di Tienanamen) l’associazione Internazionale dei Giornali (WAN) ha attribuito a questo eroe della libertà il premio Golden Pen For Freedom per il 2007. La madre di Shi, che ha ritirato il premio in sua vece, ha letto una poesia che il figlio ha scritto cinque giorni dopo i drammatici eventi.

June by Shi Tao

My whole life Will never get past “June” June, when my heart died When my poetry died When my lover Died in a passionate pool of blood

June, the scorching sun burns open my skin Revealing the true nature of my wound June, the fish swims out of the blood-red sea Toward another place to hibernate June, the earth shifts, the rivers fall silent Piled up letters unable to be delivered to the dead

(Written on the 9th June 2004)

Translated by: Chip Rolly


Di questo caso si è occupata anche Amnesty International, che ha anche pubblicato un report sulle gravissime responsabilità di Yahoo!, Google e Microsoft nelle azioni di repressione dei diritti umani ad opera del regime cinese (vedi anche link sulla destra, nella lista “link amici”.