Le menzogne sui Rom

Maggio 30, 2008

Un gruppo di abitanti di un quartiere “difficile” di Napoli ha appiccato fuoco ad un campo Rom – è stata solo fortuna se non c’è scappato il morto. Per quanto sia difficile anche per i più cinici riconciliare l’idea di un’Italia smarrita ma tutto sommato bonacciona con le immagini di persone pensanti che vogliono bruciare vive (bruciare vive!) altre persone pensanti, vorrei accantonare un momento la rabbia e lo sconcerto suscitato da questo tipo di cronaca per riflettere su alcuni paradossi.

La condizione del popolo zingaro (“scatolone” ideale dove ricomprendiamo tante persone diverse) è già di per sè un paradosso vivente: perseguitati dai nazisti pur essendo perfettamente ariani (i loro antenati vengono dall’India). Gli assassini del Terzo Reich, non potendo far leva né sulla razza né sulla fede (vi sono zingari ortodossi, musulmani, evangelici, cattolici) devono avere faticato un bel po’ prima di trovare un pretesto al proprio progetto di sterminio di massa; salvo poi accontentarsi della semplice definizione di “ariani decaduti”, buoni al massimo come cavie umane o “ospiti” di qualche camera a gas. La persecuzione nazista degli zingari, detta Porajmos (o “grande divoramento”) ne ha cancellati mezzo milione.

E non è assurdo che proprio un popolo non ha mai potuto o voluto fare la guerra sia oggi additato come il nemico pubblico numero uno – grazie anche alla complicità di una radicata ignoranza e con la benedizione di una politica tanto disinvolta con i fatti quanto saldamente fondata su elementari emozioni negative?

Per tornare alla cronaca, la versione ufficiale di cui ci hanno rimpinzati i media racconta che, a scatenare la punizione collettiva di Ponticelli sia stato il presunto tentativo di rapimento di una neonata perpetrato da una ragazza (probabilmente) di etnia Rom. Dopo di che, per un po’ di giorni non si è letto né sentito altro che deprimenti luoghi comuni: alcuni innocui nella loro evanescenza (“la guerra tra poveri”) altri un poco agghiaccianti (“se lo Stato è assente… è normale che i cittadini si facciano giustizia da soli”).

Non conosco i fatti nel dettaglio, per cui non posso esprimere giudizi – sarà la magistratura a farlo, magari tra dieci anni, ma riflettiamo un attimo: vi sono poche favole tanto odiose e consone alle nostre paure più ataviche e segrete quanto quella dell’uomo “nero” che penetra nell’intimità della nostra casa per rubare i nostri bambini. La verità è che, come spiega il blog “Reporters“, citando una interessante ricerca effettuata da Reuters nel 2005, in Italia non si sono mai registrati casi di minori italiani da parte di nomadi: quello degli zingari rapitori di bambini è dunque un vero e proprio mito e, come tale, più che ai giornalisti dovrebbe interessare agli appassionati di leggende metropolitane.

Gli esperti di bufale mediatiche spiegano che in queste narrazioni fasulle ricorre il caso dell’innocente fanciullo rubato dal perfido e sporco zingaro all’interno di un supermercato o di centro commerciale; e guarda caso, il 20 maggio, con la fobia-follia antirom in piena fase espansiva e la eurodeputata Rom Viktoria Mohacsi libera di scorrazzare per i campi nomadi d’Italia per documentarne a Bruxelles le meraviglie, sui giornali compare la seguente storia: nel parcheggio di un centro commerciale di San Giuseppe La Rena (Catania) una coppia di Rom tenta di rapire la figlia di una signora che gli avrebbe negato l’elemosina. Ad essere buoni, e senza considerare simili “casi” che con una certa regolarità finiscono nella cronaca locale siciliana, la notizia non sembra molto credibile.

Ma le menzogne non finiscono qui: a dispetto della versione ufficiale, il vero mandante del rogo di Ponticelli è la criminalità organizzata. E’ stata la camorra, infatti, interessata a mettere le grinfie sull’area occupata abusivamente dai Rom, ad inscenare il finto rapimento della neonata per scatenare una aggressione “popolare” che in pochi minuti ha sortito l’effetto desiderato. Più che di violenza collettiva mirata ad annientare un’intera comunità per punirla del crimine di un suo membro, si è trattato di una eclatante dimostrazione di quella forza criminale che strangola vita sogni diritti dei cittadini del Sud. Ed ecco l’ultimo paradosso: è utile creare “supercommissari” per i Rom quando il vero cancro si chiama camorra?


Parcheggiamo le “tipe toste” con l’Idea

Maggio 12, 2008

Al cinema sono stato costretto a sorbirmi questo orribile spot della FIAT Idea Black Label:

Si tratta di una cosetta inefficace, irritante, volgare e molto, molto sciocca.

Osservate la protagonista che, nerovestita, si aggira per le strade della città: ha proprio l’aria di una che non ha per niente fretta, cosa che fa a cazzotti con la ventiquattrore (leggi “donna in carriera”) che si trascina dietro con fare piuttosto sciatto.

Qualcosa di inconsueto attrae la sua attenzione, e poi quella di un’altra donna con i capelli bianchi. Un attimo dopo, senza una spiegazione, la tizia si sta esibendo in un haka maori assieme ad altre donne convenute (casualmente?) nella piazza. Ora, ci domandiamo, che fine ha fatto la valigetta? La tizia ha convocato le altre donne o si è semplicemente unita a loro?

Qual è il senso della danza? Agli occhi di chi, come il sottoscritto, non se ne intende, sembra una sequenza di mosse aggressive che tenderei a collegare ad una danza di guerra. Apprendo però che questa antica tradizione degli indigeni neozelandesi è in realtà un modo per veicolare emozioni di ogni tipo, al punto che esistono danze maori per ogni occasione, lieta o triste che sia. Quella che si voleva qui scimmiottare è il Ka Mate, l’Haka che viene eseguito dalla squadra di rugby neozelandese, e che, a quanto pare, si limita a celebrare una cosa davvero semplice e carina: il trionfo della vita sulla morte. Incidentalmente, noto che il cosidetto “Whetero”, cioè l’atto di mostrare la lingua è di solito prerogativa di haka eseguiti da maschi, che lo dedicano ad altri maschi – ma va bene, non vogliamo forse che la donna si comporti come i peggiori dei maschi?

Il pubblicitario che ha ideato questo spot non si è ricordato che le signore di solito non seguono il rugby, e che probabilmente non hanno la minima idea di che cosa rappresenti tutto questo dimenarsi e urlare. Questo è un grave errore di comunicazione, anche se è probabile che il risultato perseguito attraverso tanta disinibita ignoranza sia proprio quello di mostrare un tipo femminile aggressivo e violento – si veda anche il modo in cui Crudelia esce dal parcheggio a fine sequenza. Ed ecco che arriva una bella pioggia rinfrescante di luoghi comuni: “Ci vuole grinta per essere mamma, oggi” e poi “… molto volume. Molto tosta”. Era quasi impossibile concentrare in meno di 30 secondi due delle parole più odiose che conosca: “grinta” e “tosta”. No, la grinta non mi piace: preferisco la capacità, lo stile, l’equilibrio. E continuo a pensare che spesso si dice che una donna è tosta solo per non dire che è stronza.