Mohsin Hamid, scrittore e giornalista pakistano, ha studiato e vissuto a lungo negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna: nel suo secondo romanzo, “The Reluctant Fundamentalist”, pur rimanendo profondamente radicato alle tradizioni della sua terra, dimostra grande consapevolezza dei tratti dominanti della psicologia individuale e sociale dell’occidentale di successo.
Changez, il protagonista di questo romanzo-monologo, è un pakistano di buona famiglia che, dopo aver conseguito la laurea a Princeton, viene assunto da una esclusiva società di consulenza di New York. Comincia così la fase uno della vita, di Changez, in cui impiega ogni risorsa in un processo di totale assimilazione alla cultura che lo ospita, ed ai valori (o disvalori) che essa propugna come gli unici possibili: conoscenza scientifica, efficienza, velocità, omogeneità.
Se l’attentato alle Torri Gemelle produce la prima, conturbante incrinatura nella corazza di occidentalità che si è costruito addosso (“Vidi crollare le Torri Gemelle. E allora sorrisi“), il disperato ed goffo amore per l’infelice Erica innesca una spirale autolesionista. Changez comincia un velocissimo viaggio a marcia indietro: licenziamento e conseguente perdita del diritto a vivere negli USA, ritorno in patria, dove diviene un professore universitario fieramente anti-americano, coinvolto, apparentemente suo malgrado, in disordini e violenze. Ora che conosciamo la sua storia capiamo meglio anche chi sia veramente l’interlocutore assai poco casuale del torrenziale monologo di Changez: un agente della CIA.
“Il fondamentalista riluttante” è molto ben scritto, pieno di spunti di riflessione, brillante e struggente. Se piene di colorita bellezza sono le pagine in cui Changez descrive la sua famiglia in Pakistan, brutali sono i passaggi in cui, per bocca di Jim, un collega di Changez, Hamid espone il devastante cinismo della mentalità imprenditoriale a stelle e strisce.
La storia d’amore con Erica, personaggio delicato e struggente, è il vero cuore del romanzo: funziona tanto sul piano narrativo che su quello simbolico. La fanciulla inghiottita dal Nulla, infatti, è l’America del dopo attentato, in lutto, smarrita, alla ricerca di sé stessa, autodistruttiva e anemotiva. Changez, che pure la ama profondamente, dovrà, per possederla, fingere di essere qualcun altro, qualcuno che è morto. Credo che proprio in questo lacerante e morboso rapporto sessuale si concentrino ad un tempo l’acme patetico e l’essenza più pura del messaggio di Hamid.
Questo passaggio è talmente riuscito da far quasi dimenticare il fatto che nessuno ci spiega che cosa succede nella testa di Changez, ormai perfettamente avviato all’omologazione, quando, vedendo gli aerei abbattere il World Trade Center, provi quella inaspettata e criminale felicità di cui egli stesso si vergogna: che cosa ha scatenato questo odio? E soprattutto, perché il lettore non lo capisce?

Pubblicato da mario 
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