“Il fondamentalista riluttante” di Mohsin Hamid

Febbraio 29, 2008

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Mohsin Hamid, scrittore e giornalista pakistano, ha studiato e vissuto a lungo negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna: nel suo secondo romanzo, “The Reluctant Fundamentalist”, pur rimanendo profondamente radicato alle tradizioni della sua terra, dimostra grande consapevolezza dei tratti dominanti della psicologia individuale e sociale dell’occidentale di successo.

Changez, il protagonista di questo romanzo-monologo, è un pakistano di buona famiglia che, dopo aver conseguito la laurea a Princeton, viene assunto da una esclusiva società di consulenza di New York. Comincia così la fase uno della vita, di Changez, in cui impiega ogni risorsa in un processo di totale assimilazione alla cultura che lo ospita, ed ai valori (o disvalori) che essa propugna come gli unici possibili: conoscenza scientifica, efficienza, velocità, omogeneità.

Se l’attentato alle Torri Gemelle produce la prima, conturbante incrinatura nella corazza di occidentalità che si è costruito addosso (“Vidi crollare le Torri Gemelle. E allora sorrisi“), il disperato ed goffo amore per l’infelice Erica innesca una spirale autolesionista. Changez comincia un velocissimo viaggio a marcia indietro: licenziamento e conseguente perdita del diritto a vivere negli USA, ritorno in patria, dove diviene un professore universitario fieramente anti-americano, coinvolto, apparentemente suo malgrado, in disordini e violenze. Ora che conosciamo la sua storia capiamo meglio anche chi sia veramente l’interlocutore assai poco casuale del torrenziale monologo di Changez: un agente della CIA.

“Il fondamentalista riluttante” è molto ben scritto, pieno di spunti di riflessione, brillante e struggente. Se piene di colorita bellezza sono le pagine in cui Changez descrive la sua famiglia in Pakistan, brutali sono i passaggi in cui, per bocca di Jim, un collega di Changez, Hamid espone il devastante cinismo della mentalità imprenditoriale a stelle e strisce.

La storia d’amore con Erica, personaggio delicato e struggente, è il vero cuore del romanzo: funziona tanto sul piano narrativo che su quello simbolico. La fanciulla inghiottita dal Nulla, infatti, è l’America del dopo attentato, in lutto, smarrita, alla ricerca di sé stessa, autodistruttiva e anemotiva. Changez, che pure la ama profondamente, dovrà, per possederla, fingere di essere qualcun altro, qualcuno che è morto. Credo che proprio in questo lacerante e morboso rapporto sessuale si concentrino ad un tempo l’acme patetico e l’essenza più pura del messaggio di Hamid.

Questo passaggio è talmente riuscito da far quasi dimenticare il fatto che nessuno ci spiega che cosa succede nella testa di Changez, ormai perfettamente avviato all’omologazione, quando, vedendo gli aerei abbattere il World Trade Center, provi quella inaspettata e criminale felicità di cui egli stesso si vergogna: che cosa ha scatenato questo odio? E soprattutto, perché il lettore non lo capisce?

 


“Piccoli crimini nell’età dell’abbondanza” di M. Kneale

Febbraio 28, 2008

kneale-light1.jpg“Piccoli crimini nell’età dell’abbondanza, raccolta di racconti di Matthew Kneale, scrittore britannico residente a Roma, è un libro interessante ma non del tutto riuscito. L’idea che attraversa tutti gli episodi è una sola e può essere così riassunta: di solito viviamo sicuri all’ombra di quella interpretazione di noi stessi che ci piace chiamare identità, ma un evento sconvolgente può corrodere l’involucro comodo con cui ci autorappresentiamo, mettendo a nudo una parte della nostra essenza su cui avremmo volentieri sorvolato.

Kneale declina il tema del cambiamento inatteso e delle inattese conseguenze attraverso vicende molto eterogenee per latitudine e contesto sociale: i suoi protagonisti possono essere un avvocato londinese o un aspirante kamikaze palestinese, un goffo tecnico americano o un contadino colombiano. La prima debolezza del lavoro, secondo me, è proprio nell’aver ampliato eccessivamente il raggio di osservazione a scapito della profondità: io credo, infatti, che uno scrittore risulti credibile se parla di cose che conosce a fondo, e se è in grado di oggettivizzare in una storia di fantasia il portato della sua esperienza diretta delle cose. Alcuni personaggi e alcune situazioni descritte in questo libro sono invece bidimensionali.

Un altro difetto risiede nel tentativo di dare una coloritura politica antiglobalista ed antiimperialista alla narrazione: la letteratura e la politica è bene che restino due cose distinte, altrimenti si dovrebbe pensare che amare Céline o Pound significa essere anche fascisti. Senza contare che l’atteggiamento militante danneggia ulteriormente lo spessore dei personaggi, rendendoli in qualche caso convenzionali: ad esempio la riccona è anche frustrata e cattiva, il trafficante d’armi è un amorale senza speranza e così via.

Ora che si è parlato dei difetti del libro, bisogna però dire che tre splendidi racconti giustificano l’acquisto del volume: Pietra, Polvere e Numeri. Pietra, narrando l’avventura di una famigliola inglese in viaggio “fai-da-te” nella profonda Cina, descrive in modo estremamente efficace la “sottile linea d’ombra” che separa un uomo perbene dal complice di un regime sanguinario; Polvere (perfetto per un eventuale adattamento cinematografico) evidenzia come la frustrazione possa funzionare da carburante per ardere ogni scrupolo perbenista – notevoli la figura della moglie dell’avvocato, terribile arpia dietro la maschera puritana – geniale il colpo di scena della chiusa; Numeri, invece, lavora in modo non convenzionale sulla tragedia della malattia e della morte di una persona cara, vista come elemento di disgregazione della famiglia e come catalizzatore delle sue piccole meschinità.

Piccoli crimini nell’età dell’abbondanza – Matthew Kneale – Fazi Editore – pp. 320 – € 17,00

 


Il secolo buio di internet

Febbraio 26, 2008

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I potenziali rischi cui sono sottoposti bambini e ragazzi mentre navigano su internet preoccupano molto i politici britannici. Ad alimentare il clima di isteria e di terrore concorre l’agghiacciante caso di una cittadina del Galles del Sud, Bridgend, nella quale diciassette giovani si sono suicidati in un anno. Come quasi tutti i loro coetanei, questi ragazzi disponevano di un account in un social network. La commissione parlamentare britannica Cultura, Sport, e Media ha organizzato un’audizione per comprendere meglio quali metodi utilizzare per proteggere i minori da contenuti dannosi su internet e nei videogiochi.

Le dichiarazioni di John Carr, responsabile di una ong che si occupa di protezione dei minori, audito dalla commissione sono farneticanti: poiché le imprese del settore non possono assumersi il ruolo di “prete” o “arbitro morale” nei confronti del pubblico, tutti i computer dovrebbero avere un software di protezione pre-installato e settato al massimo livello di protezione. Ora, anche a voler prescindere dalla insuperabili difficoltà tecniche che si dovrebbero affrontare per disegnare un simile software, non sembra a Carr che sarebbe proprio un simile fantascientifico dispositivo a mettere la nostra libertà nelle mani delle corporations: cosa impedirebbe loro, ad esempio, di codificare un algoritmo che ci impedisca di vedere su internet tutti i contenuti non graditi all’azienda di software che ha disegnato il programma o a chi la ha pagata.

Su una lunghezza d’onda più sobria e ragionevole si è collocato un altro ospite della commissione, Stephen Carrick Davies, Chief Executive di Childnet International, il quale ha sostenuto come sia facile determinare contenuti illegali, mentre sia assai più difficile discernere tra contenuti pericolosi e non; una legislazione che intenda regolamentare quell’area grigia di materiale potenzialmente pericoloso ma legale rischierebbe di comprimere la libertà di espressione.

Ed è singolare che la dichiarazione di maggior buon senso venga da un manager della Microsoft, Matt Lambert, pure invitato dai parlamentari a dire la sua. Nonostante egli rappresenti un’azienda che ha distrutto il mercato dei sistemi operativi imponendo con la violenza un monopolio di fatto incentrato sull’imposizione dei suoi prodotti (peraltro spesso di bassa qualità), Lambert ricorda come le utility fornite dalla casa di Redmont siano scarsamente utilizzate e che il problema sta nel fatto che i genitori non sono abbastanza proattivi nella gestione del problema sicurezza online dei piccoli. In sostanza, sollevano alti guai, delegando al mercato una funzione, quella di vigilanza e di accompagnamento nella scoperta, che invece dovrebbe essere loro propria.


Marianna Madia: perché no?

Febbraio 24, 2008

madia.jpgSì lo so, sono moltissimi i detrattori di Marianna Madia, di destra e di sinistra: c’è chi la attacca perché suo padre (un attore morto tre anni fa) era amico di Veltroni, c’è chi dice che rappresenta solo l’ennesimo trofeo (giovane, bionda e carina) di Walter il comunicatore, c’è chi stigmatizza l’uso del termine “economista” che il leader del PD le ha appioppato, ed infine c’è chi sottolinea che i suoi sponsor viventi sono nomi “pesanti” (Minoli e Letta Jr.).

Scusate, non sono del tutto d’accordo (e magari ne approfitto per ammettere con imbarazzo che a questo punto forse la magia illusionistica di WV, che mi è sempre piaciuto poco, ha contagiato anche me, magari grazie alla speranza di vedere Bonino, Viale e Veronesi a lavorare insieme dentro al PD per un’Italia devaticanizzata).

Come dice molto bene questo articolo in rete (non so se è un originale o una citazione) è soprattutto sul merito, nel caso, che si deve attaccare questa ragazza. Tutte le altre critiche, infatti, sembrano preconcette e faziose: innanzitutto, è stata lei stessa a spendere i nomi dei due personaggi influenti con cui ha collaborato, il che mi sembra una rarità – quante persone raccomandate avete sentito ringraziare i propri sponsor? Io non molti. Inoltre Madia, sia pure anche grazie agli agganci, è autrice e conduttrice di un programma sull’ecologia – non è proprio un risultato da poco, anche se ammetto che non l’ho mai visto e che magari non mi piacerà, e ha anche curato un libro sul welfare. A occhio, dunque, forse due cose (magari appiccicate con lo sputo) sui due temi dominanti del nostro secolo le ha lette. Che poi gli uffici stampa la definiscano “economista” può anche infastidire (anche me, per la verità), ma ditemi, chi non ha un po’ gonfiato il curriculum per tentare di assicurarsi un posto d’interesse?

Al di là di ogni altra considerazione (in rete si sparla anche della sua relazione con il figlio di Napolitano), la verità sembra essere che la gente se la prende con Madia solo perché è una donna, pure bionda. Dice benissimo l’articolo linkato sopra, al punto che lo riporto parola per parola: “Quello che non si deve e non si può fare, invece, è prendersela con lei perché è giovane e bionda. Avere meno di trent’anni, nell’Italia degli ultraottuagenari, non è una virtù: e strappa un sorriso che un paese dilaniato dalla polemica sull’inossidabilità dei vecchi si trovi compatto nel lapidare una donna (per favore, chiamatela donna, non ragazza, come si fa nel resto del mondo con una persona maggiorenne e vaccinata) che ha appunto l’unica colpa di non essere ancora in menopausa.


Oggi il PD mi assomiglia un po’ di più

Febbraio 24, 2008

veronesi.jpgDopo l’ingresso dei Radicali all’interno del Partito Democratico, Veltroni ci regala un’altra piccola assicurazione laica, candidando Umberto Veronesi. Oltre che rappresentare un Italiano che si è fatto onore nella lotta contro il tumore, Veronesi è uno spirito libero, che spesso ci ha stupito ed incantato con le sue esternazioni; di seguito ne ricordo alcune. Sull’orientamento sessuale: “L’umanità sarà bisessuale”; sulle fonti energetiche: “Il governo italiano deve costruire dieci centrali nucleari nei prossimi dieci anni”; sulla moratoria contro l’aborto lanciata da quel furbone di Ferrare: “Sono tutti tentativi in extremis di una Chiesa che sta valutando e verificando la sua perdita di credibilità. E si attacca, purtroppo, sempre di più a posizioni indifendibili”; sulla legge 40, quella che ha cancellato dall’Italia la fecondazione assistita: “Una legge ingiusta, inumana e antiscientifica”. Veronesi ha anche scritto diversi libri divulgativi, tra cui cito alcuni titoli che hanno attirato la mia attenzione: “Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza” sull’eutanasia ed il colloquio-intervista a cure di Alain Elkann “Essere laico”.

Appare impossibile più che inopportuno far mancare il proprio sostegno a chi dà fiducia ad una persona che ha salvato e continua a salvare molte vite, letteralmente, e che si è distinto per aver sempre espresso il proprio pensiero con grande libertà ed intelligenza senza curarsi delle polemiche strumentali che i bigotti, gli opportunisti e i bigotti opportunisti vi ricamano attorno. Un utilissimo spirito libero, che, se gli consentiranno di lavorare, potrà fare molto bene al Paese.

All’annuncio – che a me personalmente ha quasi cambiato in meglio la giornata – seguono le inevitabili polemiche: qualche patetico personaggio di centrodestra ha osato paragonare Veronesi a De Mita. Ma De Mita in che cosa si è distinto? Nella esemplare gestione di fondi nota anche con il nome di Irpiniagate? Benedetta dunque la sonora pedata nel culo rifilatagli da Veltroni! E Veronesi, invece? Niente di che, lui si occupava di lotta al cancro, che volete che sia…

Ma la tavola non sarebbe stata completa senza le dichiarazioni di Binetti, che, non paga di aver ipotizzato la vivisezione dell’anziano professore (“È una medaglia a due facce” – dichiara la svergognata al Corriere -. “In lui c’è tanto dell’uomo di cura quanto dell’uomo che ha assunto posizioni in netto contrasto con la cultura cattolica”) si è spinta ad ipotizzare il contrappasso di “pesanti” candidature cattoliche nel PD, al fine di placare l’ira del barbuto Iddio che le parla tutte le sere; quali siano, poi, questi nomi “pesanti”, lo sa solo la Binetti e il barbuto lassù.

PS: avete notato che bell’uomo di classe è UV? E’ pure vegetariano!

 


Una speranza di nome Emma B.

Febbraio 20, 2008

 

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Nella breve intervista rilasciata a Sky Tg 24, Emma Bonino ha definito la pattuglia radicale un “antivirus” contro i danni che un Di Pietro potrebbe creare al potenziale futuro nuovo governo di centro sinistra: definizione azzeccatissima, e valida anche in altro contesto: i radicali, laici, liberali e libertari, sono l’antivirus contro l’ingerenza sempre più svergognata del potere clericale nella vita di tutti i cittadini; possono costituire il solvente per la patina di grasso consociativo e statalista che comprime il paese danneggiando una maggioranza produttiva e invisibile; i radicali erano e sono l’unica forza politica che mette al centro l’individuo.

Bettini forse non se ne rende conto, ma intavolando con Bonino, Cappato e Bernardini una defatigante trattativa da cui uscirà provato, non sta solo aiutando il suo capo a conquistare la presidenza del Consiglio: sta facendo un regalo all’Italia intera – inclusi i clericali ai quali i radicali, queste persone intelligenti, oneste, e serie, sembrano puzzare di zolfo manco fossero Belzebù.

Ma perché non è possibile il cosiddetto apparentamento della lista Bonino con il PD? E come mai esso è stato concesso a Di Pietro? Credo sia vero quello che ho letto su un forum de La Stampa: Veltroni ha fatto un’eccezione per quella specie di partito che fa capo a Di Pietro perché spera così di raccattare i voti dei qualunquisti amanti di Beppe Grillo, dei fan dei Travaglio e di quella minoranza di Italiani convinta che i girotondi si possano fare anche dopo aver compiuto i sette anni di età. Se avesse sbracato completamente, accettando anche l’associazione alla lista Bonino, avrebbe azzerando d’un colpo la prima grande novità di questa campagna elettorale: il partito democratico che si presenta da solo.

Ora, a parte il fatto che assimilare Di Pietro a Pannella e Bonino è più meno come scambiare la cacca con la cioccolata, secondo voi è normale pretendere che il più antico e glorioso partito d’Italia si sciolga nella brodaglia del PD, che, pur oggettivamente rappresentando una soluzione di continuità rispetto al passato, è (ancora?) privo di un’identità definita? Si dirà: ma sono loro, i radicali, che chiedono ospitalità. Si potrebbe rispondere che i voti dei radicali servono, e che un candidato d’oro zecchino come Emma Bonino scatena la voglia veltroniana di farne uno spin-off da mettere a reddito elettorale.

E che dire del meraviglioso pragmatismo anglosassone della Bonino, che ha scoperto le sue carte e soavemente notificato ai media quanto vale la quota radicale in termini di posti e di denari? Una mossa perfettamente radicale perché: empirica, concreta, praticabile, politicamente scorretta nella sua disarmante trasparenza. Quanti altri politici avete visto scoprire le carte con altrettanta disinvoltura, consentendo a tutti i cittadini di capire che cosa si sta negoziando e perché?

 

 

 

 


Nessuna pietà per il boia di Bolzano

Febbraio 19, 2008

seifert_150703.jpgFinalmente. Michael Seifert, secondino del campo di concentramento di Bolzano e riconosciuto colpevole di ben 18 omicidi aggravati da un incredibile livello di sadismo, viene estradato in Italia dove dovrebbe scontare (a meno di qualche colpo di scena) la pena comminatagli ben 8 anni fa da un tribunale militare italiano: l’ergastolo. Su Radio 24, nel programma Viva Voce dell’ottimo Alessandro Milan, è possibile ascoltare la preziosa testimonianza della signora Marisa Scala, 88 anni, sopravvissuta al campo di concentramento di Bolzano, lo stesso dove quello scarto subumano sfogava i suoi istinti bestiali su prigionieri innocenti, spesso giovani e donne.

Nel 1951 Seifert è scappato in Canada, dove ha condotto da allora una vita del tutto “normale”, frequentando con la massima assiduità una parrocchia e addirittura ricevendo la comunione ogni giorno. Ora, nonostante l’inspiegabile inerzia della giustizia, che gli ha concesso una immeritata e lunghissima vacanza (non si era nemmeno preoccupato di cambiare nome) il criminale è stato finalmente deportato nel paese dove si è macchiato di irriferibili delitti: non c’è nessuna ragione per indulgere a buonismi o altri compiacimenti umanitari: il vecchio deve passare in carcere ognuno dei giorni che gli restano da vivere.

Questa vicenda è stimolane da diversi punti di vista: ad esempio perché mi ha consentito di fare l’esperienza della forza asciutta di Marisa Scala. Meritevole di attenzione è anche l’atteggiamento del parroco della chiesa frequentata da Misha (questo il soprannome del boia di Bolzano) nel corso del suo “periodo canadese”, il quale ha avuto il coraggio di definire “persecuzione” il pur lentissimo ed inefficiente corso della giustizia ai danni della sua fedele pecorella. E che tipo di materiale ci può essere dentro il cervello di un Seifert: demente serial killer fino al giorno x e cittadino modello a partire dal giorno x + 1? E’ possibile che non abbia mai ceduto ai suoi istinti assassini e sadici una volta riparato in Canada? E, a proposito, sapete che il Canada normalmente non riconosce i procedimenti giudiziari a carico di un contumace? E chi ha aiutato i vari Seifert a rifugiarsi in Nord America?


Fenomenologia del guidatore di Cayenne

Febbraio 17, 2008

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Di solito, non ci interessano tanto i fatti di cronaca, e tantomeno gli incidenti stradali. Ma quello avvenuto qualche giorno fa a Milano ha attirato la mia attenzione: in pieno centro il guidatore di un SUV il cui costo minimo si aggira attorno ai 60.000 euro (cioè pari al reddito lordo che consente ad una famiglia di vivere decentemente) ha commesso una grave infrazione causando lo scontro tra due mezzi pubblici: la bravata di questo idiota è costata la vita ad una donna di 52 anni, mentre oltre 20 persone sono rimaste ferite nell’incidente (i giornali riferiscono che almeno una di queste sarebbe grave).

Tanti aspetti di questo tragico fatto purtroppo non possono non assumere anche un aspetto emblematico. Il SUV della Porsche sembra già di per sè un notevole rompicapo filosofico: è una macchina per famiglia? E’ un bolide da pista? Una via di mezzo? Nessuna di queste risposte è soddisfacente, dato che l’enorme supposta pronta a ficcarsi nel culo del mondo non riesce a fare bene nessuno di questi mestieri. E’ una mutazione genetica, un trans motorizzato, un oggetto senza senso se non quello dell’ostentazione del superfluo.

Il veicolo che ha provocato l’incidente aveva targa svizzera: pur essendo il suo guidatore un italiano, questo apre un mondo di illazioni non proprio commendevoli, a base di residenze di comodo e evasione fiscale (nella migliore delle ipotesi). Se poi aggiungiamo che, a quanto riferiscono i giornali, il tizio gestisce transazioni non chiarissime con personaggi russi, il quadro non migliora.

La manovra è stata una di quelle con le quali una parte non irrilevante dei SUVvari ci intrattiene ogni giorno sulle strade: come dice Severgnini, di solito la fanno franca, quando ci deliziano con le loro evoluzioni, questa volta no. E per me è molto più grave pensare che non l’ha fatta franca quella innocente signora che magari se stava andando al lavoro con l’autobus e che è stata cancellata dal mondo dal capriccio di un cretino che non aveva tempo e/o voglia di subìre quello a cui milioni di persone perbene si assoggettano con dignità per andare a lavorare in un ufficio di merda per una paga da fame: stare fermi in coda. Il quale irresponsabile sembra appartenere alla schiera di quelli che comunque la fanno sempre franca.

 


La Rodotà bacchetta i figli di papà…

Febbraio 17, 2008
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Il qualunquismo è una delle malattie endemiche italiane. Qualche volta esso va ad innestarsi sull’arroganza di figli di papà e raccomandati vari, talmente tronfi e sicuri di aver diritto a certi posti per ragioni dinastiche, che nemmeno si rendono conto di quanto la loro stessa condotta giustifichi lo scandalo che intendono suscitare negli altri.

Penso ovviamente all’ormai celebre servizio della iena Sortino, che, partito lancia in resta per Ceppaloni con l’intenzione (invero commendevole) di infilzare uno dei rampolli del mitico ex ministro della giustizia Mastella, si è dovuto ritirare in punta dei piedi quando lo scaltro campano gli ha rinfacciato il fatto di essere figlio di un pezzo grosso del mondo della stampa. Elio Mastella, dimostrando una obiettiva padronanza dei meccanismi mediatici ha avuto gioco fin troppo facile a rintuzzare l’accusa di essere raccomandato usandola come una clava contro il suo interlocutore.

L’articolo di oggi sul Corriere, a firma di Maria Laura Rodotà, figlia di Stefano, garante della Privacy, è addirittura paradossale: la figlia d’arte lamenta che tra i “volti nuovi” del PD vi siano diversi rampolli di dinastie industriali più o meno blasonate, suggerendo velenosamente che l’unico merito di questi giovani sarebbe quello di essere nati da genitori ricchi e/o potenti. Al di là del merito dei suoi commenti, condivisibili, è divertente pensare che la Rodotà sia talmente convinta che nella sua carriera giornalistica il pesante cognome non abbia avuto alcun ruolo da permettersi sarcasmo al vetriolo nei confronti di tutti i giovani raccomandati potenziali candidati del PD. A occhio, pare una manifestazione della sindrome del culo pesante, che affligge i raccomandati anzianotti, timorosi di essere scalzati dalle loro poltrone da altri raccomandati più giovani.

Miracoli elettorali

Febbraio 15, 2008

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Che cosa non si farebbe pur di vincere le elezioni! Qualche persona di buon senso deve essere finalmente riuscita ad addomesticare la democratica Paola Binetti, unico parlamentare al mondo dotato di cilicio, mastino dell’Opus Dei: la senatrice più papista d’Italia, cui il Corriere della Sera ha chiesto un commento sulla surreale vicenda di Napoli, ha infatti preso le parti della vittima dell’aggressione clerical-giudiziaria e si è spinta addirittura a criticare chi richiede una modifica della legge 194.

Una Binetti in assetto dialogante e semi-lucida, dunque? A differenza di lei, non credo ai miracoli – però mi congratulo con il compagno del PD che le ha messo la muserola: è anche con iniziative di questo tipo che si può evitare di consegnare di nuovo il paese nelle mani di Berlusconi.