La notizia del nuovo impiego di Tony Blair presso JP Morgan suscita sdegno tanto tra i conservatori che tra i laburisti: e questo è sempre positivo, perché dimostra una volta di più che in paesi seri come la Gran Bretagna, per decidere se un comportamento è giusto o sbagliato sembra non essere necessario partire dall’appartenenza politica di chi lo mette in atto.
Il giornale scozzese The Scotsman ci informa inoltre che la banca d’affari americana guida il consorzio di banche internazionali che ha dato vita alla Trade Bank of Iraq, un’istituzione creata dall’Autorità Provvisoria della Coalizione nel 2003, ufficialmente per favorire la ricostruzione del paese (se andate sul sito ufficiale, nella pagina dedicata ai clienti della banca “irachena”, troverete una lista di ministeri di quel paese, anche se stranamente ad uno solo, quello del petrolio, corrisponde un link attivo).
Forse sto arrivando alle conclusioni un filo troppo veloce, ma par di capire che questa istituzione finanziaria – governata da JP Morgan – gestisce quel piccolo movimento collegato al petrolio estratto in Iraq, petrolio che costituisce la ragione della disastrosa guerra voluta da Bush, e spudoratamente appoggiata da Blair. Non c’è da meravigliarsi dunque se Gerard Howarth, portavoce conservatore per la Difesa, sia sbottato: “le forze armate britanniche non nascondono la loro perplessità nel vedere il signor Blair ritirare un cospicuo assegno dopo aver mandato le truppe del suo paese a combattere laggiù male organizzate e in numero insufficiente”. O che il deputato laburista si sia dimostrato poco meno invelenito quando ha sibilato: “Sta facendo i soldi: evidentemente c’è una legge per pochi e una per tutti gli altri”.
A quanto pare, il buon Tony, che ha al suo servizio almeno quattro impiegati pagati dal Governo britannico – lo ha ammesso il ministro degli Esteri David Miliband, si è già messo al lavoro per il suo nuovo padrone: JP Morgan ha acquistato circa 2 miliardi di attività pregiate da Northern Rock, la banca inglese in bancarotta a causa dei mutui subprime, attualmente in rianimanzione grazie ai 26 miliardi di sterline che la Banca d’Inghilterra ha dovuto prestarle obtorto collo. Se questa operazione ha fatto certamente contento l’acquirente, che si è aggiudicato asset di buona qualità con un premio ridicolo sul valore nominale, e fatto tirare un sospiro di sollievo alla Bank of England, rientrata di una parte della sua immensa esposizione, ha preoccupato gli analisti, secondo cui la banca ha perso il controllo della parte più pregiata del suo attivo.
