Dogmi e psichiatri

Dicembre 29, 2007

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Come è possibile apprendere dal Corriere della Sera di oggi, oltre ad essere una senatrice della Margherita fieramente clericale, Paola Binetti si fregia del titolo di neuropsichiatra (chissà se è vero). Vi fidereste di una terapeuta che mena pubblicamente vanto di indossare il cilicio? Non avreste qualche dubbio sull’esito del vostro percorso di analisi, se la psichiatra che vi segue fosse una folle estremista religiosa, molto più interessata alla “salvezza della vostra anima” che al vostro equilibrio psico-fisico?

A dire il vero, la questione me la sono posta per la prima volta quando ho saputo di in un tale, adepto di una setta cattolica iper-tradizionalista e psicoterapeuta: pensando all’importante mole di idiozie dogmatiche che rischia di investire gli incolpevoli pazienti di questo dottore fanatico, ho immaginato un giuramento speciale cui siano tenuti tutti gli strizzacervelli: in ambito terapeutico, abiura di ogni fede o per lo meno impegno a non subordinare i propri obiettivi di chiesa al benessere del paziente.


Indulgenza plenaria via tv

Dicembre 27, 2007

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A mia suocera piace spararsi la messa di Natale trasmessa in diretta dalla RAI in occasione delle feste comandate: tiene altissimo il volume, così riesce a sentire mentre lavora in cucina.

Appollaiato con il portatile su angolino di divano, i timpani perforati dalla querula voce del nostro amato pontefice, mi sono connesso alla Rete per leggere qualche notizia (in Italia, i giornali non escono sia il 25 che il 26, e questo meriterebbe un post a parte).

Un cardinale ad un certo punto ha detto una cosa che mi ha fatto piacere: tutti quelli che ascoltano la messa per radio o tv hanno diritto ad una speciale indulgenza papale. Ottimo, vuole dire che la terribile fatica di mantenermi concentrato in quel diluvio di preghiere non è stato inutile: mi sono stati rimessi tutti i peccati, e senza fatica, è bastato stare davanti alla televisione.


Piccoli segreti danesi

Dicembre 21, 2007
denmark-flag.jpgL’articolo di Ian Fisher (New York Times) che descrive con grande lucidità il livello raggiunto dalla decadenza italiana cita un lavoro della Professoressa Luisa Corrado (Marie Curie Fellow all’Università di Cambridge). A quanto ho capito, questo studio si propone di individuare le variabili che influenzano il livello di soddisfazione e di felicità umane, tra cui il fatto di essere nati in un certo paese anzichè in un altro. La ricerca si basa su un sondaggio condotto su circa 20.000 persone cui è stato chiesto di valutare il proprio livello di felicità immediata e di lungo periodo: alcune conclusioni dello studio confermano quello che suggerisce il semplice buon senso: per esempio, le donne, i giovani e le persone con molti amici e conoscenti e un partner tendono ad esser più felici, rispettivamente, degli uomini, degli anziani e delle persone sole. Più interessante è la correlazione diretta che sembra esistere tra livelli di soddisfazione e fiducia nelle istituzioni, nella legge e nel prossimo: questo elemento, tanto importante da ridimensionare l’effetto intuitivo del maggior o minore reddito, spiegherebbe la ragione per cui è possibile parlare, con buone basi scientifiche, di paesi più felici di altri.

Se è vero che la nostra felicità è influenzata in maniera determinante dalla fiducia nelle istituzioni e negli altri, non c’è da stupirsi che l’Italia sia preda di una gravissima depressione: pensiamo alle soddisfazioni che ci danno politica, sanità, cultura, religione, industria e mercato nel nostro paese. La diagnosi che dell’Italia fa la professoressa Corrado, dunque, non stupisce più di tanto. Ma crogiolarsi nel proprio dolore non fa per noi – molto più interessante invece capire perché i Danesi sono molto più felici dei romani per esempio, nonostante gli oltre 1.000 giorni di sole in meno di cui possono godere (dati 2004).

Ci viene in aiuto il British Medical Journal, che a fine 2006 ha pubblicato uno studio che mira a comprendere la particolare felicità dei Danesi rispetto agli altri scandinavi. La sintesi della ricerca, che peraltro vi consiglio di leggere integralmente dato che è scritta in modo esemplarmente leggero e brillante, dopo aver analizzato e scartato tutte le possibili variabili con una possibile influenza sulla felicità di quel popolo (dal corredo genetico al colore dei capelli) conclude che la contentezza danese è spiegata da questi due fattori: 1) la vittoria della Danimarca ai Mondiali del 1992, un evento che ha avuto un’influenza inimmaginabile sulla psiche danese, mortificata da millenni di sconfitte militari e politiche; 2) i danesi non hanno aspettative clamorose sul proprio futuro. I titoli dei loro giornali, nel dare conto del lusinghiero record, titolavano: Siamo il popolo più felice “line gu”, che vuol dire qualcosa come “per il momento, ma non per molto ancora, e non ci contate troppo: come dire, se di mantengono basse le aspettative, il futuro ci sembrerà migliore delle aspettative.


Le mistificazioni clericali di Veltroni

Dicembre 20, 2007
veltroni-prega.jpgL’intervista del Foglio di Giuliano Ferrara al capo del Partito Democratico del 18 dicembre è utile quanto irritante. Incalzato dalle domande del giornalista, Veltroni parla a ruota libera, violentando un incolpevole verbo transitivo ed abbandonandosi all’uso disinvolto dell’avverbio che ha trasformato i discorsi di suoi discorsi in una parodia involontaria (“a me ha sempre culturalmente affascinato”): ne viene fuori, tra le altre cose, una summa del Veltroni-pensiero in materia di laicità e religione, cioè una rifrittura indigesta di concetti approssimati per difetto, mal compresi e riproposti in un modo sciatto ed arrogante che ambisce a spacciare la poca chiarezza per profondità.
Cristo in politica è giusto e legittimo che lo porti chi ha Cristo dentro di sé. E che lo porti e non lo lasci a casa“: come interpretare questa frase altisonante e criptica – lasciando stare, beninteso, che noi preferiremmo che Cristo restasse a casa? Dovremmo concludere che è necessario tollerare degli esaltati che impongono ad un paese intero le loro prescrizioni folli ed irrazionali? Che le frequenti e pesantissime ingerenze nella vita politica e pubblica italiane messe quotidianamente a segno dal vaticano attraverso i suoi utili idioti debbono interpretate come manifestazioni di esuberanza di quel Cristo che aleggia dentro politici ispirati – il quale Cristo, se tornasse sulla terra li prenderebbe tutti a calci nel sedere?Non meglio precisate “trasformazioni economiche e finanziarie”, argomenta VW, stanno trasformando la nostra società in un “melting pot” culturale cui alcuni (si suppone appartenenti alle fasce più deboli della popolazione) tentano di trovare un antidoto nelle rassicuranti e certezze che i dogmi religiosi forniscono gratuitamente. Di fronte alle pressioni clericali e fondamentaliste, ci sono due possibilità: o si soccombe ad esse oppure si tenta di mediare con il “dialogo”. Ora Veltroni dovrebbe dirci (per una volta) da che parte sta e soprattutto come si faccia a mediare con i fondamentalisti, che hanno in mente solo la sottomissione e l’annientamento di tutto ciò che è diverso da loro?
Il pistolotto sulla chiesa cattolica, poi, è un vero capolavoro: Veltroni si dice affascinato (culturalmente!) dalla sua “vocazione pastorale”, anche gli piace meno questa istituzione quando essa “sforna prescrizioni morali di comportamento”. Anche a voler sorvolare sul livello veramente pietoso della dialettica veltroniana, ci sono alcune cose che non capisco bene: come fa un non credente a riconoscere vocazione pastorale (cioè primato morale) ad una chiesa (e stiamo parlando astrattamente, non della chiesa vera, quella dello IOR, dell’8 per mille e degli insabbiamenti sui preti pedofili)? E poi: in che cosa si concretizzerebbe, secondo VW, l’attività pastorale della chiesa se non nell’emanare divieti che, per quanto assurdi incomprensibili e disumani, devono essere tassativamente osservati, dato che vengono imposti da un’agenzia politica che si è autonominata depositaria dell’unica verità?


Veltroni su Alitalia: una dichiarazione surreale

Dicembre 18, 2007

veltroni.jpgL’Italia è il paese dove “le persone dibattono con grande raffinatezza sul significato di un semaforo rosso” (Ian Fisher): non c’è da stupirsi dunque se il fatto che un’azienda di cui lo Stato è azionista di maggioranza relativa sia decotta e che sia necessario porre in essere misure drastiche per mettere in salvo, oltre che dignità e decoro, anche alcuni posti di lavoro, sia considerato dalla classe politica ed imprenditoriale un fastidioso dettaglio che intralcia la loro alacre tensione verso la conquista di una ingiusta posizione di vantaggio sugli altri (cittadini, concorrenti, clienti che siano).

Se Prodi e Padoa Schioppa “fanno il tifo” (questa l’espressione usata, purtroppo in maniera consona) per Air France – KLM, Rutelli, D’Alema e Bianchi simpatizzano per la cordata “privata” Air One – Intesa San Paolo, perché questa garantirebbe l’italianità della compagnia. Ora, a parte il fatto che anche i bambini dell’asilo sanno che con “italianità” si intende la possibilità di piegare gli obiettivi aziendali al proprio tornaconto politico, pratica che i politici si autoarrogano da sempre quando si tratta di aerei, treni, energia, telecomunicazioni, questa cosa del primato italiano mi urta il sistema nervoso: il caso Alitalia sarebbe dunque un esempio di buone pratiche italiane? La capacità italiana di fare bene le cose sarebbe provata da Alitalia come da Ferrari, Prada, Ducati? Pensate a casi diversi, ma ugualmente emblematici: Banco di Napoli e Banco di Sicilia sono stati salvati dal fallimento grazie all’acquisto da parte di due altre banche italiane: entrambi questi due istituti hanno mantenuto il loro nome, perché “il brand è forte” e la gente lo vede con favore… In quanti altri posti la gente continua a tenere i propri soldi presso una banca che è fallita? E si fida ancora di una banca che è fallita perché ha ancora quel nome, cioè il nome che rappresenta una certa interpretazione dell’attività finanziaria che culmina con la débacle?

 

Niente di nuovo, finora, se non fosse per l’ultima esternazione del capo del partito democratico, che, sulla questione si è così espresso: [il mio auspicio è che] “le proposte di Air France e Air One si incrocino per garantire la forza di un soggetto come il vettore francese e la forza di un soggetto finanziario come Banca Intesa, e al tempo stesso assicurare il radicamento nel paese di una compagnia nazionale”: l’unica cosa che si capisce è che Veltroni come sempre fatica a prendere non dico una posizione politica netta, ma nemmeno una direzione – a parte, beninteso sul registro delle unioni civili di Roma, che, conformemente al diktat vaticano, ha bellamente silurato.


Monica Bellucci distilla perle di saggezza…

Dicembre 12, 2007

bellucciA suo tempo, Monica Bellucci dimostrò indipendenza, intelligenza e coraggio sostenendo i quattro sì al referendum per l’abolizione della esecrata legge 40/2004, che ha cancellato dall’Italia la fecondazione assistita: quale migliore antidoto alla barbarie clericale e antidemocratica, infatti, del suo fulgido volto accigliato? E’ dunque particolarmente doloroso constatare a quale turpe operazione pubblicitaria Monica Bellucci abbia recentemente prestato il suo corpo e in qualche caso anche la sua intelligenza. Ieri il fine era quello di tentare di evitare lo scempio; oggi, invece, quello di aumentare le vendite di una catena italiana di biancheria intima: mala tempora currunt.

Complice dell’”operazione sottoveste” l’inevitabile Gabriele Muccino, il regista romano, che, dopo aver diretto in Italia tre film di rara volgarità, sistemato il fratello minore nel mondo show-business, è finalmente partito per gli USA, dove è incredibilmente riuscito a mettere le mani su una storia vera talmente bella e toccante che perfino lui è riuscito a farne un film di buona qualità (The Pursuit of Happyness). Attorno alle mordide forme della modella umbra, che a 44 è più bella che mai, il furbo Gabriele confeziona un patetico cortometraggio degno di menzione solo per il modo sfacciato con cui fa ricorso ad ogni possibile cliché culturale e cinematografico.

A quanto sembra, però, mostrare il corpo in cambio di denaro non è sufficiente: il mondo del commercio pretende un totale asservimento intellettuale. Per questa ragione, in concomitanza con la presentazione del lavoretto del mediocre Muccino, il Corriere spreca tempo ed inchiostro per raccogliere le imperdibili perle di saggezza che la Bellucci distilla in un albergo chic di Milano. La scelta del tema dell’intervista (se così si può dire) è, guarda caso, la seduzione, tanto per restare in tema di guepière e reggicalze: “La seduzione, figlia della sensualità, è una cosa naturale. Che non ha bisogno di essere ostentata. Che sta dentro. E che fa parte delle donne italiane in generale. Inglesi, francesi, tedeschi lo dicono sempre. E ci riconoscono sempre per questo, ovunque. È come se l’avessimo scritto nel Dna: una naturale predisposizione alla sensualità“. Siamo alle mitiche frase da autobus: “Eh, ma le donne italiane… Di questo paese salverei solo il cibo e le donne…”. E poi, colpo di scena finale, che costituisce il perfetto complemento alla campagna di promozione di una marca di biancheria intima: alla brillante giornalista (complice) che le domanda in quali oggetti si incarna la seduzione femminile, Monica risponde sicura: “La sottoveste, sicuramente. E, inutile far finta di nulla, il reggiseno. Noi italiane non possiamo farne a meno. Decisamente. Il decolleté “ti vedo-e-non-ti-vedo” è un nostro must. Le straniere cercano di copiare… però come lo esibiamo noi…! E poi direi i tacchi alti. Arma infallibile (…)”. Altro che cultura e responsabilità: è il reggiseno l’arma segreta delle donne.


Se avete paura dei giudici italiani…

Dicembre 11, 2007

sarah_bradley.jpg… pensate prima a quelli australiani. Lo scorso ottobre Sarah Bradley, giudice a Cairns, una cittadina di circa 120.000 abitanti nel Queensland, è stata chiamata a giudicare i nove uomini che si sono resi responsabili di un incredibile episodio di violenza di gruppo ai danni di una bambina di appena 10 anni. Risultato: i sei imputati più giovani sono assolti senza passare neanche un giorno in carcere, mentre gli altri tre (che hanno età comprese tra i 17 e i 26 anni) vengono condannati ad una pena di appena sei mesi, sospesa per un anno.

Se la condanna per questo orrendo delitto è ridicolmente lieve, addirittura agghiaccianti sono le argomentazioni del giudice – “la bambina probabilmente era consenziente ed era d’accordo a fare sesso con tutti gli imputati“, e quelle del pubblico ministero Steve Carter, dotato di una immaginazione talmente fervida da trasformare uno stupro di gruppo in una “forma di sperimentazione infantile“. A questo punto, è bene dire che tutte le persone coinvolte nel delitto, vittima e carnefici appartengono alla minoranza aborigena. Quali conclusioni possiamo trarre da questa folle sentenza?

1. la legge può essere applicata solo ai bianchi, la minoranza aborigena è costituita da subumani ai quali sarebbe sciocco applicare gli stessi criteri validi per gli altri australiani di diversa appartenenza etnica;

2. i bambini sono dotati della piena facoltà di intendere e di volere e quindi possono validamente partecipare ad attività sessuali al pari degli adulti;

3. lo stupro va ricondotto nell’ambito delle sperimentazioni, di cui probabilmente costituisce una variante estrema.

Non è difficile immaginare il potenziale di tossicità sociale che si nasconde dietro simili aborti di pensiero; un sabotaggio particolarmente grave in un paese che, dopo la pubblicazione del rapporto “I bambini sono sacri”, è stato costretto a guardare in faccia l’orrore: nei territori aborigeni il diffuso alcolismo, combinato a bassa autostima, devastazione culturale e bassi livelli di scolarizzazione sono tra le concause di un numero talmente aberrante di violenze sessuali sui bambini da far gridare all’emergenza nazionale: al punto che l’ex Primo Ministro conservatore John Howard si è spinto a prevaricare le prerogative tipiche del Territorio del Nord per imporre nelle aree aborigene una politica di stampo repressivo basata sul proibizionismo (alcol e pornografia sono controllati) e sul controllo della spesa dei beneficiari di sussidi pubblici (obbligati ad utilzzarne almeno il 50% per cibo e altri beni di prima necessità).

Fermo restando il mio giudizio sulle scarse possibilità di successo del proibizionismo, perfino io (che mi sono sempre considerato di idee libertarie) mi domando se la situazione non sia talmente grave in quella zona che non resti proprio altro da fare. Mi sono fatto infinocchiare?


Il coraggio di Mortadella

Dicembre 10, 2007

bonino e dalai lamaMentre il sottosegretario agli esteri Gianni Vernetti si lancia in complicate contorsioni dialettiche per definire l’atteggiamento ufficiale del Governo italiano verso il Dalai Lama, che in questi giorni visita il nostro paese, da destra Margherita Boniver polemizza sì con la maggioranza, ma puntando sulla valenza “spirituale” della visita di Tenzin Gyatso in Italia. Conoscendo l’intelligenza della Boniver sono portato a concludere che non sia l’insipienza politica quanto il tatticismo ad impedirle di fare i conti con il fatto che quest’uomo di pace e di scienza (cui si riferisce con il titolo di Sua Santità) è anche l’emblema vivente di un popolo prima schiacciato dall’invasione militare cinese e successivamente dissolto dalla scellerata pulizia etnica perpetrata dal regime comunista.

E’ vero che perfino l’immensa forza morale del leader dei buddhisti tibetani è stata in qualche modo fiaccata dalla violenza assassina di Pechino, al punto che sono ormai diversi anni che Tenzin Gyatzo ha cessato di lottare per l’indipendenza del suo martoriato paese, preferendo ripiegare sulla soluzione meno ambiziosa della richiesta di autonomia: trovo però piuttosto penosi i nostri politicanti quando tirano fuori l’argomento della rinuncia all’indipendenza da parte del Dalai Lama come se la sua scelta morale possa essere usata strumentalmente per minimizzare i problemi diplomatici con la Cina che invariabilmente si verificano ogni volta che qualche leader occidentale sfida il diktat comunista di Pechino (vedi Angela Merkel). In altre parole, se Tenzin Gyatzo ha perdonato i suoi oppressori non significa che il mondo occidentale e democratico debba fare altrettanto: ci piacciono le testimonianze spirituali, e le serberemo nel nostro cuore – ma non dimentichiamo la politica.

Piange il cuore vedere quanto sia difficile passare dalle enunciazioni di principio (libertà, democrazia, diritti umani) alle azioni politiche: Prodi, terrorizzato dalle possibili ritorsioni cinesi, ha esplicitamente dichiarato che non incontrerà il leader tibetano: precedenti, improrogabili impegni – penoso. E pensare che il Parlamento, l’organo che spalancò le porte ad Arafat (che l’indimenticabile Bettino Craxi ebbe l’ardire di paragonare a Mazzini) non riesca ad accogliere Gyatzo con gli onori che merita.


Morrissey fascista?

Dicembre 8, 2007

mozzaSteven Patrick Morrissey (Manchester 1959), indimenticabile voce degli Smiths nonché autore di numerosi album solisti, in questi giorni è al centro di una querelle scatenata dal giornale musicale New Musical Express. Quando Tim Jonze, il giornalista di NME che lo ha incontrato, ha chiesto a Mozza (Morrissey), che attualmente vive in Italia, se avesse intenzione di tornare in Gran Bretagna, si è sentito rispondere: “la Gran Bretagna è un posto terribilmente negativo; (…) inoltre, con la questione dell’immigrazione ci sono grossi problemi, perché, anche se non ho niente contro le persone di altri paesi, tendono a far scomparire l’identità inglese. (…) Se si fa una passeggiata a Knightsbridge un giorno qualsiasi, si sente ogni possibile accento tranne quello britannico“. Più il commento di un signore invecchiato male, forse anche a causa di quella vocazione al celibato e del disinteresse per il sesso che ha sbandierando negli ultimi 25 anni, che di un razzista.

E’ interessante notare che Jonze, pur ammettendo di essere rimasto scandalizzato dalle dichiarazioni di Morrissey, che dunque sembra non smentire, ha chiesto alla testata di rimuovere il suo nome dall’intervista, dato che, ha dichiarato, il materiale da lui prodotto è stato praticamente riscritto di sanapianta dalla redazione. In effetti, il sospetto che la rivista abbia tentato di “beccare” “Mozza” a dire qualche cosa di razzista al fine di costruirci sopra una storia giornalistica c’è. Morrissey è da questo punto di vista un personaggio controverso: sempre NME, nel 1992, non gradì la performance di Morrissey che, in un concerto a Finsbury Park, venne pizzicato a ballare con due skinhead con il corpo drappeggiato di una Union Jack (la bandiera nazionale è spesso associata in Gran Bretagna alla militanza in formazioni di estrema destra) – titolo dell’articolo: identità nazionale o flirt con il disastro? Alcune uscite di Mozza e perfino alcuni versi di sue composizioni possono apparire politicamente scorretti.

Premesso che io non credo che Morrissey sia un razzista (è infatti un uomo troppo intelligente per abbassarsi a tanto) ma che sia un grande snob e un furbone che cerca in tutti i modi di far parlare di sé, questa notizia mi ha fatto venire in mente alcune cose: 1) potremmo continuare ad amare tanto un cantante anche se si scoprisse che pensa delle cose che non condividiamo? 2) e se veramente Mozza fosse un razzista, come potrebbe riconciliare il culto della razza superiore con il vegetarianesimo militante (suo stile di vita da ben 37 anni)? 3) perché i media preferiscono ripetere cliché anziché fornire vera informazione?

 


Una breve storia della violenza (un discorso di Steven Pinker)

Dicembre 6, 2007

PinkerQuale che sia l’ordine di grandezza temporale considerato (millenni, secoli o anni) e a dispetto del bombardamento quotidiano di informazioni e di dati che sembrano fatti apposta per convincerci del contrario, l’umanità tende a diventare sempre meno violenta: questa la tesi provocatoria del linguista e psicologo canadese Steven Pinker in un suo recente intervento ad un TED Talk.

Come mai allora tante persone sembrano convinte del contrario? Una delle cause di questa falsa percezione è l’illusione cognitiva: leggere ogni giorno di crimini efferati modifica il nostro modo di vedere le cose suggerendo alla nostra mente di ritenere più probabile la possibilità di essere uccisi. Un’altra ragione che impedisce una chiara visione delle cose è data dalla distorsione operata in modo più o meno volontario da chi si occupa di problemi sociali e di politica: immaginate quanta attenzione e quanti fondi otterrebbero andando in giro a dire che sì, insomma, le cose vanno sempre meglio per l’umanita… Bisogna poi fare i conti con il diffuso senso di colpa degli intellettuali moderni nei confronti delle popolazioni indigene, cosa che molto spesso si accompagna ad un riflesso ad ignorare le molte cose buone che la cultura occidentale ha portato all’umanità. Infine, il comportamento umano tende ad evolvere meno velocemente di quanto non faccia la cultura: in altre parole, se oggi l’opinione pubblica è (giustamente) sconvolta dal fatto che un piccolo numero di criminali venga condannati ai morte in uno stato americano dopo 15 anni di processi, solo qualche centinaio di anni fa chi avesse insultato il re poteva finire bruciati in una pubblica piazza dopo un processo di dieci minuti.

Ma Pinker è molto scrupoloso nel fornire argomentazioni a supporto della sua tesi di una continua riduzione del tasso di criminalità :

1. Hobbes forse aveva visto giusto: la vita allo stadio primitivo era solitaria, misera, abietta, brutale e breve. Lo stato di anarchia (cui il filosofo inglese opponeva l’ordine costituito imposto dal Leviatano) si basa infatti sull’opportunità della violenza preventiva (ti ammazzo io prima che tu possa ammazzare me). Non è un caso se le statistiche elaborate dal criminologo Manuel Eisner dimostrano che il tasso di omicidi in Europa è sceso in coincidenza con lo stabilirsi di stati centralizzati.

2. Una volta la vita era davvero a buon mercato. Oggi il progresso e la tecnologia consentono vite più degne di essere vissute, cioè più facili, più sane, meno distruttive e più divertenti. Diventa forse più difficile il pensiero di voler privare altri uomini di una cosa che vale tanto per noi.

3. Sono aumentati i giochi a somma non zero, cioè le situazioni in cui i nostri simili ci fanno più comodi vivi che morti. C’è dunque un “dividendo della pace” che tutti, per motivi egoistici si sforzano di assicurarsi. Specialmente in un mondo in cui la tecnologia magnifica le possibilità di collaborazione tra persone anche molto distanti.

4. Come suggerisce il filosofo autraliano Peter Singer, mentre un tempo l’empatia era riservata alla famiglia e ad un numero molto ristretto di amici, oggi il numero delle persone che siamo disposti a considerare qualcosa di più che subumani è aumentato (allargamento del circolo). Se prima la reciprocità era riservata alla sola famiglia, essa è stata gradualmente estesa al villaggio, al clan, alla tribù, alla nazione, a persone di altre razze, ai membri dei due sessi, e persino ad altre specie non umane.

Un bellissimo intervento che ci dà speranza per il futuro e per una volta ci permette di essere soddisfatti per quello che abbiamo costruito con la nostra cultura.