Doris Salcedo è un’artista colombiana che sa come far parlare di sè: dopo aver realizzato un’opera sospendendo 1550 sedie di legno tra due edifici alla biennale di Istambul del 2003, è stata chiamata ad arricchire con un suo lavoro la turbine hall della Tate Gallery di Londra. Un’altra idea geniale: per la prima volta nella storia della galleria d’arte inglese, un artista non ha utilizzato il museo come un contenitore della propria creatività, ma ha fatto dell’edificio stesso la materia prima della creazione.
L’idea alla base di Shibboleth 2007 è semplicissima, ma geniale: una piccola crepa nel pavimento della hall che si protrae per circa 170 metri, allargandosi fino a raggiungere una larghezza tale da diventare pericolosa per i visitatori (qualcuno sembra si sia già fatto male). A quelli che si domandano quale tecnica sia stata impiegata per spaccare il pavimento della galleria in modo che sembri danneggiato da un movimento sismico, risponde il direttore Nicholas Serota spiegando che non è stato adoperato alcun trucco e che la frattura nel pavimento è autentica, anche se non compromette la stabilità dell’edificio.
Shibolleth è uno scioglilingua, che, secondo il Libro dei Giudici, venne impiegato nel corso di una antica guerra per distinguere gli amici dai nemici: chi riusciva a pronunciare la parola correttamente era un amico, mentre gli altri venivano uccisi. Evidente il significato che Salcedo ha inteso attribuire alla sua opera: la frattura tra Europei e non europei, sia nel senso di popolazioni assoggettate al colonialismo europeo, che di popolazioni immigranti che oggi arrivano nel nostro continente per migliorare le loro condizioni di vita. Se il concetto di arte è andato mutando nel tempo fino ad assumere la connotazione contemporanea, secondo la quale è arte quello che l’artista decide di considerare arte, anche allo spettatore spetta una autonomia interpretativa perfino più ampia. Ecco, io per esempio, in quella crepa ho visto tutte le contraddizioni tipiche dell’esistenza, la cui serena riconciliazione è il nostro duro mestiere quotidiano.
Pubblicato da mario 
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