Mio figlio è omofobo; spero che sia solo una fase

lesbian kissQuesto è un paese di buffoni, dove ambiguità, ipocrisia ed opportunismo, più che strategie di sopravvivenza, sono riflessi condizionati. Un paio di giorni fa Agostino Fragai, Assessore ai Diritti dei Cittadini in Regione Toscana (un incarico di cui in altri paesi non si sentirebbe mai la necessità) indice una conferenza stampa per presentare una campagna della Regione contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. L’esca è costituita da un manifesto (preso in prestito da una ONG canadese) nel quale si vede un neonato che indossa un braccialetto di plastica al polso sul quale, anziché il nome, appare la scritta “omosessuale, claim: “l’orientamento sessuale non è una scelta“. La stampa abbocca, Fragai riesce nel suo vero obiettivo: conquistare qualche prima pagina. Si scopre così che il vero scopo dell’operazione è quello di fare pubblicità al “Festival della creatività”, guarda caso promosso dalla Regione Toscana ed organizzato dalla Fondazione Sistema Toscana. Ci sarebbe già parecchio da dire, ad esempio su come un tema importante venga sfruttato per fare pubblicità ad una iniziativa che altrimenti avrebbe avuto ben poco spazio sui medi; o sul strano concetto che di creatività hanno in Toscana, visto che si limitano a tradurre dal francese le idee degli altri.

Ma il vero punto è un altro: il messaggio veicolato dal manifesto che Fragai ha scelto allo scopo di attirare l’attenzione è sbagliato ed affronta la questione in un modo talmente balordo che finisce per essere discriminatorio. Infatti, se l’orientamento sessuale non è una scelta e per provarlo si mostra l’immagine di un bambino “nato” omosessuale, si sta veicolando implicitamente una visione esclusivamente genetica dell’omosessualità; non solo, ma sembra anche che essere omosessuale costituisca, di per sé, uno status non desiderabile, problematico, specie per la maggioranza eterosessuale. Riassumendo, tu, che sei gay, nella migliore delle ipotesi, sei una persona menomata di una sua qualche funzione essenziale; tuttavia non è colpa tua se sei “così”, ma dei tuoi geni, e per questo tutte le persone “normali” ti devono trattare con comprensione e rispetto. Io non sono un esperto, ma il buon senso mi dice che non esiste una omosessualità esclusivamente genetica: come accade per ogni altra caratteristica del comportamento umano, alla componente genetica si ne deve aggiungere una di condizionamento esterno (sociale, familiare, storico) e, ovviamente, una basata sulla volontà dell’individuo. Tanto è vero che nel mondo occidentale di oggi non fa più scandalo il comportamento sessuale ambivalente etero-omo (anche se bisogna considerare che essere o almeno dichiararsi bisex è molto chic… ).

Soprattutto mi scandalizza il pensiero che, analizzando il fenomeno dell’omosessualità, si possa (ancora!) fare riferimento alla categoria della colpa: è colpa di mia madre, delle poche bistecche che ho mangiato, del fatto che mi hanno fatto sentire troppi musical quando ero piccolo? Per come la vedo io, l’omosessualità è un comportamento totalmente neutro; al massimo posso concedere che per la persona che non riesca ad agirlo con serenità, specie a causa dei condizionamenti culturali, si renda necessario un (duro) percorso di scoperta ed accettazione di sé stessi e dei propri desideri. Ma, se anche volessimo annettere al fattore genetico un’importanza decisiva (che secondo me non ha) cosa ci impedisce di trattare ogni altra occasione di discriminazione e di pregiudizio scritta nei geni (sesso, pigmentazione) nel modo proposto da Emergence: “il colore della pelle non è una scelta”, “essere donna non è una scelta” – e se lo fosse? Vorremmo forse nascere bianchi se ci piace essere neri? Vorremmo forse nascere uomo anche se ci piace essere donna?

In Gran Bretagna è stata ideata un po’ di tempo fa il Terrence Higgins Trust (una Charity britannica intestata alla memoria di Terrence Higgins, morto di AIDS nel 1982) ha ideato una campagna antidiscriminazione molto intelligente dal titolo “It’s prejudice that’s queer” (”E’ il pregiudizio ad essere stravagante”, ma “queer” in inglese queer vuol dire anche “checca”): i claim dei tre manifesti sono ugualmente brillanti ed ironici: “Mio figlio è omofobo; spero che sia solo una fase…“; “Non si dovrebbero lasciare gli omofobi soli con i bambini” e “Non sopporto gli omofobi, specie quelli che si vantano di esserlo“. Ma forse questi giochi di parole che sabotano triti luoghi comuni sostituendo omofobo a omosessuale, erano troppo raffinati per la Fragai e per la Regione Toscana.

Lascia una Risposta