Fendi: una Grande Muraglia di ipocrisie

 

fendi-china.jpgLo scorso 18 ottobre 80 metri della Grande Muraglia cinese ad un’ora a nord di Pechino (Juyongguan) si sono trasformati in una passerella: un’idea della casa di moda italiana Fendi (Gruppo LVMH), che lì ha presentato una sua collezione. Premetto che ho antiche e fondate ragioni di avversione verso la cosiddetta “maison romana”, personali, ideali e professionali. Detto questo, il cosiddetto “evento”, che alla stampa “specializzata” ha provocato artificiali spasmi di gioia e prezzolati commenti celebrativi, pur nella sua vacuità, merita qualche commento; in fondo ha una sua valenza in quanto paradigma di un mondo sciocco, fasullo e deprimente (e non parlo solo del mondo della moda, al quale è fin troppo facile appiccicare queste tre etichette).

Prima di tutto, la lugubre ed interminabile teoria di vessilli neri con l’effigie gialla (la celebre doppia F, recentemente alleggerita da qualche genio del design) produce un’atmosfera a metà tra festa del partito nazionalsocialista berlinese e fiera per aficionados di SMBD (Sado Maso Bondage & Domination).

Le modelle (cinesi e russe, manovalanza da pochi soldi e di scarsissima importanza) hanno dovuto sfilare a chiappe all’aria per quarantacinque minuti alla gradevole temperatura di 5 gradi centigradi (una sfilata dura mediamente un quarto d’ora). E’ vero che si tratta pur sempre (in Oriente come in Occidente) di carne in vendita, e la carne, si sa, va conservata al fresco, ma questa assurda tortura cui delle persone si sottopongono volontariamente spazza via quel poco di speranza che ancora è lecito riporre nel futuro dell’umanità.

Fendi ha “investito” in questa operazione mediatica una somma tra i 7 e i 10 milioni di euro. Ora, io non sono un pauperista, ma ritenere ammissibile che un’azienda butti una somma di questo tipo in aria fritta è un’altra cosa che proprio non mi va giù. Ci sarà qualche realista che dirà che il mercato cinese è fatto di gente che brama di arricchirsi in modo tale da poter acquistare oggetti bruttini ma firmati con un mark up del 600%; e io rispondo: oh mio dio. Se poi qualcun altro mi parla di investimento emozionale o di compravendita di sogni artificiali, vomito. Io amo sognare, ma per questo ci sono le parole dei poeti e la luminosa creatività che permette di fare cose meravigliose con niente: per esempio le ombre cinesi.

Sulle dichiarazioni stentoree, egotiste per non dire autoerotiche della dirigenza Fendi, presente in gran pompa a Pechino, sarebbe forse opportuno sorvolare, per pietà. Ma avendo letto dei lucciconi di Carla Fendi, non posso più astenermi. E dunque: Michael Burke, Amministratore Delegato della “stella italiana” del bouquet parigino, si è abbandonato ad un flusso della coscienza a base di fantasie imperiali: una delle ragioni del successo dell’evento, ha argomentato, è il fatto che Roma era un impero e così pure la Cina. Eppure dietro questa colossale sciocchezza si nasconde un frammento di verità: in fondo, gli imperi, da che mondo è mondo, si sono sempre fatti la guerra. Silvia Venturini, che è una di quelle patetiche italiane che adottano un secondo cognome celebre quando il primo non richiama alla mente niente di particolare (infatti si fa chiamare Venturini Fendi), merita una menzione particolare: in preda al delirio di onnipotenza, dichiara di voler organizzare un’altra sfilata sulla luna (Michael Burke prego prenda nota e contatti Richard Branson per un preventivo) per poi chiosare: “(…) questa sfilata non è un evento commerciale, speriamo abbia soprattutto una forza simbolica: la moda è un linguaggio universale che non conosce barriere linguistiche.” E’ universale anche il grido silenzioso che si leva dall’oppresso popolo cinese, piegato da un regime cui vendiamo i nostri strapagati gingilli firmati.

 

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