Tutte le bugie sui biocarburanti

Ottobre 31, 2007

Financial Times GraphsUn intelligente articolo di Martin Rolf, pubblicato sul Financial Times di oggi, smantella i luoghi comuni sui benefici degli investimenti in biocarburante che siamo abituati ad accettare acriticamente: dati e grafici incontrovertibili raccontano una brutta storia di politiche sbagliate, irrazionali, inique, e perfino criminali.

Procediamo con ordine: l’industria dei biocarburanti è soggetta a sussidi statali che in Europa, per ogni litro, costano dai 60 centesimi (Etanolo in Svizzera) al dollaro (Etanolo in UE, e Biodiesel in Svizzera) – a parità di energia prodotta, il costo dei combustibili fossili si aggira tra i 30 e i 40 centesimi di dollaro. La presenza di robustie sovvenzioni statali non favorisce l’efficienza nel processo produttivo, tanto è vero che in Europa, dove l’intervento pubblico è particolarmente massiccio, i costi di produzione di etanolo possono arrivare ad essere quasi il doppio di quelli registrati negli USA. Investire nei biocarburanti, dunque, ha dei costi espliciti (sovvenzioni, cioè tasse per i cittadini) ed impliciti (inefficienza, e quindi altri costi per i cittadini).

Nonostante quanto sopra detto, la strada dei biocarburanti potrebbe comunque essere quella giusta, se almeno portasse ad una significativa riduzione delle emissioni. Anche questo assunto, però, è polverizzato dall’evidenza empirica portata da Wolf, che mostra come, almeno in Europa e negli USA, l’etanolo riesce a ridurre le emissioni di un valore non significativo, compreso tra il 13 e il 18%.

Il Brasile, però, può contare su un modello produttivo invidiabile: in quel paese, infatti, non solo riescono a produrre etanolo ad un costo inferiore a quello della benzina, ma le emissioni vengono ridotte del 90%. Peccato, però, che una simile efficienza sia vista più come una minaccia che come un’opportunità, dato che l’etanolo brasiliano deve scontare dazi protezionistici tanto in Europa (25%) che negli USA (50%). Un esempio di come la politica non sempre persegua sempre l’interesse dei cittadini comuni.

Ma non è tutto: poiché la domanda di prodotti agricoli dai quali trarre combustibili è “drogata” dagli incentivi statali, i prezzi della parte di quei beni destinata al consumo alimentare cresce in maniera esponenziale: per avere un’idea degli ordini di grandezza coinvolti, si pensi che la metà dell’aumento di domanda globale di granoturco è causata dall’aumento della domanda americana di etanolo derivato da quella coltura. Gli unici a fregarsi le mani sono i produttori, che possono allegramente lucrare sull’aumento dei prezzi che mette in ginocchio i paesi poveri costretti ad importare cibo sempre più costoso. Una conferma di come gli stati occidentali (in particolare quelli europei) perseguano ciecamente l’agenda politica dettata loro dalle lobby degli agricoltori. I sussidi di stato uccidono.


La fabbrica dei santi (fascisti?)

Ottobre 29, 2007

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Il “coup de théatre” con il quale Ratzinger la scorsa domenica ha polverizzato tutti i record in tema di canonizzazioni, beatificando ben 498 vittime della guerra civile spagnola, rappresenta un’interessante escalation della morsa clericale, abbozzando un percorso più dichiaratamente neofascista: non a caso, le quasi cinquecento persone cui un colpo di bacchetta magica unitamente ad alcune misteriose fornule magiche hanno improvvisamente guadagnato una luminosa aureola e un posto numerato nell’empireo cristiano, appartengono esclusivamente alle file del clero o al numero di coloro che con il clero hanno simpatizzato, rendendosi pertanto complici di un regime che ha tenuto un intero paese sotto il calcagno del sanguinario dittatore fascista Francisco Franco (che possa non avere mai pace, dovunque sia finito).

Non a caso, la data dell’upgrade di massa coincide, come ricordano gli amici di www.facciamobreccia.org, con l’anniversario della marcia su Roma. Non a caso, la mossa papale, come del resto le sceneggiate stucchevoli di mafiosi e di dittatori, ha pure la valenza di un’intimidazione a Zapatero, dato che, ancora una volta, è stata strategicamente collocata proprio in prossimità dell’approvazione di una legge sulla memoria storica che, pur al costo di alcuni dolorosi compromessi, ha il lodevole obiettivo di tentare di eradicare il franchismo e i suoi orrori dalla storia del diritto e dagli spazi pubblici spagnoli, nonché di dare una onorata sepoltura a migliaia di morti che ancora giacciono nelle fosse comuni.

D’altro canto, non è mia intenzione fare l’apologia dei crimini perpetrati da comunisti e da anarchici durante la guerra civile spagnola, i quali non hanno niente da invidiare quanto a ferocia e perversione alla sistematica operazione di “limpieza” orchestrata dal cosiddetto generalisimo: quello che io trovo veramente indecente è l’arroganza della chiesa cattolica che non solo si guarda bene dal riconoscere i propri errori (che sono costati migliaia di vittime in gran parte innocenti) ma addirittura si adopera per accreditare una visione della storia mistificante e autoassolutoria. La beatificazione di cinquecento vittime delle violenze della guerra civile (che segue un analogo processo forse meno eclatante avvenuto negli anni 80) si inscrive in questo percorso: al punto che le persone che sono state uccise vengono presentate come martiri della fede. Io penso invece che quelle persone siano state uccise (ingiustamente, come ogni uomo che si veda strappare la vita da un suo simile) a causa della posizione politica della chiesa, che in quegli anni veniva identificata come simbolo di “ricchezza, repressione e disuguaglianza“.

E’ sempre più imbarazzante il fatto che la chiesa continui instancabilmente nel perseguimento di un progetto di occupazione abusiva degli spazi politici con un’agenda improntata alla reazione più cieca ed acritica. Segno ne sia il riverberare delle notizie sui famosi 498 “martiri” da un sito di estrema destra all’altro e le nuove esternazioni di Ratzinger, che oggi tenta di clericalizzare perfino le farmacie invocando un inesistente diritto all’obiezione di coscienza per i commessi (di questo stiamo parlando, in fondo) che si trovino a dover vendere farmaci che verranno utilizzati per pratiche che la chiesa condanna. Se io fossi un farmacista, da oggi mi rifiuterei di vendere preservativi, ovvio, ma anche, ad esempio, i pericolosissimi saponi intimi, che per definizione possono indurre ad indebiti toccamenti dei genitali.

Altra cosa che non capisco: lo stato, che mantiente il prezzo dei farmaci artificialmente alto solo perché è troppo debole per fracassare con una mazza da baseball l’iniquo e medievale privilegio della casta dei farmacisti, non riesce a tirare fuori la vocina per ribattere a Ratzinger che: dato che la licenza (e i relativi ingiusficati benefit) li erogo io, quello che si può vendere o non vendere dentro una farmacia sono stracazzi miei? Sempreché lo stato sia mai in grado di rappresentare tutti i cittadini, cosa di cui con ogni evidenza non è capace.

 


Jaman, Microsoft e altre illusioni sul libero mercato della cultura

Ottobre 28, 2007

gates.jpgC’è questo sito fantastico, www.jaman.com, una bellissima piattaforma che consente di scaricare (in via temporanea o definitiva) migliaia di film indipendenti provenienti da tutto il mondo. Ovviamente, si tratta di titoli non di cassetta, ma la cosa bella è che è possibile usufruirne in modo totalmente legale. Insomma, chi ha ideato questo sito, che ha anche un look molto accattivante e un modo particolarmente originale ed attraente di catalogare i titoli e di estrarli (ad esempio, sulla base del nostro umore nel momento in cui vi accediamo) aveva due buone idee: contribuire alla diffusione di materiale spesso di ottima qualità, ma che difficilmente si riesce a reperire nei canali mainstream; strutturare una politica di pricing in grado di disincentivare la pirateria (che resta oggi il modo più attraente per accedere all’offerta culturale mediatica). In tutte le belle storie, però c’è un ma, in questo caso è scritto in rosso, a carattere 36 e si può registrare sotto il titolo: gestione internazionale dei diritti d’autore. Si tratta di quella Matrix di cavilli legali che rendono impossibile la fruizione (a pagamento!) di opere dell’ingegno umano in certe zone del mondo (che una volta ci avevano detto che era stato rimpicciolito dalla globalizzazione) consentendola però in un altro. Accade così, per esempio, che un bellissimo film danese (Drabet, di Per Fly) sia disponibile sul sito tanto in modalità buy che rent, ma che io non lo possa scaricare… Questa cosa mi ha molto indispettito: ma non è vero che quando si naviga in internet le particolarità nazionali sono automaticamente abolite? Non siamo un po’ tutti cybercittadini di uno spazio virtuale con regole uniformi? Non è così. Jaman, come tutti gli altri siti commerciali, riesce a capire, leggendo l’IP del server che ci fa viaggiare nella rete, da quale paese siamo connessi, e quindi fa scattare l’odiata imposizione di leggi inique, incomprensibili e che oggettivamente troncano le mani e la lingua ad un qualsiasi progetto che, come Jaman, è animato dal luminoso obiettivo di avvicinare diversi lembi di mondo nella fruizione di opere d’arte realizzate in modo indipendente dai diktat dell’industria dell’intrattenimento globale.

Il mio computer di casa, un vecchio pentium 3 asmatico su cui girava l’ottimo (e gratuito) UBUNTU (per i profani, una distribuzione Linux molto user-friendly, al punto che l’ho adottata perfino io) è spirato la settimana scorsa. Grande crisi in famiglia, soprattutto per la mia impreparazione ad affrontare la realtà: aggiornare il presente blog da una macchina non di mia proprietà (un portatile aziendale) che pertanto potrebbe essermi tolta in ogni momento… Sto considerando l’acquisto di un nuovo pc, e, dovunque cerchi, mi vengono propinate macchine che hanno Windows Vista preinstallato. Ora, io non voglio installare Windows, ma, qualora proprio lo debba fare, vorrei avere come sistema operativo XP, che ho usato per molti anni e che sembra avere molti meno problemi… di Vista. Ma il buon Bill Gates, e tutti i produttori di computer della sua cricca (Dell, HP per esempio) non solo non vendono macchine con UBUNTU (che va benissimo e soprattutto è completamente gratuito) ma pretendono che con il tuo nuovo pc, ti porti a casa anche il grande casino di Vista. Questo perché zio Bill insiste nelle sue strategie da mafioso: nonostante le varie multe inflittegli dall’Unione Europea per pratiche anti-concorrenziali, persiste nel suo iter criminale. Obbligare in tutti i modi leciti o meno i nuovi utenti ad utilizzare un sistema operativo che, al netto di qualche fronzolo estetico, fa acqua da tutte le parti (leggete nei paesi seri cosa accade: in Gran Bretagna l’agenzia informatica del governo sta suggerendo alle scuole di non firmare contratti di licenza con il mafiosetto di Redmond, a causa delle pratiche anticompetitive messe in atto da Microsoft: Italia, dove sei?).

Questi due banalissimi esempi solo per dire che internet ci potrebbe rendere molto più liberi di quanto siamo ora se solo finisse il racket dei diritti d’autore e di operatori criminali come Microsoft.


Mio figlio è omofobo; spero che sia solo una fase

Ottobre 25, 2007

lesbian kissQuesto è un paese di buffoni, dove ambiguità, ipocrisia ed opportunismo, più che strategie di sopravvivenza, sono riflessi condizionati. Un paio di giorni fa Agostino Fragai, Assessore ai Diritti dei Cittadini in Regione Toscana (un incarico di cui in altri paesi non si sentirebbe mai la necessità) indice una conferenza stampa per presentare una campagna della Regione contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. L’esca è costituita da un manifesto (preso in prestito da una ONG canadese) nel quale si vede un neonato che indossa un braccialetto di plastica al polso sul quale, anziché il nome, appare la scritta “omosessuale, claim: “l’orientamento sessuale non è una scelta“. La stampa abbocca, Fragai riesce nel suo vero obiettivo: conquistare qualche prima pagina. Si scopre così che il vero scopo dell’operazione è quello di fare pubblicità al “Festival della creatività”, guarda caso promosso dalla Regione Toscana ed organizzato dalla Fondazione Sistema Toscana. Ci sarebbe già parecchio da dire, ad esempio su come un tema importante venga sfruttato per fare pubblicità ad una iniziativa che altrimenti avrebbe avuto ben poco spazio sui medi; o sul strano concetto che di creatività hanno in Toscana, visto che si limitano a tradurre dal francese le idee degli altri.

Ma il vero punto è un altro: il messaggio veicolato dal manifesto che Fragai ha scelto allo scopo di attirare l’attenzione è sbagliato ed affronta la questione in un modo talmente balordo che finisce per essere discriminatorio. Infatti, se l’orientamento sessuale non è una scelta e per provarlo si mostra l’immagine di un bambino “nato” omosessuale, si sta veicolando implicitamente una visione esclusivamente genetica dell’omosessualità; non solo, ma sembra anche che essere omosessuale costituisca, di per sé, uno status non desiderabile, problematico, specie per la maggioranza eterosessuale. Riassumendo, tu, che sei gay, nella migliore delle ipotesi, sei una persona menomata di una sua qualche funzione essenziale; tuttavia non è colpa tua se sei “così”, ma dei tuoi geni, e per questo tutte le persone “normali” ti devono trattare con comprensione e rispetto. Io non sono un esperto, ma il buon senso mi dice che non esiste una omosessualità esclusivamente genetica: come accade per ogni altra caratteristica del comportamento umano, alla componente genetica si ne deve aggiungere una di condizionamento esterno (sociale, familiare, storico) e, ovviamente, una basata sulla volontà dell’individuo. Tanto è vero che nel mondo occidentale di oggi non fa più scandalo il comportamento sessuale ambivalente etero-omo (anche se bisogna considerare che essere o almeno dichiararsi bisex è molto chic… ).

Soprattutto mi scandalizza il pensiero che, analizzando il fenomeno dell’omosessualità, si possa (ancora!) fare riferimento alla categoria della colpa: è colpa di mia madre, delle poche bistecche che ho mangiato, del fatto che mi hanno fatto sentire troppi musical quando ero piccolo? Per come la vedo io, l’omosessualità è un comportamento totalmente neutro; al massimo posso concedere che per la persona che non riesca ad agirlo con serenità, specie a causa dei condizionamenti culturali, si renda necessario un (duro) percorso di scoperta ed accettazione di sé stessi e dei propri desideri. Ma, se anche volessimo annettere al fattore genetico un’importanza decisiva (che secondo me non ha) cosa ci impedisce di trattare ogni altra occasione di discriminazione e di pregiudizio scritta nei geni (sesso, pigmentazione) nel modo proposto da Emergence: “il colore della pelle non è una scelta”, “essere donna non è una scelta” – e se lo fosse? Vorremmo forse nascere bianchi se ci piace essere neri? Vorremmo forse nascere uomo anche se ci piace essere donna?

In Gran Bretagna è stata ideata un po’ di tempo fa il Terrence Higgins Trust (una Charity britannica intestata alla memoria di Terrence Higgins, morto di AIDS nel 1982) ha ideato una campagna antidiscriminazione molto intelligente dal titolo “It’s prejudice that’s queer” (“E’ il pregiudizio ad essere stravagante”, ma “queer” in inglese queer vuol dire anche “checca”): i claim dei tre manifesti sono ugualmente brillanti ed ironici: “Mio figlio è omofobo; spero che sia solo una fase…“; “Non si dovrebbero lasciare gli omofobi soli con i bambini” e “Non sopporto gli omofobi, specie quelli che si vantano di esserlo“. Ma forse questi giochi di parole che sabotano triti luoghi comuni sostituendo omofobo a omosessuale, erano troppo raffinati per la Fragai e per la Regione Toscana.


Fendi: una Grande Muraglia di ipocrisie

Ottobre 23, 2007

 

fendi-china.jpgLo scorso 18 ottobre 80 metri della Grande Muraglia cinese ad un’ora a nord di Pechino (Juyongguan) si sono trasformati in una passerella: un’idea della casa di moda italiana Fendi (Gruppo LVMH), che lì ha presentato una sua collezione. Premetto che ho antiche e fondate ragioni di avversione verso la cosiddetta “maison romana”, personali, ideali e professionali. Detto questo, il cosiddetto “evento”, che alla stampa “specializzata” ha provocato artificiali spasmi di gioia e prezzolati commenti celebrativi, pur nella sua vacuità, merita qualche commento; in fondo ha una sua valenza in quanto paradigma di un mondo sciocco, fasullo e deprimente (e non parlo solo del mondo della moda, al quale è fin troppo facile appiccicare queste tre etichette).

Prima di tutto, la lugubre ed interminabile teoria di vessilli neri con l’effigie gialla (la celebre doppia F, recentemente alleggerita da qualche genio del design) produce un’atmosfera a metà tra festa del partito nazionalsocialista berlinese e fiera per aficionados di SMBD (Sado Maso Bondage & Domination).

Le modelle (cinesi e russe, manovalanza da pochi soldi e di scarsissima importanza) hanno dovuto sfilare a chiappe all’aria per quarantacinque minuti alla gradevole temperatura di 5 gradi centigradi (una sfilata dura mediamente un quarto d’ora). E’ vero che si tratta pur sempre (in Oriente come in Occidente) di carne in vendita, e la carne, si sa, va conservata al fresco, ma questa assurda tortura cui delle persone si sottopongono volontariamente spazza via quel poco di speranza che ancora è lecito riporre nel futuro dell’umanità.

Fendi ha “investito” in questa operazione mediatica una somma tra i 7 e i 10 milioni di euro. Ora, io non sono un pauperista, ma ritenere ammissibile che un’azienda butti una somma di questo tipo in aria fritta è un’altra cosa che proprio non mi va giù. Ci sarà qualche realista che dirà che il mercato cinese è fatto di gente che brama di arricchirsi in modo tale da poter acquistare oggetti bruttini ma firmati con un mark up del 600%; e io rispondo: oh mio dio. Se poi qualcun altro mi parla di investimento emozionale o di compravendita di sogni artificiali, vomito. Io amo sognare, ma per questo ci sono le parole dei poeti e la luminosa creatività che permette di fare cose meravigliose con niente: per esempio le ombre cinesi.

Sulle dichiarazioni stentoree, egotiste per non dire autoerotiche della dirigenza Fendi, presente in gran pompa a Pechino, sarebbe forse opportuno sorvolare, per pietà. Ma avendo letto dei lucciconi di Carla Fendi, non posso più astenermi. E dunque: Michael Burke, Amministratore Delegato della “stella italiana” del bouquet parigino, si è abbandonato ad un flusso della coscienza a base di fantasie imperiali: una delle ragioni del successo dell’evento, ha argomentato, è il fatto che Roma era un impero e così pure la Cina. Eppure dietro questa colossale sciocchezza si nasconde un frammento di verità: in fondo, gli imperi, da che mondo è mondo, si sono sempre fatti la guerra. Silvia Venturini, che è una di quelle patetiche italiane che adottano un secondo cognome celebre quando il primo non richiama alla mente niente di particolare (infatti si fa chiamare Venturini Fendi), merita una menzione particolare: in preda al delirio di onnipotenza, dichiara di voler organizzare un’altra sfilata sulla luna (Michael Burke prego prenda nota e contatti Richard Branson per un preventivo) per poi chiosare: “(…) questa sfilata non è un evento commerciale, speriamo abbia soprattutto una forza simbolica: la moda è un linguaggio universale che non conosce barriere linguistiche.” E’ universale anche il grido silenzioso che si leva dall’oppresso popolo cinese, piegato da un regime cui vendiamo i nostri strapagati gingilli firmati.

 


Watson, la scienza e il razzismo

Ottobre 19, 2007

 

watson-crick.jpgIl Professor D. Watson, il biologo che ha contribuito a svelare la struttura delle molecole del DNA (1953), titolare del Nobel 1962 assieme a Francis Crick e Maurice Wilkins è nei guai fino al collo: alla vigilia del suo arrivo in Gran Bretagna, dove si stava recando per promuovere la sua biografia (dal titolo: “Evitare le persone noiose”), ha rilasciato un’intervista al Sunday Times, nel corso della quale pare abbia dichiarato: “sono profondamente scettico sul futuro dell’Africa: tutte le nostre politiche sociali sono basate sul fatto che l’intelligenza degli Africani sia uguale alla nostra, mentre tutte le ricerche ci dicono il contrario. (…) Non vi sono ragioni per concludere che le capacità intellettuali di popoli separati geograficamente nel loro processo evolutivo possano essere aver avuto uno sviluppo evolutivo identico“. Non è difficile immaginare il putiferio che queste parole choccanti hanno provocato in Inghilterra come negli USA: Watson, da grande scienziato è stato improvvisamente trasformato da politici e blogger nel vaso di ogni nequizia, appena un gradino sopra (o sotto) Adolf Hitler; il Museo della Scienza di Londra, che aveva organizzato un dibattito in suo onore, ha cancellato l’appuntamento con la giustificazione che le opinioni del professore si sono spinte “oltre il livello di un accettabile dibattito“; un portavoce del Cold Spring Harbor Laboratory, dove Watson lavora, si è detto “sconvolto ed amareggiato“, e ha spiegato che il laboratorio non si è mai impegnato in alcun tipo di ricerca che possa costituire il fondamento delle dichiarazioni attribuite al Nobel dal giornale britannico.

Le affermazioni di Watson sono certamente un pugno allo stomaco, soprattutto perché provengono da uno scienziato così autorevole: ma mi hanno spinto a fare un paio di considerazioni.

Supponiamo, per gioco, che quanto detto da Mr. Watson corrisponda a verità, e cioè che la sua tesi sia confortata da innumerevoli ed imparziali prove scientifiche. Fino al momento in cui qualcuno non riesca a smentirla scientificamente, questa idea costituirà la migliore approssimazione alla verità. A che titolo allora uno psicologo, un pastore, un monaco buddista o un sociologo potrebbero ritenere falsa la ripugnante idea che l’uomo nero è intellettualmente diverso dall’uomo bianco? Forse perché ingiusta? Forse perché il solo concepirla è peccato? O forse perché un dogma non dichiarato e non provato scientificamente ci dice che è solo l’ambiente a fare l’individuo, non (anche) i geni? In altre parole, non c’è una certa ipocrisia nel dichiararsi a favore della scienza solo fino a che essa non contraddica il nostro “grido dell’anima” romantico? La scienza deve essere verità a tutti i costi, oppure esiste una presunta verità dei valori (che per definizione non sono uguali per tutti) che fa premio sulla verità scientifica?

L’idea di censurare Watson, cancellando il dibattito, è una sciocchezza, un atto di censura inaccettabile da almeno due punti di vista. In primo luogo, può darsi benissimo che Watson sia stato interpretato male dal giornalista che lo ha intervistato. A ben vedere, però, se anche il pensiero del Nobel fosse stato riportato fedelmente dalla stampa, un pubblico dibattito sarebbe stato il modo migliore per testare la tenuta delle sue tesi, che, confrontate con altre, sarebbero state chiarite e/o confutate. Senza contare l’effetto “martirio”. A parziale giustificazione della discutibile scelta del direttore del Museo della Scienza di Londra, va detto che la crisi di identità occidentale e il montare della rabbia causato dal lassismo dei governi nei confronti dei comportamenti illeciti messi in atto dagli stranieri sta dando forza alle estreme destre di tutta Europa (Inghilterra compresa), liete di torcere frasi come quelle di Watson per trasformarle in un manifesto nazista (cosa che secondo me non sono).

Siamo comunque in Gran Bretagna, dove c’è sempre spazio di replica perfino per una persona cui è stato (ingiustamente e frettolosamente) attribuito il marchio d’infamia del razzista: Watson ha scritto un bell’articolo sull’Independent, dove, oltre a scusarsi in modo completo e definitivo per le eventuali interpretazioni negative delle sue parole, dice alcune cose talmente interessanti che penso sia opportuno riportarle:

Sono sempre stato un fiero difensore dell’idea che dovremmo basare la nostra visione del mondo sullo stato delle nostre conoscenze, sui fatti, non su quello che vorremmo che esso fosse. Per questo la genetica è così importante. (…)

[Ma] (…) la genetica può essere crudele. Mio figlio potrebbe essere una delle sue vittime. Rufus, un ragazzo affettuoso e sensibile di 37 anni, non può vivere una vita indipendente a causa della sua schizofrenia, che gli impedisce di dedicarsi alle normali attività quotidiane. Per molto tempo, mia moglie ed io abbiamo sperato che Rufus avesse bisogno solo di un livello adeguato di stimoli e di sfide su cui concentrarsi. Ma quando diventò un adolescente cominciai a temere che la causa della sua vita sfortunata fosse nei suoi geni. E’ stata proprio questa scoperta che mi ha spinto a dar vita al progetto genoma. (…)

Una persona su tre tra quelle che cercano un lavoro temporaneo a Los Angeles è uno psicopatico o un sociopatico. Dipende dall’ambiente o dalle loro componenti genetiche? Individuare la sequenza del DNA dovrebbe darci la risposta definitiva. Certo, l’idea che alcune persone siano naturalmente cattive mi turba. Ma la scienza non serve a farci sentire bene. Serve a rispondere alle domande per migliorare conoscenza e comprensione. (…)

In questa fase non riusciamo a comprendere compiutamente il modo in cui diversi ambienti hanno selezionato nel tempo i geni che determinano la nostra capacità di fare cose differenti. Oggi, la nostra società ha uno spasmodico desiderio di credere che una capacità di ragionamento livellata sia un patrimonio di tutta l’umanità. Ma desiderare questo non è sufficiente. Questo desiderio non è scienza.(…)

Mettere in discussione [questo desiderio] non significa cedere al razzismo. Non si tratta di una discussione su superiorità o inferiorità, ma piuttosto di comprendere le differenze, per esempio capire perché alcuni di noi sono grandi musicisti e altri grandi ingegneri. Con ogni probabilità ci vorranno ancora 10 o 15 anni prima che riusciamo ad ottenere una conoscenza adeguata dell’importanza relativa della natura rispetto all’ambiente nel perseguimento di importanti obiettivi umani. Fino ad allora, noi scienziati, se desideriamo contribuire a questo importante dibattito, dovremmo vigilare su quelle che vengono definite verità incontestabili senza il supporto dell’evidenza empirica.”


Profumo: il trombone che ci mancava

Ottobre 18, 2007

profumo_geronzi_unicredit.jpgElegante coming out di Alessandro Profumo, Amministratore Delegato di Unicredit: chi fino a ieri credeva che fosse solo un manager spregiudicato specializzato nel rifilare bidoni a famiglie, imprese e pubblica amministrazione, negli ultimi giorni ha avuto modo di assaporare anche il suo coté radical chic: domenica 14 ottobre il banchiere più potente d’Italia, radioso e brizzolato come non mai, si presenta in un seggio di Milano ad esprimere la sua preferenza per il segretario del Partito Democratico. La sua influente presenza è un bello spot dell’immane (e costosissima) farsa che ha (io credo) precedenti solo in Sud America o in Corea del Nord. Attenzione, però: Profumo avrà pure internazionalizzato il gruppo Unicredit comprando banche in Germania e nell’Europa dell’Est, ma è pur sempre un tipico Italiano, molto attento al suo tornaconto personale e familiare: sua moglie, la soave Sabina Ratti, che in ENI si diletta di Corporate Social Responsibility, è candidata nella lista di Rosy Bindi e, stranamente, conquista una poltrona nel neonato partito. Gli Italiani sono ipocriti, si sa, ma Alessandro Profumo è vero campione… Alla domanda di un giornalista, non si sa se provocatore o semplicemente ritardato, che gli chiede per chi ha votato dedica la seguente, elegante preterizione: “Le donne devono giocare un ruolo più forte in tutte le parti della vita pubblica italiana. Nelle banche, nell’economia, e anche nella politica”. Un bel luogo comune che sta particolarmente bene in bocca all’amministratore delegato di una banca governata da un Consiglio di Amministrazione composto da venti bei maschioni. Su Sabina Ratti-Profumo: “Non mi disturba essere considerato il marito di Sabina. Preferisco così che vedere indicata Sabina come la moglie di Profumo…” Nel loro seggio, ci scommetto, non sono state poche le persone che hanno mormorato a mezza bocca: ma chi sarà quel gentiluomo elegante al braccio della signora Ratti?

Ormai Alessandro ci ha preso gusto. Erotizzato dal bagno di folla domenicale, martedì arringa una piccolo gruppo di gauche caviar in una chiesa sconsacrata di Pavia, dove interpreta con grande professionalità il suo nuovo ruolo di sponsor acritico del governo, cui attribuisce, in aristocratica solitudine, meriti che semplicemente non ha: dal presunto cambio di tendenza alle sbandierate misure redistributive (come per esempio la splendida riforma delle pensioni, con cui il governo premia una manciata di privilegiati con i soldi scippati a giovani e precari). Ma il pezzo forte è quello sul governo che fa pagare le tasse a chi non le pagava, un grande momento di propaganda di regime: per favore, piantiamola con questa immane cazzata che grazie a Prodi gli Italiani pagano le tasse! Se non mi credete, fatevi un giro una sera in un qualsiasi ristorante di Roma (Testaccio, Salario, dove volete): la cena, di solito mediocre, e invariabilmente costosissima, si conclude con la consegna di un pezzetto di carta unta al posto della fattura: non vedo in giro ristoratori terrorizzati dalla Guardia di Finanza. Ho visto solo la mia busta paga diventare più leggera.

E poi: ma con che titolo un Profumo viene a fare certi fervorini? Giusto un popolo narcotizzato ed imbelle come il nostro può tollerare il moralismo di chi pontifica sui massimi sistemi subito dopo aver procurato un miliardo di euro di perdite ai suoi clienti. Senza dimenticare che una parte rilevante di queste perdite riguarda contratti stipulati con enti locali, alcuni dei quali, grazie al colpevole attivismo di Unicredit (ma anche di altre banche, me ne viene in mente una inglese e una francese) faranno bancarotta producendo crisi di sistema e aumenti delle tasse per i nostri eredi. Grazie, Mr. Profumo.


Black burka, purple rose

Ottobre 16, 2007

red-rose-closeup.jpg48 ore: questo è il tempo che avrò trascorso a Milano al termine di una breve trasferta di lavoro. Provo sensazioni strane: la prima è che non sono veramente in una città del Nord Italia, ma a Roma: le poche strade che ho percorso e la metro risuonano della mia cadenza. O forse sono a Mosca o San Pietroburgo: non si contano le valchirie che misurano le strade attorno al Duomo inguainate in aderentissimi pantaloni che lasciano poco spazio all’immaginazione, con gli inevitabili corollari, stivaloni e ponytail: preziose ed indolenti, passeggiano nelle loro mises eccessive perfino per la sensuale Italia biascicando il loro incomprensibile idioma. Verso le 21, un incantesimo risveglia zombies dalle loro tombe, e il centro si riempie di omini in giacca e cravatta e borsa per computer (io, che sono in pratica in vacanza, ho avuto modo di cambiarmi – da qui deriva il distacco ipocrita e sussiegoso con cui riporto gli eventi); tutti sono attaccati alle loro appendici elettroniche: vite complesse come tutte le altre, che qui però sembrano schiacciate sulla direttrice monodimensionale della produttività. E il fighettume, che riempie un’intera strada dell’area pedonale: ancora non dismessi i panni lavorativi, manager e mezze tacche si abbandonano all’ultima abitudine sancita dal diktat metropolitano: il bicchiere di vino in strada, annacquato da conversazioni monotematiche lavoro-lavoro-lavoro, vacanze-vacanze-vacanze. Dal locale “giusto” (chissà se oggi ancora si dice così) viene musica ritmata e coinvolgente, sono curioso, vado a vedere. Un bassista ed un batterista molto bravi si abbandonano ad improvvisazioni funky, mentre in tipo strano soffia in un tubo di bambù lunghissimo al termine del quale è fissata una cuffia: cosa invero scenografica, ma del tutto inutile, dato che si sentono solo gli altri due strumentisti. Dato che è figo stare fuori, il locale è quasi vuoto, cosa che mi permette di entrare ed accomodarmi davanti alla band, proprio dove due poveracce esibizioniste si dimenano al ritmo (che effettivamente è travolgente) mendicando la loro piccola dose quotidiana di attenzione. La città mi irrita, parodia inconsapevole di Europa, tutta presa dal suo multiculturalismo appiccicato con lo sputo; la sua mancanza di identità la spinge a copiare l’ultima tendenza orecchiata oltre Manica o oltre Oceano, con la patetica quanto errata certezza di averla ideata. Ma allo stesso tempo mi pare civile, ordinata e pulita, polizia e pulizia, strade lavate e libreria aperta fino alle 23. Nella metro ho pure visto una coppia di musulmani: lui vestito come un americano (jeans, berretto da baseball calato su una faccia apparentemente non intelligentissima) e lei con il burka. Sì, con il burka: un vestito informe nero, e una mascherina sulla testa e sul volto che lasciava vedere (a stento) occhi bistrati. Una borsa nera grande e di marca, una rossa purpurea tra le mani. Ho odiato quell’uomo, quel negriero, quella donna succube, e tutti noi, io compreso, che guardiamo in silenzio. E ho pensato a quanto misterioso e paradossale arrivi ad essere l’amore (il rituale dono della rosa rossa, universale ed inevitabile immagine del sesso femminile) che qualche volta si illude di crescere rigoglioso anche sulla terra secca dell’odio e del disprezzo.


Sardegna, terra di stupratori?

Ottobre 11, 2007

racism.jpgQuesta è la tesi che ha convinto un giudice di Hannover a concedere uno sconto di pena all’emigrante sardo che ha segregato, torturato, picchiato, umiliato e violentato (anche assieme ad altri) la sua ex compagna.

Merita un primo commento la modalità con cui questa incresciosa notizia è finita sui giornali italiani: la sentenza, pronunciata un anno fa, è stata resa nota dall’avvocato dello stupratore solo ora, con l’accompagnamento di un commento in cui il tribunale che l’ha pronunciata viene definito “razzista”. Questa spregiudicata tattica è finalizzata a corroborare la richiesta di trasferimento del condannato nel suo paese di origine: una volta in Italia, infatti, il gentiluomo, tra sconti di pena, buona condotta e, con un po’ di fortuna, un nuovo indulto, nel giro di qualche mese sarà presto libero di andarsene in giro a stuprare ogni altra donna che rifiuti di accoglierlo (volontariamente) tra le sue braccia.

L’assunto alla base della decisione di questo giudice è forse discutibile, ma non palesemente falso: se riflettiamo freddamente sulla condizione femminile in Italia (nel Meridione e nelle Isole in particolare), ce la sentiamo veramente di dire che le donne non sono assediate nelle loro aspirazioni di libertà ed autodeterminazione da chiesa stato impresa? Ammettiamo dunque che la cultura dominante in Sardegna la donna sia considerata un po’ meno di un essere inanimato: non è forse esecrabile e pericolosissima la teoria che considera questa deformazione culturale magari non una scusante, ma certamente un elemento in grado di attenuare della gravità della condotta di chi si è macchiato di un crimine tra i più gravi ed odiosi? Per quanto mi riguarda, il delitto non è attenuato, ma aggravato, da motivazioni religiose o culturali.

Io non so niente di legge, ma che cosa succederebbe se un simile aborto di pensiero, una volta fissato da un tribunale, divenisse precedente giuridico per tutto il paese? Non c’è il rischio che i poliziotti e i giudici tedeschi rinuncino a perseguire chi (per motivi culturali, s’intende) consideri lecito ed accettabile: far prostituire il proprio figlio minorenne; dare in sposa ad un cognato la propria figlia di otto anni, mandare sul marciapiede la propria moglie a forza di calci e pugni; praticare l’escissione, l’infibulazione o chissà che cosa altro sulle bambine; uccidere le proprie figlie appena nate solo perché non sono maschi? Tutte cose che possono accadere veramente, niente di inventato.

 


La tolleranza genera mostri?

Ottobre 9, 2007

sexyburka.jpgNate per supplire all’innato e ineliminabile bisogno umano di senso, le religioni finiscono per causare molti guai. Per quanto mi riguarda sono un ex-zelota, e come tale mi riesce particolarmente difficile comprendere come gente sana di mente possa non dico uccidere, ma anche solo alzare la voce in una discussione su temi tanto assurdi quanto i dogmi di una fede. Prendete la religione cristiana: quanto a stravaganza, non è niente male: un dio affetto da schizofrenia dotato di ben tre personalità, peraltro in grado di interagire tra loro con molta armonia; una donna che concepisce senza fare sesso, e che, dopo il parto, resta vergine; un ragazzo che se ne va in giro a fare prodigi, senza far differenza tra semplici trucchi da cabaret (acqua trasformata in vino) e roba davvero forte (tipo resuscitare la gente). Insomma, sarà interessante dal punto di vista storico e antropologico, ma come si può prendere tutto questo sul serio? E le proibizioni? Niente sesso, niente allegria, niente buon senso, la sofferenza elevata a sistema di vita…

In questo, per la verità, sono fantastici anche i musulmani, i cui preti stanno superando se stessi, agevolati purtroppo anche dall’indubbia superiorità culturale di una sistema che mette la tolleranza al di sopra di ogni altro valore. Sto pensando ovviamente alla Gran Bretagna, dove i dipendenti di una catena di supermercati possono fare opt-out ogni volta che alla cassa si presenti un cliente-miscredente che intenda macchiarsi dell’orrendo crimine di comprare una lattina di birra (ad occhio, se conosco un po’ il Paese, il furbo cassiere lavorerà poco, o finirà per farsi spostare ad altre mansioni più interessanti, visto il consumo di alcolici tipico del paese). Ma ci sono casi più gravi, come l’agente di polizia che a montare la guardia davanti all’ambasciata israeliana proprio non ce la fa, si sente male, e viene destinato ad una missione più consona. E medici maschi che non intendono visitare donne (eh già, sono impure) o malati che so, di scolo o di epatite, perché si sono ammalati a causa di una condotta non conforme al costume di un “buon musulmano”. Insomma, per la sua grande tradizione di tolleranza, uno dei paesi più civili d’Europa rischia di precipitare in uno stato di lucida follia che, a tendere, finirà per paralizzarlo.

 

Anche in Italia, abbiamo pretori che difendono il diritto delle donne di indossare il burka – sempreché quest’altra orrenda idiozia sia un diritto e non un obbligo – difficile capirlo, dato che le donne musulmane contano meno del cane, in casa. E, se è per questo, trovano la solidarietà di una Bindi che scaltramente da un lato accarezza la cieca idiozia della sinistra estrema e dall’altro si tenta di conquistarsi lo spazio politico per imporci un crocifisso in ogni luoghi pubblici (ove esso mancasse). Ma il pretore italiano va capito – in fondo c’è una gara a chi la spara più grossa, e di fronte al barbaro sindaco di Treviso, è bello (nonché piuttosto facile, specie se si sa leggere e scrivere) far la figura dell’illuminato. Il problema del burka non è (solo) di ordine pubblico: si tratta di un simbolo di sottomissione, odioso e sconcertante, e sono certo che è imposto da mariti analfabeti a mogli e figlie che vivono come schiave. Mi si risponderà che la libertà e l’emancipazione “occidentali” sono in gran parte illusorie, se, come sembra sia il caso, si limitano a garantire la libertà di andare in giro un po’ scollate e con la gonna leggermente sopra il ginocchio… Ma questa è pur sempre una parvenza di libertà, da cui si può partire: quando si sta dentro un fagotto, relegate e fare le schiave di ogni maschio della famiglia le opportunità sono anche di meno.

 

Evviva la Francia! Aboliamo TUTTI i simboli di appartenenza religiosa, e viviamo felici.