Riportole parole coraggiose con cui Edward MacMillan-Scott, Conservatore, vice presidente del Parlamento Europeo, ha chiesto formalmente a Gordon Brown, Primo Ministro britannico di mettere in discussione la partecipazione degli atleti britannici ai giochi olimpici cinesi del 2008: “Vi sono prove continue di persecuzioni e perfino di genocidio in Cina. Il mondo civilizzato dovrebbe prendere seriamente in considerazione la possibilità di sfuggire alla trappola tesa dalla Cina – ed usare le Olimpiadi di Pechino per mandare un messaggio chiaro: queste violazioni dei diritti umani non sono accettabili. Si dovrebbe aprire un dibattito sull’opportunità che le nazioni dell’Unione Europa siano presenti o meno alle Olimpiadi di Pechino”. Non mi risultano reazioni di rilievo a queste sagge parole, né che alcun paese abbia preso anche astrattamente in considerazione la possibilità di non partecipare ai giochi.
McMillan-Scott: parole sagge sulla dittatura cinese
Agosto 18, 2007Finanza internazionale: situazione disperata, ma non seria
Agosto 18, 2007
Da liberisti, crediamo nei liberi mercati. Liberi, appunto. Per questo mi fanno rabbia le iniziative della Banca Centrale Europea e della FED, che hanno calato le braghe terrorizzate dalla possibilità di una crisi sistemica provocata dall’ingordigia e dall’irresponsabilità dei soliti sospetti – gli hedge fund e le banche d’affari.
Clegg: mens insana in corpore sano
Agosto 18, 2007
Il capo della British Olympic Association, Simon Clegg, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano Telegraph che “i diritti umani in Cina non sono un problema per gli olimpici britannici. (…) Viviamo in una società libera [chi? noi? gli inglesi? e i Cinesi, anche loro vivono in una società libera?] e i gruppi possono benissimo scriverci per fare pressione: riceveranno una cortese risposta nella quale preciseremo che noi ci preoccupiamo esclusivamente delle prestazioni sportive“.
Il signor Clegg è una mina vagante, e le sue esternazioni (pubblicate sulla stampa in contemporanea alle sagge parole del vice presidente del Parlamento Europeo, che riportiamo in altro post, e pochi giorni dopo l’arresto a Pechino di otto militanti per la liberazione del Tibet, tra cui due cittadini britannici) colpiscono per l’arroganza e per la cecità. Se la performace è tutto, perché ci scandalizzavamo tanto quando guardavamo le atlete della ex DDR, palesemente tirate su ad ormoni maschili? Perché dovremmo condannare il padrone del bambino indiano che lo trattava come una bestia a suon di superlavoro, percosse e torture per fargli vincere un posto nel Guiness dei Primati – ho scritto padrone, perché il poverino è stato effettivamente venduto al bruto da sua madre, che si è poi lamentata di non aver visto traccia dei profitti ricavati dallo sfruttatore di suo figlio.
Il capo dalla BOA, poi, prende anche un tono sussiegoso da avvocato, quando ricorda, che, a norma del contratto di 32 pagine che tutti gli olimpionici inglesi devono firmare, chiunque di loro perderà il posto se solo si azzarderà a inscenare una qualsiasi forma di protesta sui diritti umani o sul Tibet una volta in Cina. Sarebbe molto bello se tutti gli atleti inscenassero una protesta clamorosa, e lasciassero Clegg nell’imbarazzo tra il rimangiarsi le sue idiozie ovvero partecipare a tutte le competizioni da solo invece dei suoi ragazzi.
L’assassino reitera, il giudice dorme tranquillo
Agosto 12, 2007
Mi spiace dovermi occupare di cronaca, e soprattutto essere costretto a trarre da questo esercizio conclusioni amare, ma ormai sono numerosi gli elementi che mi conducono a pensare che: a) le leggi italiane sono assurde; b) alcuni magistrati, nella migliore delle ipotesi, sono membri di una casta autoreferenziale di inaudita arroganza; b) in carcere ci finiscono troppo poche delle persone che dovrebbero starci a lungo.
Evviva i Culattoni!
Agosto 9, 2007Yahoo! e caso Shi Tao: nuova vergogna
Agosto 9, 2007
Come noto, negli USA il denaro e il lavoro sembrano contare più di ogni altra cosa. Ma quando Yahoo!, Google e Microsoft l’hanno fatta troppo grossa, adeguandosi zelantemente ai diktat liberticidi e alle misure censorie del governo cinese, il Dipartimento di Stato USA ha costituito un gruppo di lavoro con l’obiettivo di “analizzare il modo in cui i regimi repressivi utilizzano la tecnologia per rintracciare e reprimere i dissidenti e per limitare l’accesso all’informazione politica” e per capire come la censura imposta da un Paese estero impatti le società americane. Inoltre, ha chiesto a Michael Callahan, Senior Vice President e General Councelor di Yahoo! di riferire ad una commissione in merito alla vicenda di Shi Tao, il giornalista cinese che, grazie alla solerte collaborazione della filiale cinese della multinazionale USA con la polizia politica, oggi sta scontando una condanna di dieci anni per aver mandato una e-mail.
La testimonianza del boss della dot.com è irritante nel suo ipocrita quanto inconsistente tentativo di allontanare da Yahoo! le responsabilità per l’accaduto, ma contiene un dato importante: secondo la ricostruzione dei fatti di Callahan, la società non era al corrente di che tipo di indagini la polizia di Pechino stesse effettuando su Shi Tao. Questo elemento è importante, perché, se fosse provato, sarebbe un argomento a favore di Yahoo!: non potendo sapere se il giovane fosse ad esempio sospettato di pedofilia o di assassinio, avrebbe agito in buona fede rispettando le leggi del Paese ospite. Ma lo scorso 29 luglio la Fondazione Dui Hua (che si occupa di diritti umani in Cina) ha tirato fuori un documento (apparentemente autentico) nel quale la polizia cinese, nel richiedere alla società di fornirle i dati relativi al nome che si celava dietro all’account di posta elettronica di Tao e i log delle sue navigazioni su internet, spiegava che si trattava di un’indagine per sospetta diffusione di segreti di stato a soggetti esteri. Se il documento è vero, ci sono due conclusioni molto inquietanti da trarre: 1) Callahan ha mentito al suo stesso governo; 2) Yahoo! ha deliberatamente fornito i dati di un suo cliente alla polizia a seguito di una richiesta chiaramente mirata alla repressione del dissenso (la formula dello “spionaggio” è una classica accusa dei processi politici).
Papaveri e geopolitica
Agosto 9, 2007
La legalizzazione generalizzata è la soluzione al problema delle droghe: ad esprimere questo parere non è Marco Pannella, ma Willem Buiter, professore di Economia Politica Europea presso la London School of Economics, in un articolo pubblicato l’8 agosto sul Financial Times. Prima di entrare nel merito, rileviamo sommessamente come di certi punti di vista in Inghilterra se ne può scrivere sui giornali senza che nessuno si stracci le vesti: provate ad immaginare il finimondo che sarebbe successo in Italia se Il Sole 24 Ore avesse dato spazio ad un antiproibizionista…
Alcuni dicono che lo stato abbia il diritto di proibire sostanze pericolose per la salute in quanto gestore di un sistema sanitario finanziato o sovvenzionato da tutti i contribuenti. Ora, a parte che comunque chi consuma droghe nel nostro mondo ideale senza proibizioni ci sta pagando sopra delle tasse, e quindi sta contribuendo alla costruzione di una rete di protezione, qui si tratta di capire se è giusto discriminare i pazienti sulla base della misura in cui essi hanno coscientemente e volontariamente contribuito al danno alla loro salute: io credo di no.
La piena liberalizzazione potrebbe dare un contributo importante alla lotta contro i talebani o contro le FARC, le milizie comuniste colombiane. Il SENLIS, think tank internazionale, propone di utilizzare i papaveri afgani per produrre farmaci per le terapie anti-dolore da poter distribuire ai governi di tutto il mondo, si muove nella direzione giusta, soprattutto perché sembra aver recepito la difficoltà di implementare politiche proibizioniste in un paese in cui la gente vive letteralmente della produzione di oppio e dove le alernative non sono molte. Buiter, però, va oltre e chiede la completa legalizzazione di tutte le droghe, eroina compresa. Il governo afgano potrebbe finanziarsi con le tasse sui derivati dell’oppio, disintermediando così i talebani, che oggi “tassano” la produzione illegale.
Sangue Nero
Agosto 8, 2007
L’ultimo Re di Scozia è un magnifico film. Il regista scozzese Kevin MacDonald, che lo ha diretto, oltre a possedere un passo sicuro nella scansione dei tempi narrativi, è abile nel documentare una delle tante storie crudeli che hanno saturato di sangue innocente la terra del continente africano mantenendo sempre il fuoco sulla psicologia e sulle emozioni dei personaggi.
Merito, prima di tutto, dei due protagonisti, il monumentale (in tutti i sensi) Forest Withaker e l’emotivo James Mc Avoy , che servono in maniera perfetta una storia di innocenza, di amicizia, di tradimento, dove la dolcezza del cuore della carne della terra viene soffocata da laccio impuro del Male. Il magnetismo seduttivo di Idi Amin ne è una subdola e riuscitissima declinazione, talmente potente da frapporsi come uno schermo opaco tra gli occhi dell’ingenuo Nicholas e lo spettacolo infame dei crimini innominabili (sparizioni, torture, mutilazioni, esecuzioni sommarie che sono costate all’Uganda mezzo milione dei suoi figli) di cui il suo “amico” si rende responsabile.
Una storia crudele, dove non c’è spazio per il riscatto ma solo per la fortuna, e dove l’innocenza e la superficialità di un uomo tutto sommato semplice e buono portano solo morte e disperazione.
My bush would be a better president
Agosto 7, 2007
A dispetto delle proteste degli attivisti dei diritti civili e con il voto favorevole di 57 Democratici nelle due Camere, Bush ha rubato un altro pezzo di libertà ai cittadini di tutto il mondo: poco prima della mezzanotte di sabato, infatti, il Congresso ha approvato il “Protect America Act“, che, con il pretesto di aumentare la sicurezza e prevenire attentati, consente alle agenzie governative di intercettare telefonate ed e-mail senza preventiva autorizzazione preventiva dall’autorità giudiziaria.Intendiamoci, niente di nuovo, dato che subito dopo gli attacchi dell’11 settembre, George Bush ha emesso un ordine (segreto) che autorizzava la NSA a spiare i cittadini senza “formalità”. Il fatto che una legge del 1978 vietava simili pratiche, l’autoproclamato “comandante in capo” non se ne curò più di tanto, anzi si dichiarò convinto che i poteri “straordinari” giustificati dallo “stato di guerra” gli davano il diritto “non scritto” di bypassare la norma (!).
Anche se a gennaio Roberto Gonzales (Attorney General, la figura giuridica che rappresenta gli Stati Uniti d’America in tribunale, e consulente del Presidente) annuncia una verifica sulla legittimità della auto-autorizzazione bushiana, il tribunale chiamato a valutare il caso emette una sentenza salomonica, che di fatto ancora consente intercettazioni illegali. Fino a che un altro giudice lo dichiara illegittimo causando la chiusura del progetto. Ma il provvedimento cacciato dalla porta rientra in gran pompa dalla finestra, con la benedizione del Congresso e sostanzialmente potenziato nella sua carica liberticida, attraverso una legge confezionata ad hoc e votata zelantemente da cospiratori repubblicani e fremebondi democratici.
Come osserva il Boston Globe, la nuova legge obbliga le compagnie telefoniche a mettere a disposizione del governo le proprie strutture, assicurando loro l’immunità se per caso venissero citate in giudizio da qualche cittadino imbufalito per violazione della privacy: questo è il primo passo indietro, dato che da fine 2001 a ieri le società di tlc partecipavano al programma solo volontariamente (ed infatti alcune sono state trascinate in tribunale dai clienti).
Come se non bastasse, mentre prima era possibile spiare una persona solo se sospetto terrorista, spia o criminale, oggi può diventare oggetto di intercettazione (legale) “ogni comunicazione diretta a persone che ragionevolmente si ritengano essere localizzate fuori dagli USA”: in altre parole, da sabato la NSA potrà registrare conversazioni ed e-mail se entrambe le parti si trovino fuori dagli USA, perfino se uno delle persone coinvolte è cittadino americano o se la chiamata o il messaggio di posta è smistato tramite un hub sul suolo americano.
Lo scandalo del Boston Globe è abbastanza comico: spiare un Americano è un atto contronatura, ma ficcare il naso negli affari di Lorenzo e Pasquale è del tutto normale, anzi auspicabile.
6 agosto 1945 – anche io sono di Hiroshima
Agosto 6, 2007
Il 6 agosto 2007, circa 40.000 persone si sono riunite nel Peace Memorial Park di Hiroshima per ricordare la tragedia che si è consumata alle 8.15 di una bella mattina di 62 anni prima, quando una fortezza volante americana fece cadere al centro di quel parco la prima bomba atomica della storia, provocando un tipo di distruzione mai vista prima e centinaia di migliaia di vittime (un uomo della strada e poco esperto di storia come me fa fatica a reperire il dato su internet: si va infatti dalle 140.000 alle 250.000 vittime a seconda delle fonti: un fatto è però certo, si trattava in massima parte di civili).
Gli americani, disarmanti come sempre, sembrano convinti che Fat Boy, il loro simpatico giocattolo nucleare, fosse poco meno che uno strumento di pace, dato che con la brillante e spettacolare performance di Hiroshima, bissata 3 giorni dopo su Nagasaki, essi riuscirono a mettere in ginocchio il Giappone costringendolo alla resa.A parte le provocazioni inaccettabili del Ministro della Difesa nipponico Fumio Kyumia, che a giugno ha sostenuto che i bombardamenti nucleari erano inevitabili (del resto anche i Giapponesi hanno diritto ad un loro Mastella con gli occhi a mandorla), restano impresse le parole piene di saggia compostezza pronunciate ieri dal signor Akiba, sindaco di Hiroshima: “come unica nazione vittima delle armi nucleari, il Giappone ha l’obbligo morale di continuare a lottare per l’abolizione delle armi nucleari; il Giappone deve onorare la sua Costituzione [nota anche come la Costituzione Pacifista] e dire un “no” netto alle politiche obsolete e sbagliate degli USA.” Il Premier Abe ha ribadito nel suo discorso che il Giappone non intende modificare la sua costituzione nella parte in cui si impegna a sostenere i tre principi non-nucleari (1. promuovere l’uso del nucleare civile; 2. impegnarsi nella non proliferazione; 3. affidarsi al deterrente nucleare USA). Un buon segno, tutto sommato in un mondo in cui le nazioni firmatarie del trattato di non proliferazione (Francia, USA, UK e Cina) non hanno fatto niente per ridurre il proprio arsenale nucleare né sono riuscite a firmare una dichiarazione congiunta nel 2005, e in un contesto geopolitico dominato dalla follia di Pyongyang.
Brilla come sempre l’ipocrisia degli Stati Uniti: unica nazione ad usare per ben due volte la bomba atomica, hanno dettato al Giappone una costituzione pacifista e li hanno poi rassicurati chiedendo loro di fidarsi del loro deterrente nucleare. Come dire, queste sono cose da adulti e ci posso giocare solo io. Speriamo bene.
Pubblicato da mario
Pubblicato da mario
Pubblicato da mario 
