Salviamo Larissa Arap dalle grinfie di Putin

Luglio 31, 2007
Ulteriore episodio dell’escalation di follia criminale del dittatore russo Vladimir Putin: non contento di aver organizzato falsi attentati dinamitardi a Mosca, cancellato i Ceceni dalla faccia della terra, fatto eliminare qualche giornalista che cercava di raccontare quella tragedia (Antonio Russo e Anna Politkovskaja per fare due nomi che mi vengono in mente), messo a rischio la salute di milioni di persone giocando al piccolo chimico a Londra, l’impagabile presidente, che riceve accoglienza trionfale nel nostro paese (il Vaticano) e in Italia, rispolvera una buona vecchia pratica sovietica: il ricovero forzato delle persone non allineate in ospedale psichiatrico. E’ accaduto a Larisa Arap, 48 anni, giornalista e militante del movimento L’Altra Russia, coalizione di cui fa parte il Fronte Civico Unito del dissidente Garry Kasparov, estremamente critico nei confronti di Putin. La Arap, che si era fatta qualche nemico scrivendo un articolo su abusi perpetrati ai danni di minori nelle strutture psichiatriche (dove sembra si pratichi l’elettroshock), si è sottoposta ad una visita psichiatrica, necessaria per ottenere il rinnovo della patente. In quell’occasione ha confermato di essere l’autrice del pezzo sgradito e “trattenuta” in una struttura per malati di mente dal 5 al 18 luglio senza che nessuno informasse la famiglia. Il giorno 30 luglio sua figlia Taisiya ha potuto finalmente visitarla in ospedale e farle la foto che qui pubblichiamo: la direzione dell’ospedale ha spiegato che la “paziente” viene trattenuta perché “rappresenta un pericolo per sé e per gli altri” (una formulazione “tipica” delle detenzioni effettuate per motivi politici). Alla richiesta di Taisiya di conoscere l’esatta diagnosi della madre, il personale medico ha risposto che queste informazioni non possono essere diffuse, in quanto riservate.

Nell’interessante editoriale di Kasparov, pubblicato sul Wall Street Journal, il dissidente si domanda quale possa essere la lettura più idonea per una persona che desideri conoscere più a fondo la natura autentica del regime di Putin: la risposta è semplice, basta leggere le opere di Mario Puzo (autore de “Il Padrino”): “A Puzo fan sees the Putin government (…) accurately: the strict hierarchy, the extortion, the intimidation, the code of secrecy and, above all, the mandate to keep the revenue flowing. In other words, a mafia.”


Pannella & Bonino: chiuse le porte al vento fresco

Luglio 31, 2007
Lo sapevamo che sarebbe finita così, ma, per un attimo, ci abbiamo sperato, che dico, abbiamo voluto chiudere gli occhi e sognare. Sognare di un’Italia laica, libera, onesta, semplice, chiara, coraggiosa: un’Italia dove persone serie, preparate, coerenti, pulite, che hanno messo (letteralmente) la propria vita al servizio della bene comune, trasformato il denaro ottenuto onestamente in fatti politici, possono raccogliere il frutto delle proprie lotte distribuendo in cambio doni di libertà ad un popolo affranto, abbrutito, conformista, sonnacchioso e demoralizzato.
Sarebbe stata questa l’Italia nuova dove un Pannella e una Bonino avrebbero potuto magari non arrivare al vertice del nuovo partito “progressista” italiano, ma almeno avere la possibilità di candidarsi, una chance di sottoporre allo scrutinio della gente il tesoro di una militanza feconda, piena di amore e di creatività, di cervello e di cuore: qualcosa che ha più a che fare con l’esistenza che con l’agone politico.

Animali strani, troppo diversi, considerati lebbrosi, corpi estranei in questa provincia del mondo che non vi ha mai meritati, questa Italietta da quattro soldi pronta a liquidare la nobiltà della storia radicale come una teoria di buffonate e provocazioni, mentre solo la malafede può consentire di dimenticare quali sono le facce che abbiamo visto in piazza quando si è trattato di laicità, democrazia, diritti civili, proibizionismo, pari opportunità, libertà economiche, libertà di ricerca, eutanasia, giustizia.


Egotismo

Luglio 29, 2007

Il dottor Sodomotto si è allontanato qualche giorno dalla miasmatica città nella quale vive. Come da copione, ha sofferto, pure nel suo buen ritiro, di qualche problema di salute fisica e psichica e pertanto ha deciso di ricominciare a postare i suoi sfoghi vanagloriosi a partire da domani. Per il momento, pensa solo a sé, e alla sua anima, come dice bene questo cartello fotografato in ospedale.


Il mito della privacy su internet

Luglio 23, 2007
Il Financial Times di oggi pubblica un articolo di John Gapper molto critico nei confronti di Google e del modo disinvolto con cui il gigante USA gestisce la privacy dei suoi utenti. Ad esempio, YouTube (controllata Google) da un lato chiude tutti e due gli occhi di fronte alle violazioni di diritti d’autore commesse dai suoi utenti che caricano in rete video coperti da copyright, mentre dall’altro mette a disposizione algoritmi-filtro per impedire che lo stesso accada per contenuti di “proprietà” delle major con cui ha fatto accordi commerciali (Warner e Universal). Evidente è l’arroganza con cui Eric Schmidt, CEO del gigante californiano, ha definito “transitoria” la resistenza di un social network (Facebook, molto popolare tra gli studenti universitari) deciso ad impedire a Google l’accesso ai dati contenuti nelle pagine dei suoi utenti registrati. Se qualsiasi oggetto postato su Facebook (post, foto, musica) fosse accessibile a tutti sul motore di ricerca più diffuso al mondo, il social network perderebbe molto dell’appeal che esso ha presso il pubblico adulto, sostiene Gapper, apparentemente convinto del fatto che Facebook sia più rispettoso della privacy rispetto ai concorrenti. Le cose, in realtà, sono molto diverse. Infatti,

a. ci sono elementi per ritenere che questo social network sia la rivisitazione privatistica del progetto federale IAO (Information Awareness Office) che se solo da un’indagine del Congresso che lo dichiarò illegale, avrebbe raccolto e centralizzato ogni sorta di informazione sui privati cittadini, dai siti visitati alla storia degli acquisti con carta di credito, dall’acquisto di biglietti aerei alle diagnosi mediche, dai voti all’università alle infrazioni al codice della strada, utilizzando sofisticate tecnologie di data mining. La CIA e il Dipartimento della Difesa, anche dopo la fine di IAO, non hanno mollato la presa, e hanno deciso di continuare a perseguire i loro scopi di controllo sociale usando l’impresa privata.

b. a conferma di quanto sopra detto, Facebook, quando era ancora solo una tra le tante dotcom, ricevette sostegno finanziario da Accel, il cui manager, James Breyer, era membro del board di BBN Technologies (tra i pionieri di ARPANET, la rete militare oggi nota come Internet) e, assieme a Gilman Louie, CEO of In-Q-Tel, una società della CIA, sedeva nell’organismo direttivo della Associazione Americana di Venture Capital (NAVC). Il CEO di Facebook è stato Anita Jones, membro del consiglio di In-Q-Tel, ex Direttore del Defense Research and Engineering presso il Ministero della Difesa USA, ex consulente del Secretary of Defense ed ex responsabile della DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) l’agenzia che partorì l’idea di IAO;

c. concludendo, se usate Facebook, state mettendo i vostri dati personali direttamente nelle fauci della CIA. Ma non finisce qui: le clausole contrattuali sulla privacy e sul diritto d’autore che i membri del network devono firmare comprendono: 1. una manleva completa che consente a Facebook di fare qualsiasi cosa dei contenuti da voi messi in rete; 2. il diritto di Facebook a “cercare informazioni su di voi da altre fonti, quali giornali e servizi di instant messaging. Queste informazioni sono raccolte che facciate o meno uso del sito internet.”

Tutto sommato preferisco Google…


Gordon Brown a una svolta proibizionista?

Luglio 20, 2007
Il primo ministro britannico Gordon Brown ha annunciato una possibile modifica nella classificazione della cannabis. Se nel gennaio 2004 la sostanza era stata portata da classe B (media pericolosità: amfetamine e barbiturici) a classe C (bassa pericolosità: steroidi ed antibiotici prescrivibili), con conseguente depenalizzazione, oggi Brown sta proponendo il percorso contrario, cioè riportare la cannabis da C a B: se questo dovesse accadere, la detenzione di cannabis diverrebbe un reato per il quale si può finire in prigione.
Anche se la depenalizzazione di fatto sembrerebbe aver causato una significativa contrazione nei consumi, e nonostante l’aperto scetticismo della Polizia e delle ONG che si occupano di tossicodipendenze, il governo sembra determinato nella sua volontà di attuare un giro di vite sulle droghe leggere.

A giustificare tale scelta sta ufficialmente la diffusione di tipi di cannabis con concentrazioni di THB (la sostanza attiva) particolarmente elevate, in grado di causare al consumatore abituale danni psico-fisici anche gravi ed irreversibili. Se non si può negare il fatto che per lo meno in Gran Bretagna si fa uno sforzo per comprendere i problemi prima di governarli, la possibile stretta proibizionista, forse motivata dalla scelta di vellicare l’elettorato conservatore, non appare coerente: in primo luogo perché ben 9 membri del governo si sono affrettati a dichiarare di aver fatto uso di cannabis (in gioventù, ovviamente), e soprattutto perché, per quanto possano essere gravi gli effetti di lungo periodo del “fumo”, non potranno mai competere con quelli provocati dall’alcol, il cui consumo (anche patologico) in Gran Bretagna è molto diffuso e perfettamente legale.


Il perfetto italiano

Luglio 18, 2007
Sono migliaia, che dico, milioni gli Italiani che hanno chiesto a Selva di non dimettersi. Ai quali sommessamente mi aggrego. Se pensiamo, infatti, che in Parlamento si debbano trovare persone che rappresentino l’Italiano medio, proprio non riesco a pensare ad alcun tipo antropologico di Italiano più paradigmatico dell’ineffabile senatore emiliano, così pieno di inventiva e allegramente ignaro del principio di non contraddizione.
Fatto Uno. Lo scorso 10 giugno, Selva, per aggirare le misure di sicurezza predisposte per la visita di Bush a Roma, finge un malore e si serve di un’ambulanza come di un taxi per raggiungere lo studio de La 7, dove è atteso ad un talk-show.


Fatto Due: Una volta in studio, prima si vanta in diretta televisiva della bravata, e poi esterna con la massima serenità che:
a) ha effettivamente avuto un piccolo malore causato dai suoi problemi di cuore e una volta raggiunto l’ospedale San Giacomo, abbia poi deciso di farsi dare uno “strappo” fino a via Teulada;
b) (preoccupato del fatto qualcuno dei suoi figli possa essere all’ascolto) sta benissimo;
c) ha agito preda dell’istinto incoercibile di ogni buon cronista;
d) ha fatto il “cliente misterioso” del servizio di emergenza, per verificarne il livello qualitativo.
e) il servizio reso dall’ambulanza in fin dei conti poteva essere migliore, dato che è arrivato con oltre mezz’ora di ritardo

In una successiva intervista radiofonica, afferma l’ardita tesi secondo la quale il fatto di apparire in un talk-show sia una delle prerogative istituzionali del lavoro del parlamentare (ma probabilmente quest’ultima perla gli è stata suggerita da un avvocato, preoccupato di far figurare il comportamento indecente del suo cliente come legato alle prerogative del suo status di parlamentare).

A caldo
Il cittadino comune, irritato dall’inarrestabile flusso di evidenza empirica della disastrosa frattura esistente tra paese reale e paese legale, prova ogni sorta di sentimenti di rabbia e frustrazione di fronte all’indicibile arroganza di Selva. Poiché sono sicuro che la condotta del “disonorevole” comporta un reato e vorrei vedere chi si potrebbe azzardare a sostenere che il comportamento delittuoso sia stato commesso nell’esercizio delle sue funzioni di parlamentare o per finalità ideali, dovrebbe essere incriminato (come capiterebbe a me nella medesima situazione). E’ invece il suo partito, sopraffatto dall’imbarazzo, ad obbligarlo al beau gest delle dimissioni, presentate l’11 giugno.

A freddo
Selva ci pensa un po’ di giorni e, una volta accertatosi che nessuno, nemmeno i camerata, è in grado di salvarlo in un’eventuale votazione sulle sue dimissioni, ieri le ritira. Qualcuno (dei loro) dice che il nostro Parlamento costa diverse volte quello che costa l’omologo organismo di paesi civili, ma che questo aggravio è giustificato dalla importante mole di lavoro effettuato dai deputati e dai senatori: orbene, sappiate che il nostro Selva ieri ha passato ben 30 minuti a spiegare agli “onorevoli” colleghi le ragioni che lo hanno spinto a ritornare sui suoi passi. Anche qui, la coerenza ed il rigore delle sue argomentazioni sono stupefacenti per sincerità e senso alto dello stato:

a) sono stati i numerosissimi attestati di solidarietà dei suoi elettori veneti, terrorizzati all’idea che un assurdo caso di persecuzione politica possa condurre al suo allontanamento, a convincerlo al duro passo (si noti che è stato eletto a liste bloccate, cioè la “sua” gente non ha scelto lui, ma il suo partito;
b) (poiché il suo seggio, qualora disgraziatamente dovesse separarsi dal suo annoso sedere, verrebbe attribuito ad un altro personaggio di AN, che dopo la trombatura, viene dato dai bookmakers pericolosamente vicino al centro-sinistra) Selva pronuncia l’altrimenti incomprensibile frase “un voto in meno del centro-destra è un giorno in più del governo Prodi”
c) le intenzioni di Selva sono pure, in pratica ritira le dimissioni per evitare al Senato una brutta figura di fronte all’opinione pubblica: “Lo faccio per rispetto vostro. Se voi mi assolvete potrebbe sembrare la casta che si autodifende”.
c) davvero imperdibile l’appropriata citazione di Mussolini, con cui Selva conclude il memorabile intervento.


Insomma, Selva ha dimostrato di essere un nostalgico ipocrita e opportunista oltreché un bugiardo patologico: dunque non è giusto che esca dal Parlamento.



Il caso Mortara

Luglio 16, 2007
Richard Dawkins, nel capitolo “Childhood, Abuse and Religion” del suo “The God Delusion“, cita il caso Mortara come paradigma degli abusi che vengono commessi a danno dei più piccoli in nome di fandonie religiose. Edgardo Mortara (1851 – 1940) era un solo un bambino di sei anni quando venne rapito dalla polizia pontificia dalla sua famiglia ebraica di Bologna per essere condotto a Roma al fine di ottenere l’educazione cristiana che secondo il papa Pio IX gli spettava; questo perché la ragazza cristiana che lo accudiva quando aveva due anni, temendo per la sua vita, aveva deciso di battezzarlo, al fine di risparmiargli i tormenti della dannazione. Uno schizzetto di acqua sulla testa di un bambino ignaro e qualche formula in latinorum, ed il povero Edgardo si era trasformato in cristiano. Tanto bastava al papa per giustificare davanti all’indignazione del mondo il suo rapimento e le “violenze psicologiche, esistenziali e religiose” di cui fu oggetto il ragazzo. Indicibili furono l’arroganza e l’insensibilità dimostrate da Mastai Ferretti che, a proposito del caso Mortara dichiarò: “avevo il diritto e l’obbligo di fare ciò che ho fatto per questo ragazzo, e se dovessi farlo lo farei di nuovo” e anche “non sono interessato a cosa ne pensa il mondo“. Peccato però che il mondo si interessasse invece moltissimo alla sorte di Mortara: il suo triste caso permise alle nazioni più civilizzate di comprendere il bieco oscurantismo e il chiaro antisemitismo (o anti-giudaismo) papale e ad appoggiare la guerra tra il Regno di Sardegna contro lo stato pontificio. A Roma, Mortara subì un vero e proprio lavaggio del cervello, al punto che prese i voti e si mise in evidenza con i suoi maldestri tentativi di convertire ebrei al cattolicesimo.

Come non dare ragione a Dawkins quando sostiene che anche la famiglia di Mortara era vittima della religione esattamente come Edgardo? Constatata l’impossibilità di riportarlo a casa con mezzi legali, non potevano i suoi membri fingere una conversione al cristianesimo per avere indietro il ragazzo? Del resto, tutto il pasticcio era successo solo perché la famiglia Mortara aveva voluto assumere una ragazza cristiana, che poteva lavorare anche il sabato. Papa Pio IX, noto tra le altre cose per aver definito gli Ebrei “cani”, è stato beatificato il 3 settembre del 2000, grazie a Woytila, non prima di aver guarito una suora di 37 anni dalla frattura di una rotula (sic!). Più consono ai suoi meriti fu il tributo che gli riservarono gli anticlericali, i quali alla sua morte (1878) attaccarono il corteo funebre con sassi e bastoni tentando di gettare la sua salma nel Tevere al grido di “al fiume il papa porco”.


Questo sarebbe uno dei personaggi più influenti al mondo…

Luglio 12, 2007
Se si va sul suo sito, dove campeggiano una serie di scatti (scaricabili gratuitamente) che lo ritraggono biondo e piacione come una rockstar, si direbbe di no. Bjorn Lomborg, autore del controverso L’ambientalista Scettico (corposa pubblicazione che tenta di dimostrare che il catastrofismo degli ecologisti sullo stato di salute del pianeta è pura isteria), coccolato dai salotti di orientamento conservatore, è attualmente direttore del Copenhagen Consensus, un think tank di economisti che si riuniscono allo scopo di stabilire le priorità per la salvaguardia del pianeta (lotta alle malattie, contrasto alla corruzione, riscaldamento globale, acqua pulita eccetera). In un primo momento, in odio ad Al Gore ed alla sua crassa incoerenza, Lomborg, uno dei pochi a sostenere che lo spostamento dell’attenzione del pubblico dalle malattie trasmissibili (AIDS e malaria) al riscaldamento globale può essere molto pericoloso. Inoltre il suo approccio, basato sulla comparazione del profilo costi-benefici di macro-progetti alternativi, se solo fosse applicato seriamente, sarebbe un’utile arma per combattere dogmatismi di un sgeno o di un altro.

In realtà, leggendo qua e là su internet, il meno che si possa dire è che Bjorn è un personaggio la cui storia personale e professionale sono talmente censurabili da privare di ogni credibilità le sue conclusioni e le sue iniziative.

1. il suo curriculum vitae appare piuttosto scarno: laurea in Scienze Politiche, PhD in teoria dei giochi, una sola pubblicazione accademica, e comunque nessuna qualifica in scienze ambientali;

2. ha mentito quando si è proclamato attivista di Greenpeace (messo alle strette, ha dichiarato che in effetti ha solo contribuito del denaro alla ONG);

3. il suo libro, che non ho letto, sembra sia infarcito di errori e viene definito da un numero rilevante di scienziati dalle ottime credenziali inconsistente, arrogante e fondamentalmente disonesto.

4. Un biologo danese, Kåre Fog, si è spinto a dedicare un sito internet al disvelamento degli errori presenti nel libro di Lombor, arrivando a contarne (tra grandi e piccoli, involontari o mistificanti) ben 319;

5. Nel 2003, a seguito delle denunce di 4 professori universitari, il Comitato Danese per la Disonestà Scientifica ha deliberato che nella redazione del suo lavoro, l’autore de L’Ecologista Scettico è stato oggettivamente disonesto (cioè disonesto nei confronti di un lettore esterno). Di poco beneficio è aggiungere che in considerazione del gran numero e della varietà degli argomenti scientifici trattati da Lombor, è stato impossibile provare che l’imputato abbia fuorviato i suoi lettri deliberatamente o a causa di grossolane negligenze“.

6. Nel sito di Fog vengono esaminate in modo minuzioso molte questioni di merito e di metodo che rendono il lavoro del Copenhagen Consensus del tutto inaffidabile

Insomma, non credo che possiamo perdere tempo con questa persona…


Fantaitalia: licenziato per uso improprio del telefonino aziendale

Luglio 10, 2007

La “Suprema” Corte di Cassazione – che io immagino essere un posto grande e polveroso dove siedono degli uomini vecchissimi e serissimi con le loro toghe impataccate e lise, convinti che uno stupro sia impossibile se la vittima indossa i jeans, o che le sue conseguenze sulla psiche della donna siano trascurabili se lei non è vergine – non perde occasione per sfidare il buon senso e assassinare quel poco di rispetto per le istituzioni che ancora alberga in alcuni indignatissimi Italiani: in un paese in cui alcuni addetti aeroportuali di Malpensa, sorpresi dalle telecamere interne a rubare i bagagli dei passeggeri, non hanno perso il posto, è però un fatto gravissimo, tale da giustificare la risoluzione unilaterale del rapporto lavorativo, il fatto che un dipendente (di una società telefonica!) abbia mandato qualche SMS o abbia fatto qualche telefonata privata dal telefonino aziendale. Particolarmente esilaranti nello stile (pomposo) e nel merito le ragioni alla base di tanto rigore: le telefonate rubate costituirebbero un grave inadempimento contrario alle norme del comune vivere civile” (mentre invece spiare tutti gli italiani, “suicidare” i dirigenti, fregare gli azionisti configurano una condotta perfettamente conforme alle regole del vivere civile); senza contare che il licenziamento dell’operaio è stato validato dai “supremi” a causa degli “indebiti vantaggi conseguiti dal dipendente in danno della datrice di lavoro“; posso anche essere d’accordo sugli indebiti vantaggi, ma non sono poi così sicuro che l’utilizzo improprio di un cellulare aziendale intestato alla stessa società telefonica sia davvero in danno alla Telecom: io credo piuttosto che, poiché in questo caso il fornitore e il fruitore del servizio rappresentano lo stesso soggetto giuridico, non esista alcun costo per la società (se non quello figurativo) e quindi nessun danno. Ma è solo l’opinione di uno che passa per strada. Di pessimo umore.


Alan Turing: un eroe del nostro tempo

Luglio 10, 2007
E’ del tutto legittimo manifestare a gran voce tutto il nostro orrore per le persecuzioni di cui sono oggetto ancora oggi gli omosessuali, specialmente nei paesi islamici: quando leggiamo di uomini castrati, torturati, umiliati, devastati nel corpo e nella psiche a causa di quello che comanda il cuore e/o per il tipo di divertimento privato che hanno liberamente scelto senza procurare danno ad alcuno, siamo tentati di pensare che in Europa le cose siano del tutto diverse. Ma non è proprio così.
Questo post è dedicato alla memoria di Alan Turing, matematico e filosofo britannico morto (probabilmente) suicida l’8 giugno del 1954. Come ricorda Richard Dawking nel suo splendido libro “The God Delusion”, Turing, oltre ad aver gettato le basi teoriche per la costruzione del primo computer della storia, ad aver ideato l’omonimo teorema, gettate le basi logiche del concetto di intelligenza artificiale, applicato metodi matematici alla biologia, era riuscito a violare l’algoritmo del codice Enigma con il quale i Nazisti trasmettevano informazioni strategiche durante la guerra, riuscendo così a salvare molte migliaia di Inglesi dalle bombe tedesche.

Se alla fine della guerra il suo Paese gli attribuì l’onoreficenza di Officer of British Empire (OBE), gran parte dei suoi meriti non vennero riconosciuti a causa della segretezza in cui erano avvolti. L’Impero inglese, però, non riuscì a “perdonare” a Turing la sua omosessualità – fu infatti a causa della sua relazione con un diciannovenne che il matematico venne incriminato per atti osceni sulla base di una legge del 1885. Turing, con una mossa tanto orgogliosa quanto audace (che ricorda quella a suo tempo inscenata da Oscar Wilde) non solo non negò la relazione con il ragazzo, ma rifiutò apertamente di dichiararsi colpevole di qualcosa che non considerava un delitto. La giustizia britannica (1952!) in alternativa al carcere, lo costrinse ad una massiccia somministrazione di ormoni che lo resero completamente impotente oltre a fargli crescere il seno (di fatto castrazione chimica). Turing, che nella vita non aveva lesinato atteggiamenti anticonformisti e stravaganti decise di togliersi la vita in modo spettacolare, mangiando una mela avvelenata con il cianuro (come Biancaneve di Disney, di cui era solito fischiettare il tema della strega cattiva molti anni prima di togliersi la vita). Non manca chi ha sostenuto che la sua morte sia stata accidentale (uno spuntino fatto dopo aver maneggiato una sostanza tossica) o chi ritiene che sia stato assassinato dalla Sicurezza a causa delle sue preferenze sessuali, che lo rendevano ricattabile e quindi pericoloso per il Regno. Ancora non è chiaro se il logo della Apple (appunto, una mela morsicata) sia un tributo al grande genio o meno.