Le menzogne sui Rom

Maggio 30, 2008

Un gruppo di abitanti di un quartiere “difficile” di Napoli ha appiccato fuoco ad un campo Rom - è stata solo fortuna se non c’è scappato il morto. Per quanto sia difficile anche per i più cinici riconciliare l’idea di un’Italia smarrita ma tutto sommato bonacciona con le immagini di persone pensanti che vogliono bruciare vive (bruciare vive!) altre persone pensanti, vorrei accantonare un momento la rabbia e lo sconcerto suscitato da questo tipo di cronaca per riflettere su alcuni paradossi.

La condizione del popolo zingaro (”scatolone” ideale dove ricomprendiamo tante persone diverse) è già di per sè un paradosso vivente: perseguitati dai nazisti pur essendo perfettamente ariani (i loro antenati vengono dall’India). Gli assassini del Terzo Reich, non potendo far leva né sulla razza né sulla fede (vi sono zingari ortodossi, musulmani, evangelici, cattolici) devono avere faticato un bel po’ prima di trovare un pretesto al proprio progetto di sterminio di massa; salvo poi accontentarsi della semplice definizione di “ariani decaduti”, buoni al massimo come cavie umane o “ospiti” di qualche camera a gas. La persecuzione nazista degli zingari, detta Porajmos (o “grande divoramento”) ne ha cancellati mezzo milione.

E non è assurdo che proprio un popolo non ha mai potuto o voluto fare la guerra sia oggi additato come il nemico pubblico numero uno - grazie anche alla complicità di una radicata ignoranza e con la benedizione di una politica tanto disinvolta con i fatti quanto saldamente fondata su elementari emozioni negative?

Per tornare alla cronaca, la versione ufficiale di cui ci hanno rimpinzati i media racconta che, a scatenare la punizione collettiva di Ponticelli sia stato il presunto tentativo di rapimento di una neonata perpetrato da una ragazza (probabilmente) di etnia Rom. Dopo di che, per un po’ di giorni non si è letto né sentito altro che deprimenti luoghi comuni: alcuni innocui nella loro evanescenza (”la guerra tra poveri”) altri un poco agghiaccianti (”se lo Stato è assente… è normale che i cittadini si facciano giustizia da soli”).

Non conosco i fatti nel dettaglio, per cui non posso esprimere giudizi - sarà la magistratura a farlo, magari tra dieci anni, ma riflettiamo un attimo: vi sono poche favole tanto odiose e consone alle nostre paure più ataviche e segrete quanto quella dell’uomo “nero” che penetra nell’intimità della nostra casa per rubare i nostri bambini. La verità è che, come spiega il blog “Reporters“, citando una interessante ricerca effettuata da Reuters nel 2005, in Italia non si sono mai registrati casi di minori italiani da parte di nomadi: quello degli zingari rapitori di bambini è dunque un vero e proprio mito e, come tale, più che ai giornalisti dovrebbe interessare agli appassionati di leggende metropolitane.

Gli esperti di bufale mediatiche spiegano che in queste narrazioni fasulle ricorre il caso dell’innocente fanciullo rubato dal perfido e sporco zingaro all’interno di un supermercato o di centro commerciale; e guarda caso, il 20 maggio, con la fobia-follia antirom in piena fase espansiva e la eurodeputata Rom Viktoria Mohacsi libera di scorrazzare per i campi nomadi d’Italia per documentarne a Bruxelles le meraviglie, sui giornali compare la seguente storia: nel parcheggio di un centro commerciale di San Giuseppe La Rena (Catania) una coppia di Rom tenta di rapire la figlia di una signora che gli avrebbe negato l’elemosina. Ad essere buoni, e senza considerare simili “casi” che con una certa regolarità finiscono nella cronaca locale siciliana, la notizia non sembra molto credibile.

Ma le menzogne non finiscono qui: a dispetto della versione ufficiale, il vero mandante del rogo di Ponticelli è la criminalità organizzata. E’ stata la camorra, infatti, interessata a mettere le grinfie sull’area occupata abusivamente dai Rom, ad inscenare il finto rapimento della neonata per scatenare una aggressione “popolare” che in pochi minuti ha sortito l’effetto desiderato. Più che di violenza collettiva mirata ad annientare un’intera comunità per punirla del crimine di un suo membro, si è trattato di una eclatante dimostrazione di quella forza criminale che strangola vita sogni diritti dei cittadini del Sud. Ed ecco l’ultimo paradosso: è utile creare “supercommissari” per i Rom quando il vero cancro si chiama camorra?


Parcheggiamo le “tipe toste” con l’Idea

Maggio 12, 2008

Al cinema sono stato costretto a sorbirmi questo orribile spot della FIAT Idea Black Label:

Si tratta di una cosetta inefficace, irritante, volgare e molto, molto sciocca.

Osservate la protagonista che, nerovestita, si aggira per le strade della città: ha proprio l’aria di una che non ha per niente fretta, cosa che fa a cazzotti con la ventiquattrore (leggi “donna in carriera”) che si trascina dietro con fare piuttosto sciatto.

Qualcosa di inconsueto attrae la sua attenzione, e poi quella di un’altra donna con i capelli bianchi. Un attimo dopo, senza una spiegazione, la tizia si sta esibendo in un haka maori assieme ad altre donne convenute (casualmente?) nella piazza. Ora, ci domandiamo, che fine ha fatto la valigetta? La tizia ha convocato le altre donne o si è semplicemente unita a loro?

Qual è il senso della danza? Agli occhi di chi, come il sottoscritto, non se ne intende, sembra una sequenza di mosse aggressive che tenderei a collegare ad una danza di guerra. Apprendo però che questa antica tradizione degli indigeni neozelandesi è in realtà un modo per veicolare emozioni di ogni tipo, al punto che esistono danze maori per ogni occasione, lieta o triste che sia. Quella che si voleva qui scimmiottare è il Ka Mate, l’Haka che viene eseguito dalla squadra di rugby neozelandese, e che, a quanto pare, si limita a celebrare una cosa davvero semplice e carina: il trionfo della vita sulla morte. Incidentalmente, noto che il cosidetto “Whetero”, cioè l’atto di mostrare la lingua è di solito prerogativa di haka eseguiti da maschi, che lo dedicano ad altri maschi - ma va bene, non vogliamo forse che la donna si comporti come i peggiori dei maschi?

Il pubblicitario che ha ideato questo spot non si è ricordato che le signore di solito non seguono il rugby, e che probabilmente non hanno la minima idea di che cosa rappresenti tutto questo dimenarsi e urlare. Questo è un grave errore di comunicazione, anche se è probabile che il risultato perseguito attraverso tanta disinibita ignoranza sia proprio quello di mostrare un tipo femminile aggressivo e violento - si veda anche il modo in cui Crudelia esce dal parcheggio a fine sequenza. Ed ecco che arriva una bella pioggia rinfrescante di luoghi comuni: “Ci vuole grinta per essere mamma, oggi” e poi “… molto volume. Molto tosta”. Era quasi impossibile concentrare in meno di 30 secondi due delle parole più odiose che conosca: “grinta” e “tosta”. No, la grinta non mi piace: preferisco la capacità, lo stile, l’equilibrio. E continuo a pensare che spesso si dice che una donna è tosta solo per non dire che è stronza.


La truffa dell’uomo “incinto”

Aprile 2, 2008

 

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A dar retta ai giornali, anche quelli cosiddetti “seri”, in America si registrerebbe il caso di un transgender, Thomas Beatie, nato donna e “parzialmente” rettificato in uomo, al quinto mese di gravidanza: a corredare la clamorosa bufala, una foto di un uomo con il ventre gonfio come quello di una signora in dolce attesa.

Che si tratti di uno scherzo, mi pare ovvio, per le seguenti ragioni:

1. una donna lesbica che richieda la riassegnazione di genere ma decida comunque di mantenere inalterato il suo apparato riproduttivo originario “di serie” non ha di fatto tentato di cambiare sesso: ha solo cercato di modificare alcune caratteristiche secondarie della sua appartenenza al genere femminile (eliminazione del seno, crescita dei peli sul viso ecc…): in pratica, questa persona avrebbe intrapreso un cammino demenziale, che anziché eliminare il disagio di essere intrappolata in un corpo che non le appartiene, lo avrebbe aumentato;

2. il signore nella foto pubblicata da The Advocate, pancione a parte, è un uomo, con tanto di barbetta e muscoli. Pur non essendo un esperto, mi riesce difficile credere che un corpo, il cui aspetto fa supporre la presenza attiva di ormoni maschili abbondanti, possa essere dotato allo stesso tempo degli ormoni femminili che suppongo abbiano un ruolo essenziale nello sviluppo di una gravidanza;

3. Beatie ha un passato di attivista dei diritti omosessuali, e, a quanto riporta il quotidiano britannico Guardian, sarebbe obbligato al silenzio stampa fino al primo aprile, giorno del proverbiale pesce.

Insomma, tutto fa pensare che la notizia e la foto siano una grassa esca, a cui i giornalisti (specialmente quelli italiani, forse traumatizzati dall’agenda clericale cui sono più o meno volontariamente sottomessi) hanno volentieri abboccato. Eppure si dice che un’informazione (benché ghiotta) dovrebbe essere sempre messa sotto scrutinio dal buon senso e dall’incrocio delle fonti prima di essere pubblicata…

Beatie, invece, è stato bravissimo: in primo luogo, ha consentito al giornale gay “The Advocate” di totalizzare un numero di contatti che mai avrebbe osato sognare. Inoltre, si è costruito una posizione fittizia ma insolita dalla quale ha potuto esprimere un’idea interessante con la quasi certezza di essere ascoltato: “avere un figlio biologico non è un desiderio maschile o femminile, solo umano”. Difficile contraddirlo - a me è venuto in mente uno dei libri che ogni tanto leggo a mia figlia: “il bimbo nasce dalla pancia della mamma e dal cuore del papà”.

 

 


L’eleganza del riccio

Marzo 27, 2008

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“L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, incautamente definito dall’editore “una commedia”, è un libro scritto in modo sublime, illuminato da una grazia orientale e impreziosito da un rabbioso desiderio di abbattere i luoghi comuni. Protagoniste due donne: la portinaia di un condominio del VII Arrondissement parigino, e una delle due figlie di una sconquassata famiglia altoborghese di sinistra.

Entrambe nascondono inconfessati segreti: la portiera Renée, che a chi non la conosce appare una donnetta brutta, trasandata, brusca e teledipendente, si rivela una raffinata studiosa autodidatta, mentre la dodicenne Paloma, introversa ed enigmatica per i suoi familiari, è in realtà dotata di una formidabile intelligenza con la quale scandaglia freddamente le contraddizioni borghesi che la circondano con l’unico obiettivo di scovare finalmente una ragione per vivere.

Se lo stile di Barbery, professione filosofa, è perfetto e scintillante - in brevi e deliziosi capitoli, i personaggi vengono acutamente disegnati e le situazioni mirabilmente rappresentate - L’”Eleganza del riccio” non mi ha convinto completamente: in primo luogo, giocare nello stesso libro sull’accumulo di due personaggi così ambivalenti è artificioso e nuoce alla credibilità e alla freschezza della storia.

Inoltre, “psicoanalizzare” Renée, spiegare cioè con il (solito) trauma di gioventù il nascondimento della sua raffinata vita intellettuale ed emotiva, mi è sembrato un espediente trito e anche fuori luogo.

Nonostante la protagonista sia Renée (è lei ad essere “elegante come un riccio”) io credo che Paloma sia un personaggio molto più efficace ed abrasivo: impossibile restare indifferenti davanti a questa brillante fanciulla, e al modo impietoso con cui inchioda i conviventi alle loro ipocrisie e piccinerie.

L’eleganza del riccio - Muriel Barbery - Edizioni E/O - pp. 387 - EUR 18,00

 


Fabrizio Corona, simpatico mascalzone

Marzo 4, 2008

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Anche questa volta Fabrizio Corona ha fatto centro: con la sua ultima mossa, il tentato spaccio di una banconota falsa da 100 euro in un Autogrill, è di nuovo in mezzo ai guai. Se non bastasse, salta fuori che Corona tiene anche una pistola in casa, non si sa se regolarmente registrata o meno. Quanto basta per fare titoli sui giornali ed alimentare il mito di maledettismo all’amatriciana che si è abilmente costruito attorno durante i mesi bui dell’inchiesta giudiziaria a suo carico.

Quali obiettivi si propone una persona con tanti problemi con la giustizia quando cerca rogna in modo così stupido? Forse che Corona è a corto di contanti - veri? Vi sembra intelligente passare una banconota fasulla proprio ad un benzinaio, cioè uno che di banconote se ne vede passare sotto gli occhi a migliaia? Ad animarlo possono essere solo il gusto della sfida, coerente con la simpatica arroganza del personaggio, oppure la voglia di accendere (di nuovo) qualche riflettore su di sè.

A me sta simpatico questo monello che fa di tutto per rendersi repellente. Premetto: trovo le accuse contro di lui abbastanza ridicole: ad un certo punto ci sono state quattro procure italiane assieme ad agenti della Digos impegnati ad indagare su un commercio di fotografie rubate a soggetti mediocri che, pur godendo degli elevatissimi dividendi monetari e morali derivanti dal proprio status di persona pubblica, invocano la privacy quando vengono beccati a fare qualcosa che non vorrebbero si sapesse in giro. Questo è il paese, e questa la giustizia messa nelle mani di un PM che sperpera milioni di euro per perseguitare mignotte e pappa.

Certo, il lavoro di Corona non è una cosa di cui io andrei fiero, ma non spetta a me giudicare. Specie se le presunte vittime della presunta estorsione non sono né più brillanti né più oneste di lui. Mi piace il modo in cui Fabrizio si è descritto al Corriere: “Alla fine credo di essere un povero bullo colpevole solo di fare un mestiere del c…“.

E resta l’assurdità di un sistema in cui un pedofilo non solo non va in galera, ma firma in caserma  tenendo per mano la stessa bambina di cui pochi minuti dopo abuserà, mentre si può finire in carcere o ai domiciliari per aver venduto qualche foto. Poiché Corona non sempre fatturava le sue “vendite”, credo sarebbe stato più utile (e proficuo) indagare sulla sua posizione tributaria che su presunti episodi di estorsione. Ma parliamo sempre di un paese con un viceministro delle finanze con condanna definitiva per abuso edilizio…

C’è infine un’altra ragione per cui mi dissocio dalla generica esecrazione che spesso i benpensanti riservano a Corona: la sua intervista alle Iene. Qui viene fuori un ritratto molto interessante: un uomo tutt’altro che stupido e superficiale, e in qualche modo molto all’antica, perfino moralista. Dedizione totale al denaro, e conseguenti boutade spaccone, mitigate ed impreziosite dalla venerazione per la moglie. Non sono certo così ingenuo da bermi tutto quello che dice Fabrizio, ma lasciatemi dire questo: se è sincero, lo confermo, il personaggio è interessante. Se ha mentito, ha creato della fiction efficace.

 

 


Il documento del FNOMCeO e le bugie dei preti

Marzo 2, 2008

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Siamo arrivati anche a questo: i bigotti sempre più in affanno bollano di falso un documento approvato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chiururghi e Odontoiatri in materia di contraccezione, procreazione e interruzione di gravidanza. Rilevo che il foglio dei vescovi non entra nel merito del documento a firma del dott. Antonio Panti, Presidente dell’ordine dei medici di Firenze, ma spostando la polemica su un campo tristissimo della burocrazia, disinforma allegramente i suoi tre lettori: secondo la versione di comodo fornita da Avvenire, infatti, il testo sui temi etici sarebbe espressione di una posizione personale del dottore che lo ha esteso, non un documento ufficiale dell’organizzazione.

Il che ovviamente non è vero, dato che il documento di Panti, disponibile qui, esce con il titolo “Documento della FNOMCeO”. A conferma della malafede di Avvenire, il direttore della Federazione, Amedeo Bianchi si assume la piena responsabilità del documento, sia pur definendolo “una piattaforma che vuole fornire spunti di riflessione”, e spiega: i medici hanno dovuto far sentire la propria voce in un momento in cui i cosiddetti temi etici sono stati “trasferiti nel campo della polemica elettorale”.

Ma cosa contiene questo documento per scatenare la rabbiosa e puerile reazione dei clericali, ormai sempre più soli e sempre più disperati?

Pillola del giorno dopo: è definita, correttamente, “contraccettivo d’emergenza”. Per questa ragione, la sua prescrizione non deve essere “surrettiziamente limitato” perché in tal modo si lede il diritto della donna a prevenire una gravidanza non desiderata. Se qualcuno fosse duro d’orecchi, l’obiezione di coscienza del medico che rifiuta la prescrizione per motivi morali (!) non limita il suo obbligo deontologico al rendere disponibile la prescrizione stessa nei tempi appropriati.

Legge 40: la Federazione conferma la sua valutazione negativa sulla demenziale legge contro la procreazione assistita. Essa è infatti riuscita nel difficile compito di negare alla donna il diritto all’autodeterminazione impedendo nel contempo al medico di agire nel rispetto del principio ippocratico (perseguire il massimo bene per le pazienti).

Legge 194: l’introduzione della RU486 risponde perfettamente alle prescrizioni della legge 194/78, nella parte in cui prescrive “l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità psicofisica della donna e meno rischiose per l’interruzione di gravidanza“.

Assistenza ai neonati vitali di età gestazionale estremamente bassa ( 22-25 settimane), per IVG o no: la legge 194/78 già prevede che, in caso di sopravvivenza del feto, il medico debba adottare ogni misura idonea a salvaguardare la sua vita. Tuttavia, tali interventi devono considerarsi accanimento terapeutico quando ci si trovi di fronte ad un quadro clinico di “gravi ed irrecuperabili insufficienze di sviluppo di organi e/o apparati o in presenza di gravi malformazioni incompatibili con la sopravvivenza del neonato“. In ogni caso, è inequivocabile che, in circostanze di questo tipo, si debba informare ed eventualmente acquisire il consenso dei legali rappresentanti del feto (i genitori). Qualcosa di ben diverso da quanto sostenuto dai ginecologi romani nel loro outing filo-clericale di qualche settimana fa.

La chiusa del documento merita la citazione: “Si ritiene infine che questioni così delicate, che si riferiscono a quanto di più intimo e personale coinvolga la donna, la coppia, e la società meritino grande rispetto ed un confronto sociale e politico meno strumentale, meno ideologico, più attento al grande bagaglio di sofferenze che sempre accompagna questi tormentati cammini e che ricadono sulle donne, spesso lasciate sole in queste drammatiche circostanze“.

Un documento molto ragionevole che mi pare abbia solide basi scientifiche e notevole tenuta giuridica. Per questo dava tanto fastidio.

 

 

 


“Il fondamentalista riluttante” di Mohsin Hamid

Febbraio 29, 2008

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Mohsin Hamid, scrittore e giornalista pakistano, ha studiato e vissuto a lungo negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna: nel suo secondo romanzo, “The Reluctant Fundamentalist”, pur rimanendo profondamente radicato alle tradizioni della sua terra, dimostra grande consapevolezza dei tratti dominanti della psicologia individuale e sociale dell’occidentale di successo.

Changez, il protagonista di questo romanzo-monologo, è un pakistano di buona famiglia che, dopo aver conseguito la laurea a Princeton, viene assunto da una esclusiva società di consulenza di New York. Comincia così la fase uno della vita, di Changez, in cui impiega ogni risorsa in un processo di totale assimilazione alla cultura che lo ospita, ed ai valori (o disvalori) che essa propugna come gli unici possibili: conoscenza scientifica, efficienza, velocità, omogeneità.

Se l’attentato alle Torri Gemelle produce la prima, conturbante incrinatura nella corazza di occidentalità che si è costruito addosso (”Vidi crollare le Torri Gemelle. E allora sorrisi“), il disperato ed goffo amore per l’infelice Erica innesca una spirale autolesionista. Changez comincia un velocissimo viaggio a marcia indietro: licenziamento e conseguente perdita del diritto a vivere negli USA, ritorno in patria, dove diviene un professore universitario fieramente anti-americano, coinvolto, apparentemente suo malgrado, in disordini e violenze. Ora che conosciamo la sua storia capiamo meglio anche chi sia veramente l’interlocutore assai poco casuale del torrenziale monologo di Changez: un agente della CIA.

“Il fondamentalista riluttante” è molto ben scritto, pieno di spunti di riflessione, brillante e struggente. Se piene di colorita bellezza sono le pagine in cui Changez descrive la sua famiglia in Pakistan, brutali sono i passaggi in cui, per bocca di Jim, un collega di Changez, Hamid espone il devastante cinismo della mentalità imprenditoriale a stelle e strisce.

La storia d’amore con Erica, personaggio delicato e struggente, è il vero cuore del romanzo: funziona tanto sul piano narrativo che su quello simbolico. La fanciulla inghiottita dal Nulla, infatti, è l’America del dopo attentato, in lutto, smarrita, alla ricerca di sé stessa, autodistruttiva e anemotiva. Changez, che pure la ama profondamente, dovrà, per possederla, fingere di essere qualcun altro, qualcuno che è morto. Credo che proprio in questo lacerante e morboso rapporto sessuale si concentrino ad un tempo l’acme patetico e l’essenza più pura del messaggio di Hamid.

Questo passaggio è talmente riuscito da far quasi dimenticare il fatto che nessuno ci spiega che cosa succede nella testa di Changez, ormai perfettamente avviato all’omologazione, quando, vedendo gli aerei abbattere il World Trade Center, provi quella inaspettata e criminale felicità di cui egli stesso si vergogna: che cosa ha scatenato questo odio? E soprattutto, perché il lettore non lo capisce?

 


“Piccoli crimini nell’età dell’abbondanza” di M. Kneale

Febbraio 28, 2008

kneale-light1.jpg“Piccoli crimini nell’età dell’abbondanza, raccolta di racconti di Matthew Kneale, scrittore britannico residente a Roma, è un libro interessante ma non del tutto riuscito. L’idea che attraversa tutti gli episodi è una sola e può essere così riassunta: di solito viviamo sicuri all’ombra di quella interpretazione di noi stessi che ci piace chiamare identità, ma un evento sconvolgente può corrodere l’involucro comodo con cui ci autorappresentiamo, mettendo a nudo una parte della nostra essenza su cui avremmo volentieri sorvolato.

Kneale declina il tema del cambiamento inatteso e delle inattese conseguenze attraverso vicende molto eterogenee per latitudine e contesto sociale: i suoi protagonisti possono essere un avvocato londinese o un aspirante kamikaze palestinese, un goffo tecnico americano o un contadino colombiano. La prima debolezza del lavoro, secondo me, è proprio nell’aver ampliato eccessivamente il raggio di osservazione a scapito della profondità: io credo, infatti, che uno scrittore risulti credibile se parla di cose che conosce a fondo, e se è in grado di oggettivizzare in una storia di fantasia il portato della sua esperienza diretta delle cose. Alcuni personaggi e alcune situazioni descritte in questo libro sono invece bidimensionali.

Un altro difetto risiede nel tentativo di dare una coloritura politica antiglobalista ed antiimperialista alla narrazione: la letteratura e la politica è bene che restino due cose distinte, altrimenti si dovrebbe pensare che amare Céline o Pound significa essere anche fascisti. Senza contare che l’atteggiamento militante danneggia ulteriormente lo spessore dei personaggi, rendendoli in qualche caso convenzionali: ad esempio la riccona è anche frustrata e cattiva, il trafficante d’armi è un amorale senza speranza e così via.

Ora che si è parlato dei difetti del libro, bisogna però dire che tre splendidi racconti giustificano l’acquisto del volume: Pietra, Polvere e Numeri. Pietra, narrando l’avventura di una famigliola inglese in viaggio “fai-da-te” nella profonda Cina, descrive in modo estremamente efficace la “sottile linea d’ombra” che separa un uomo perbene dal complice di un regime sanguinario; Polvere (perfetto per un eventuale adattamento cinematografico) evidenzia come la frustrazione possa funzionare da carburante per ardere ogni scrupolo perbenista - notevoli la figura della moglie dell’avvocato, terribile arpia dietro la maschera puritana - geniale il colpo di scena della chiusa; Numeri, invece, lavora in modo non convenzionale sulla tragedia della malattia e della morte di una persona cara, vista come elemento di disgregazione della famiglia e come catalizzatore delle sue piccole meschinità.

Piccoli crimini nell’età dell’abbondanza - Matthew Kneale - Fazi Editore - pp. 320 - € 17,00

 


Il secolo buio di internet

Febbraio 26, 2008

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I potenziali rischi cui sono sottoposti bambini e ragazzi mentre navigano su internet preoccupano molto i politici britannici. Ad alimentare il clima di isteria e di terrore concorre l’agghiacciante caso di una cittadina del Galles del Sud, Bridgend, nella quale diciassette giovani si sono suicidati in un anno. Come quasi tutti i loro coetanei, questi ragazzi disponevano di un account in un social network. La commissione parlamentare britannica Cultura, Sport, e Media ha organizzato un’audizione per comprendere meglio quali metodi utilizzare per proteggere i minori da contenuti dannosi su internet e nei videogiochi.

Le dichiarazioni di John Carr, responsabile di una ong che si occupa di protezione dei minori, audito dalla commissione sono farneticanti: poiché le imprese del settore non possono assumersi il ruolo di “prete” o “arbitro morale” nei confronti del pubblico, tutti i computer dovrebbero avere un software di protezione pre-installato e settato al massimo livello di protezione. Ora, anche a voler prescindere dalla insuperabili difficoltà tecniche che si dovrebbero affrontare per disegnare un simile software, non sembra a Carr che sarebbe proprio un simile fantascientifico dispositivo a mettere la nostra libertà nelle mani delle corporations: cosa impedirebbe loro, ad esempio, di codificare un algoritmo che ci impedisca di vedere su internet tutti i contenuti non graditi all’azienda di software che ha disegnato il programma o a chi la ha pagata.

Su una lunghezza d’onda più sobria e ragionevole si è collocato un altro ospite della commissione, Stephen Carrick Davies, Chief Executive di Childnet International, il quale ha sostenuto come sia facile determinare contenuti illegali, mentre sia assai più difficile discernere tra contenuti pericolosi e non; una legislazione che intenda regolamentare quell’area grigia di materiale potenzialmente pericoloso ma legale rischierebbe di comprimere la libertà di espressione.

Ed è singolare che la dichiarazione di maggior buon senso venga da un manager della Microsoft, Matt Lambert, pure invitato dai parlamentari a dire la sua. Nonostante egli rappresenti un’azienda che ha distrutto il mercato dei sistemi operativi imponendo con la violenza un monopolio di fatto incentrato sull’imposizione dei suoi prodotti (peraltro spesso di bassa qualità), Lambert ricorda come le utility fornite dalla casa di Redmont siano scarsamente utilizzate e che il problema sta nel fatto che i genitori non sono abbastanza proattivi nella gestione del problema sicurezza online dei piccoli. In sostanza, sollevano alti guai, delegando al mercato una funzione, quella di vigilanza e di accompagnamento nella scoperta, che invece dovrebbe essere loro propria.


Marianna Madia: perché no?

Febbraio 24, 2008

madia.jpgSì lo so, sono moltissimi i detrattori di Marianna Madia, di destra e di sinistra: c’è chi la attacca perché suo padre (un attore morto tre anni fa) era amico di Veltroni, c’è chi dice che rappresenta solo l’ennesimo trofeo (giovane, bionda e carina) di Walter il comunicatore, c’è chi stigmatizza l’uso del termine “economista” che il leader del PD le ha appioppato, ed infine c’è chi sottolinea che i suoi sponsor viventi sono nomi “pesanti” (Minoli e Letta Jr.).

Scusate, non sono del tutto d’accordo (e magari ne approfitto per ammettere con imbarazzo che a questo punto forse la magia illusionistica di WV, che mi è sempre piaciuto poco, ha contagiato anche me, magari grazie alla speranza di vedere Bonino, Viale e Veronesi a lavorare insieme dentro al PD per un’Italia devaticanizzata).

Come dice molto bene questo articolo in rete (non so se è un originale o una citazione) è soprattutto sul merito, nel caso, che si deve attaccare questa ragazza. Tutte le altre critiche, infatti, sembrano preconcette e faziose: innanzitutto, è stata lei stessa a spendere i nomi dei due personaggi influenti con cui ha collaborato, il che mi sembra una rarità - quante persone raccomandate avete sentito ringraziare i propri sponsor? Io non molti. Inoltre Madia, sia pure anche grazie agli agganci, è autrice e conduttrice di un programma sull’ecologia - non è proprio un risultato da poco, anche se ammetto che non l’ho mai visto e che magari non mi piacerà, e ha anche curato un libro sul welfare. A occhio, dunque, forse due cose (magari appiccicate con lo sputo) sui due temi dominanti del nostro secolo le ha lette. Che poi gli uffici stampa la definiscano “economista” può anche infastidire (anche me, per la verità), ma ditemi, chi non ha un po’ gonfiato il curriculum per tentare di assicurarsi un posto d’interesse?

Al di là di ogni altra considerazione (in rete si sparla anche della sua relazione con il figlio di Napolitano), la verità sembra essere che la gente se la prende con Madia solo perché è una donna, pure bionda. Dice benissimo l’articolo linkato sopra, al punto che lo riporto parola per parola: “Quello che non si deve e non si può fare, invece, è prendersela con lei perché è giovane e bionda. Avere meno di trent’anni, nell’Italia degli ultraottuagenari, non è una virtù: e strappa un sorriso che un paese dilaniato dalla polemica sull’inossidabilità dei vecchi si trovi compatto nel lapidare una donna (per favore, chiamatela donna, non ragazza, come si fa nel resto del mondo con una persona maggiorenne e vaccinata) che ha appunto l’unica colpa di non essere ancora in menopausa.